Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 43

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Non so voi ma io oggi ho scoperto di avere praticamente il 90% di contatti Facebook espertissimi in politica. Peccato che se dovessi dar retta a loro dovrei segare Mattarella a metà e a una metà dire “io sto con te” e all’altra “io non sto con te”, visto che non c’è ancora una maggioranza di opinione. Il buffo è che, a seconda del giorno, sono tutti politici, allenatori (ommioddio, stasera gioca l’Italia, già mi posso immaginare la bacheca di domani pro o contro il Mancio…), ingegneri, astronauti, avvocati e quant’altro. Beati loro ad avere questa cultura sconfinata! No, non mi fa neanche sorridere, mi dà solo modo di riflettere. Siamo tutti iper mega competenti in un casino di cose, dei proverbiali pozzi di scienza… ma allora come mai in Italia stiamo messi così? Voglio dire, quando, esattamente, abbiamo iniziato a piegare il capo fino a ritrovarci in questa situazione in cui nessuno è più in grado di alzare la testa? E quando arriverà l’eroe che ci spingerà a farlo?

Viene spontaneo ripensare alla prima denuncia a Weinstein. Dopo di quella, ecco una sfilza di attrici pronte a denunciare il produttore cinematografico (nonchè altri produttori e registi, anche qui in Italia). E’ vero, a volte basta che solo una persona scagli con forza una lancia perchè subito degli altri si aggreghino alla lotta.

Il problema, credo, è che da noi ancora non abbiamo avuto nessuno in grado di lanciare quella prima, destinata a cambiar tutto, lancia. E non parlo solo di rivolta contro la politica, parlo un po’ in tutti i settori. Fior fiore di giovani, laureati rampanti e con le carte in regola, ma non solo loro, devono sottostare a un mercato del lavoro che sembra creato ad hoc per impedir loro di arrivare a una qualche forma di indipendenza. Contratti a progetto o a tempo determinato che prevedono una paga ridicola che rasenta lo sfruttamento, periodi infiniti di praticantato per ottenere, dopo tanta fatica, un “arrivederci e grazie”, lavori in nero o sottopagati. E tutte le offerte, tuttavia, vengono accettate. Perchè? Perchè fa curriculum o fa esperienza o s’impara qualcosa. La dignità umana, quella nel mondo del lavoro sembra non contare nulla. Perchè diciamocelo, quelli ai piani alti hanno deciso che, in fin dei conti, ti stanno pure facendo un favore: per qualche mese non devi neanche andare all’ufficio disoccupazione.

Non è un caso che in tanti, appena valicano i confini italiani, riescono ad avere una carriera, diverse volte di successo, alcune addirittura di successo internazionale. Solo che, appunto… alzare la testa ormai sembra equivalere a espatriare. Qui, nel nostro piccolo, l’alziamo solo per fare i bulli con qualcuno più debole di noi. (Del resto l’abbiamo imparato secoli fa: divide et impera, quindi cosa c’è di meglio che una lotta tra poveri?)

Beh, sapete che c’è? Che sto cercando proprio di fare questo, nel mio piccolo, nel mio ambito: alzare la testa. E non lo so se avrà esiti positivi ma per ora mi fa stare bene. Perchè la verità è che io, come tutti voi, del resto, ho la mia dignità, ho le mie competenze, ho la mia professionalità. Quindi se io devo dimostrare a un qualsiasi datore di lavoro di essere in grado di svolgere il mio ruolo nel migliore dei modi, mi aspetto in cambio che il mio impegno venga rispettato e che il capo sia altrettanto competente nel suo di ruolo. Invece noi ci svalutiamo, mamma mia, quanto ci svalutiamo! Lo facciamo ogni volta che qualcuno ci dice “fa’ questo e fa’ quello” e noi, anche se lo riteniamo ingiusto e non equo, rispondiamo con un sommesso sì. No, non va bene! Se il capo non sta facendo il suo lavoro non può aspettarsi che noi gli pariamo il culo. Ci sono delle regole da rispettare. Quando si tratta di lavoro c’è un do ut des, non che io metto in stand-by la mia vita per fare un favore a te che cerchi manodopera a costo zero. Mi spiace, non funziona così. Nel lavoro c’è comunque una forma di collaborazione, sempre e comunque. Come??? Avete capito bene! E’ vero, il capo dà ordini. Ma se io sono un operaio che ogni giorno non fa altro che azionare una leva per creare che so, dei bulloni, mi aspetto che il boss li venda di modo che ci guadagna e con parte del guadagno non solo mi paghi ma mi tuteli pure, esempio con un’assicurazione o con la messa in sicurezza dell’impianto. Io faccio il mio, lui fa il suo.

Io sono una di quelle che vuole battersi perchè in campo cinematografico le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini e perchè il loro lavoro venga equiparato. Basta vedere per la maggior parte volti maschili in lizza per gli incarichi più importanti o i premi più ambiti. Ed è una nozione che, comunque sia, dovrebbe diventare trasversale in tutti i settori. Se mi faccio il mazzo quanto te, mi aspetto le tue stesse opportunità. Ma lottare significa anche smettere di scattare sull’attenti appena qualcuno ti dice di fare una cosa. Certo, se hai firmato un contratto che ti dice che tu ogni giorno ti impegni a raccogliere fragole per otto ore, tu per otto ore devi raccogliere fragole e se la tua pausa bagno prevede anche una telefonata alle amiche, il selfie da postare su Facebook, il caffè al bar e dieci minuti a fissare il sole perchè, in effetti, ti stai ustionando la schiena ma la faccia resta cadaverica… beh, qualcosa non torna e se ti richiamano all’ordine ti conviene davvero precipitarti. Ma se quello stesso campo avete deciso di gestirlo assieme, quando hai fatto la tua parte hai tutto il diritto di affermare “no, non faccio anche la tua e poi alla fine dividiamo il ricavato”.

Per non abbandonare la mia metafora (non chiedetemi come m’è venuto in mente di parlar di fragole, non ne ho la più pallida idea…), siamo tutti coltivatori di fragole (ovviamente ognuno nel suo campo) e abbiamo tutto il diritto di pretendere quello che ci spetta. E’ pura e semplice questione di autostima. Non permettiamo a nessuno di reputarci inferiori nè di sfruttarci nè di mettere in dubbio il nostro valore. Certo, possiamo essere alle prime armi e avere molto da imparare, è importante essere anche umili se davvero vogliamo crescere. Ma questo non significa che l’apporto di ognuno di noi non sia fondamentale e che ad ognuno spetti il riconoscimento del proprio impegno. Quindi no, non facciamoci usare per paura di venir tagliati fuori, facciamo sentire la nostra voce, perchè vale quanto quella di tutti gli altri. Dove si trova il coraggio di far questo: credendo in se stessi, consapevoli di cosa si è fatto per arrivare dove si è. Stimando se stessi, perchè finchè siamo in un percorso di crescita, meritiamo tutta la nostra stima. E soprattutto amando se stessi, perchè ciò implica riconoscere il valore unico che possediamo e possiamo dare al mondo. Quindi, a testa alta, io ti dico: AMATI!

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