Il diavolo può sempre cambiare. Una volta era un angelo ed è ancora in una fase di evoluzione.
-Laurence J. Peter-

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Citazione del giorno

Canzone del giorno

Burning Gold

(Christina Perri)

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 41

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Avete mai fatto caso che tutti ci definiamo (e definiamo gli altri) buoni o cattivi? E la maggior parte di noi fa di tutto per rientrare nella prima categoria… anche se diciamocelo, il villain ha sempre il suo fascino. Buoni e cattivi. Mai giusti. Già, nessuno si premura mai di essere, semplicemente, giusto, di piantare davanti a sé il vessillo della giustizia. Perchè? Bella domanda! Forse, è solo un’idea, perchè alla giustizia noi colleghiamo un’idea di giudizio. E da bravi cristiani (credenti o meno, non importa: in quanto italiani fa parte del nostro imprinting) ci è stato detto che solo chi è senza peccato può permettersi di scagliare la prima pietra.

Essere giudicato non piace a nessuno. Soprattutto perchè in genere lo siamo in senso negativo. Strano, no, quanti più segni – ci siano nella quotidianità rispetto ai +. Prendiamo solo un banalissimo esempio: ma quanto critiche non siamo noi donne nei confronti delle altre? Banalissimamente, possiamo incrociare la donna più meravigliosa dell’intero pianeta ma quante di noi lo riconoscerebbero (soprattuto se il fidanzato in parte è immediatamente entrato in modalità “sbavo”?) e quante invece noterebbero un vaghissimo accenno di cellulite piuttosto che un’unghia incarnita piuttosto che le doppie punte? Insomma, soprattutto quando si parla di altre persone, il giudizio tende più a sottrarre qualcosa alla sua personalità piuttosto che a riconoscere i lati migliori. Quindi no, non ci piace venire giudicati perchè per noi equivale a sentirsi rivolgere delle critiche.

Ma l’essere giusti, il praticare la giustizia, questo ci sfugge, non equivale ad esprimere un giudizio, anzi! Ok, a meno che non si tratti di un giudice, quello lo deve fare per forza, è pur sempre il suo lavoro… comunque si spera sia equo… Essere giusti, in realtà, è proprio la sospensione del giudizio. E tra l’altro è proprio così che dovrebbe operare un giudice: certo, giudica una persona colpevole o innocente, ma cosa significa? Non certo che il colpevole sia il cattivo e l’innocente il buono. La vita è molto più complessa di così. (E alcune leggi italiane assurde, se proprio vogliamo dirla tutta…) E’ cattivo un padre che ruba una mela per il figlio quando da giorni non riescono ad avere un pasto decente? E’ cattivo l’uomo che per proteggere la sua famiglia spara ad un malvivente entrato in casa sua per rubare e magari, chissà, visti i tempi, violentare la moglie e ammazzare di botte lui? E’ cattiva la donna che decide di abortire dopo uno stupro? (Digressione dovuta: una donna dovrebbe sempre essere libera di scegliere ed un medico dovrebbe sempre relazionarsi con la sua paziente. E gli obiettori non dovrebbero fare i ginecologi.)

Non c’è giusto e non c’è sbagliato. Ci sono regole, codici di comportamento, leggi. Purtroppo spesso sono arbitrarie ma tutti noi abbiamo una coscienza che dovrebbe farci capire cos’è giusto e cosa non lo è. E in questo caso possiamo esprimere il verdetto. Ma non in maniera soggettiva, non perchè ci gira così, non per colpire un’altra persona. Il verdetto arriva perchè c’è una giustizia. La legge di gravità non guarda se siamo alti, belli, simpatici, intelligenti etc etc. Se ci buttiamo dal tetto cadiamo. Punto. E’ un fatto. Alla legge di gravità non frega nulla di noi, fa il suo dovere. E quando ci sfracelliamo a terra non ci giudica degli idioti per aver saltato da un tetto (quello nel caso lo dico io: stai pensando di saltare dal tetto per vedere se voli? Sei una persona, idiota, non un uccello! Entra in casa!) Le leggi naturali, se vogliamo, sono un po’ come la matematica: non rappresentano mai un’opinione. La Terra non inizia a girare a casaccio perchè si è stancata della solita rotazione (hai tutta la mia stima, Terra: io mi sarei rotta da un pezzo…), le maree non cambiano ciclo, le rose non ti sbucano in giardino in pieno inverno perchè vogliono ammirare le luci natalizie, a parte Benjamin Botton non nasciamo vecchi per ringiovanire così, per distinguerci dagli altri, un corpo immobile non inizierà a spostarsi da solo perchè si è stancato della solita visuale. E così via…

Leggi. Non si sfugge. E in ogni caso non c’è giudizio: quello che è giusto è giusto, quello che è sbagliato è sbagliato.

