Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 39

18835281_10155307133864763_136899682_nSì, ok, lo ammetto… il fatto che stasera inizi la decima stagione di X-Files mi ha ispirata per quel che riguarda la scritta 🙂 Che vi posso dire, avete una minima idea di cosa significhi per me rivedere di nuovo assieme Fox Mulder e Dana Scully dopo tutti questi anni? Ancora mi ricordo le emozioni provate quando in una (tarda) serata mi sono imbattuta, ancora ragazzina, nel primo episodio della prima stagione… amore a prima vista! Insomma, non vedo l’ora che arrivino le 21 per piazzarmi davanti alla tv stasera (ho già “ordinato” un religioso silenzio in casa!)

Comunque non preoccupatevi, non voglio proporre qualche teoria sugli alieni (anche se sì, sono dell’idea che là fuori debba esserci qualcosa… e comunque per me c’è tanta gente che a volte sembra proprio aliena e non sto parlando dei politici anche se danno l’impressione di vivere in un mondo parallelo, ma in fin dei conti quella è una forma di marketing quindi che altro ci aspettiamo?)

No, in realtà quello a cui pensavo oggi è proprio “il credere”. Non in se stessi o nel fidarsi di una persona. Il credere nel senso di fede, il percepire che c’è qualcosa più grande di noi contro quel credo che seguiamo perché c’è stato inculcato.

I miei personaggi appartengono a credi diversi eppure tutti hanno questo modo di affidarsi a qualcosa che non comprendono appieno ma che sperano esista. C’è chi lo fa in maniera regolare, chi si appella alla forza suprema quando davvero è al limite. E’ il mio ghostwriter che, giunto quasi alla fine della sua avventura, si ritrova ad entrare in una chiesa in una città, in un Paese non suo. E qui non può non chiedersi perché siano le stesse persone a portare ovunque la divisione. Il suo dubbio è che forse la colpa sia da attribuire alle parole, al  loro cambiare di suono pur riferendosi ad uno stesso oggetto. E’ come la rosa che resta sempre tale anche se la chiami in un altro modo. Questo non potrebbe essere valido anche per un dio? E le sue domande continuano: Perché non può essere un uno ma deve essere suddiviso? Perché tutti si rifanno agli stessi archetipi ma ricreandoli e addobbandoli con aggettivi diversi da luogo a luogo? Perché l’uomo non è solo un uomo ma un bianco, un negro, un giallo un rosso? Tante domande a cui non trova risposta ma che gli servono per staccare la testa, per non continuare ad affliggersi e ad odiarsi per il fatto di essere incapace di piangere.

Ha ragione lui? Crediamo tutti nella stessa cosa dandogli nomi diversi? Possibile, probabile, ma non sono certo la persona adatta a parlare di tutte le religioni esistenti. Ho solo un’infarinatura e per il resto… le mie idee! Che possono essere strambe o magari qualcuno le reputerebbe perfino blasfeme ma alla fin fine il mio credo, non religioso, è il rispetto per le idee altrui e mi auguro di trovare persone con la stessa curiosità e la stessa mancanza di giudizio.

Alla fine non importa in cosa crediamo: è qualcosa di più grande di noi che non possiamo vedere/toccare, di cui non possiamo fare esperienza diretta ma solo attraverso la vita. Poi credo che i “danni” maggiori siano gli stessi uomini a farli, attribuendo a questa entità, energia, a questo Uno o come vogliamo chiamarlo, aggettivi umani, parole che fanno più comodo ai potenti che alle masse. Si scrivono libri ma scritti da uomini e, peggio del peggio, tradotti (anche liberamente) da uomini. Questo cosa significa? Beh, dal mio punto di vista che la religione dev’essere qualcosa di personale, non possiamo fare come 50/100/500 anni fa, quando una qualche autorità dettava legge e imponeva le proprie idee. La spiritualità è così amplia, ha talmente tante sfaccettature, che credo sia impossibile inglobarla in un unico nome o in un unico luogo di culto.

Se io adesso credo a qualcosa? Sì. E non è il ritratto che fanno di Dio i preti. Appunto, non so quale possa essere davvero il suo nome, probabilmente neanche gli interessa essere chiamato in qualche modo. Ma sono tutte considerazioni personale, frutto di un lungo percorso di letture ed esperienze e stati d’animo e sensazioni. Un percorso che è iniziato dopo la mia “fase illuminista”, quella in cui ‘se non mi dai prove perché dovrei crederti?’

Alla fine mi sono resa conto che nella mia vita tutto viene perfettamente orchestrato, s’ingloba, s’incastra alla perfezione, anche se spesso me ne rendo conto in un periodo successivo, quando mi accorgo che se fosse andata diversamente, “meglio” sul momento non sarebbe stato il “meglio” in assoluto. Invece vedo così tanta perfezione anche negli errori, nelle cadute (la vedo mooolto dopo, chiariamoci!) che mi sembra impossibile non ci sia un’intelligenza superiore dietro quegli arzigogolati disegni. E poi mi chiedo anche se non ci sia qualcosa di quella intelligenza anche in me (in tutti noi), se questo guardare e invocare al cielo non sia solo perché crediamo che noi non siamo in grado di camminare da soli lungo il sentiero perfetto. Del resto ce l’hanno insegnato fin da bambini, no? “Come in Cielo così in Terra”… Ahhh… quanto fa male e spaventa a volte assumersi certe responsabilità, meglio parlare all’invisibile, vero?

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