Quello in cui siamo maestri noi, all’opposto di Madre Natura nella sua immensa saggezza e imparzialità, è nel puntare il dito o, al contrario, nel giustificare. Quando si parla di qualcuno a cui tengo io ero bravissima a dare giustificazioni. Avrei potuto giustificare anche uno pronto ad ammazzarmi perchè poverino, lui era nervoso e io un po’ troppo indisponente… (col cavolo! Io lo menavo e pure forte, ma quante donne maltrattate giustificano i loro aguzzini colpevolizzando se stesse?) Esempi eccessivi a parte, ero bravissima a giustificare (tendenzialmente lo sono ancora, solo che ho imparato che in un primo momento va bene ma quando uno tira troppo la corda… anche no!): poverino, è troppo impegnato, poverino, non sta bene, poverino, è stanco, poverino, poverino, poverino… Poi ho capito che no, non va bene. Non fa bene a me e non fa bene all’altro… e poverino, non vorremo mica insegnargli a non prendersi mai responsabilità, vi pare? Così ho iniziato a pensare in maniera opposta. Certo, se c’è traffico e arrivi in ritardo perchè bloccato in un ingorgo ovvio che non me la prendo, ma se lo stesso ritardo è dovuto a una tua mancanza di organizzazione o al fatto che c’era la partita della tua squadra del cuore (eccheccavolo, lo sapevi da tempo che c’era!) o comunque una tua mancanza non puoi aspettarti che io sia tutta felice di vederti… con un’ora di ritardo! Senza scenate, senza litigi, ma le cose vanno dette. Se una persona si comporta di merda con voi per un qualsiasi motivo va detto, vanno messe in chiaro le cose, va instaurato un dialogo per cercare di venirsi incontro (anche perchè appunto… nessuno di noi può scagliare la prima pietra). Ma se nulla serve… beh, che altro resta da fare se non tagliare? E non per cattiveria ma perchè è giusto. Perchè meritiamo rispetto. Perchè in mancanza di giustizia, tutti noi rischiamo di trasformarci in vittime.

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorni 39/40

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Lo so, lo so… ieri ho tirato pacco! 😦 però non è colpaccia mia: non andava la connessione internet! Il che significa che sapevo già di cosa volevo parlare ma… niente da fare. Ho riavviato il computer, ho disattivato il Wi-Fi, ho provato a connettermi ad altre linee… zero! Alla fine l’unica opzione rimasta era guardarmi un film, leggere un po’ e riprovare… ancora nulla da fare. Così che vi devo dire? Alla fine ho accettato la cosa e me ne sono andata a letto. E buonanotte a me. E stamattina, come per miracolo, eccola di nuovo, la mia connessione (che forse era meglio se allungava il giro visto che ho la casella postale piena di mail riguardanti l’informativa sulla privacy…)

E quindi la riflessione nasce spontanea: quanto non siamo nella ehm… pupù… quando internet è fuori uso? Niente più collegamenti con il mondo (che tanto ormai passano tutti per social e chat), niente news in tempo reale grazie ai giornali online, niente gossip via Facebook, siamo rovinati perfino se dobbiamo prendere per la gola qualcuno e non abbiamo idea di che ricetta proporre… Niente. Nada. Nothing. In una parola: Kaput! Già, siamo rovinati e isolati. E con il grande rammarico di non essere in grado di usare i segnali di fumo nè di aver mai imparato l’alfabeto morse. Quante ore passiamo al giorno connessi con la rete? Probabilmente molte di più rispetto a quelle che trascorriamo connessi con noi stessi e con il nostro cervello… Tant’è che basta un problema di connessione per impedirci di fare qualcosa, fosse anche solo rispettare il nostro impegno di pubblicare un post su un blog.

Nostalgia? Sì, in parte. Nostalgia di quando i nostri social erano la strada o il campetto. Nostalgia di quando si aspettava in trepida attesa il postino. Nostalgia di quando gli aggiornamenti sulle rispettive vite avvenivano “real life” e non erano ancora superflui (perchè tanto per essere aggiornati basta controllare una pagina Fb, no?) Nostalgia di quando… no, dai, di quando chiamavi il tuo primo ragazzino e pregavi che non rispondesse sua madre? Quella non mi manca proprio, lo ammetto… Anche se quel telefono fisso tutelava la nostra privacy. Voglio dire, chi non ha mai detto a genitori e fratelli “se chiama X non ci sono?” Adesso per ignorare un messaggio o una telefonata devi praticamente obbligatoriamente passare per idiota: ho scordato il cellulare, mi è morta la batteria… Andiamo, quale degenerato si permette il lusso di non avere il telefono a portata di mano e cavi per la batteria sparsi ovunque? Almeno siate originali: “sto guidando, non ho gli auricolari!” (Vi chiederete chi non si porta mai appresso gli auricolari in auto: io! perchè come spiegavo qualche giorno fa, io quando guido ascolto qualche cd, stop. col cavolo che mi faccio interrompere questo momento di quiete tutta mia da qualcuno!)

Viviamo in un’epoca in cui siamo diventati schiavi del nostro essere connessi. Ci lamentiamo della mancanza di privacy e postiamo qualsiasi fesseria pubblicamente… oltre a ficcanasare nelle bacheche altrui. Però se ci fate caso… quanti cellulari/computer appaiono nei film, o nei libri? Certo, chiaro che ci sono, sono oggetti di scena che svolgono una qualche loro funzione importantissima. Appena conclusa, spariscono. Poi certo, ci sono film che si basano proprio su quello che può essere veicolato tramite la tecnologia, penso a Perfetti sconosciuti piuttosto che a Saw piuttosto che Il terrore corre sul filo e così via. Però immaginate un film in cui il protagonista trascorra ore su ore davanti a uno schermo: non un pensiero, non un’azione… solo lui che digita commenti offensivi e mette like. Poi ogni tanto un mega colpo di scena: tipo che si fa un selfie o riceve un messaggio in chat. WOW! Affascinante! Coinvolgente! Ditemi dove lo danno, devo vederlo…

Beh, vi do una news: siamo noi. Ok, magari non ci trascorriamo intere giornate, magari non rientriamo nella categoria haters, magari ci siamo pure cancellati da Facebook quando siamo stati saturi del nulla che lo invade… Però chi non ricorre a internet? Fosse per un video su youtube, il palinsesto giornaliero, la prenotazione di un hotel o di un biglietto aereo… Abbiamo azzerato le distanze… rendendole invalicabili! Già, perchè tanto finchè c’è WhatsApp che ci frega di fare dieci kilometri in auto per incontrare un vecchio amico? Finchè mi basta guardare tra i suggerimenti di amicizia decisi da un algoritmo, perchè dovrei uscire a conoscere nuove persone? Finchè ci posso provare con qualcuno via web, perchè starmene in un angolo in discoteca a osservare tutti quelli che passano? La quotidianità sembra troppo faticosa, meglio ordinare qualcosa da mangiare con JustEat e non pensarci. (Ovviamente appena arriva il fattorino cellulare alla mano: non posso non postare una foto di questa fantastica pizza, vi pare?)

Insomma, siamo talmente connessi da essere diventati soli.

E siamo talmente impegnati nell’essere connessi che non facciamo più nulla della nostra vita.

Una volta i genitori spedivano a letto i figli alle dieci di sera. Ora alle dieci di sera sono impegnati davanti al computer per rendersi conto che i figli dovrebbero andare a dormire.

Sto facendo una tirata contro la tecnologia? Assolutamente no! La tecnologia è fantastica, può perfino salvarci la vita. Di sicuro ce la semplifica a mille. La tirata piuttosto è contro l’essere umano che preferisce perdere la sua identità pur di restare al passo. Che accetta di farsi usare piuttosto che sfruttarla al meglio.

Siamo tutti così? No. Per fortuna no. Ma la grande paura è che tra qualche anno non potremo più fare quest’affermazione, mentre osserveremo le nuove generazioni autodistruggersi a suon di cyberbullismo e ammalarsi di virus informatici. C’è quasi da rimpiangere i tempi in cui i maschietti venivano minacciati di cecità se eccedevano con una certa attività… e non avevano Wikipedia per controllare se veramente esisteva un simile rischio.

 

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 38

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Il sole non riesce a creare certe magiche dolcezze… Eppure chissà perchè non diamo mai alle nubi il merito che spetta loro. Continuo a sentire persone che si lamentano della pioggia, del maltempo… Certo, capisco che una giornata di sole mette tutti di buon umore. Come piace a tutti avere una bella auto, un appartamento spazioso e ben arredato, un guardaroba alla moda, un compagno più che piacevole al proprio fianco. In poche parole: tutti puntiamo al bello e al meglio. E non c’è nulla di sbagliato. Almeno, non c’è fino a quando ci rendiamo conto che anche nelle situazioni meno piacevoli c’è del bello, del buono, qualcosa di cui godere.

Oggi pioveva. E io avevo voglia di farmi una passeggiata in spiaggia visto che ieri non ne avevo avuto l’occasione (a parte alcuni impegni, in ogni caso diluviava…) Ho provato ad andare in riva al mare ma onestamente era troppo freschino per i miei gusti. Poi mi piace camminare a piedi nudi e… sentivo la broncopolmonite risalirmi lungo le gambe. In poche parole: non proprio il caso. (E mi è andata bene così perchè sono uscita che piovigginava appena, piacevolissimo camminare senza ombrello… ma se mi fossi attardata un po’ di più sarei rientrata fradicia. Non che sia un problema prendermi un acquazzone… ma quando hai il cellulare in una piccola borsetta di tela beh… ci penserei due volte, sai mai!) Però ho avuto comunque il tempo per far due passi, sentire la sabbia massaggiarmi i piedi, salutare il mio mare. E percepire tutta la sua calma, la sua dolcezza. C’era un clima morbido, con pochissima gente che si era azzardata ad andare a carezzare le piccole onde sul bagnasciuga, moltissimo silenzio e quel vento che spettina molto più i pensieri che non i capelli. E mi sono resa conto che il sole non avrebbe comunque trovato posto in un quadro del genere. L’avrebbe travolto, bruciato, disonorato. Con la sua forza avrebbe spinto la gente a riversarsi su quella stessa riva, avrebbe riempito l’aria di voci e schiamazzi, avrebbe infastidito la mia pelle arrossandola. E sì, il sole è vita, tanto che ci sono fiori che lo venerano seguendolo con lo sguardo tutto il tempo. Tanto che quando lui sembra essere un po’ addormentato gli animali vanno in letargo. Tanto che quando non fa capolino a darci il buongiorno sentiamo che la nostra giornata è in qualche modo rovinata.

Già. Il sole è vita. E noi come sempre ci appelliamo con tutte le nostre forze ad essa. Eppure non ci lamentiamo quando la luna prende il suo posto nel cielo, lo facciamo solo quando le nubi lo coprono. Così come facciamo quando le nubi coprono i nostri pensieri solari. Totalmente inconsapevoli del fatto che, per qualche strano motivo, sono più quelle nubi che ci aiutano a crescere che non tutte le giornate serene rallegrate da piccoli fiori chiamati “gioie”. Eppure sono proprio le nubi a farci apprezzare il sole, no? A permetterci di non darlo mai per scontato… E’ come quando termina un periodo negativo e finalmente i nostri pensieri si rischiarano: apprezziamo quel momento di sollievo, quel sorriso che ci si stampa in faccia, quel rilassamento che travolge i nostri sensi fino a quel momento all’erta. E apprezziamo anche noi stessi, per aver superato quel momento buio, per essere stati in grado di crescere, maturare e apprendere qualcosa.

Come sempre: cambia prospettiva e darai un nuovo significato al tutto. Perchè in fin dei conti noi cerchiamo il sole nella nostra vita senza renderci conto che siamo noi stessi il nostro sole. Tutto ruota attorno a noi. No, non per egocentrismo, banalmente perchè noi diamo un senso, un significato a tutto quello che viviamo, che ci accade, che vediamo e ascoltiamo. Noi rendiamo giorno dopo giorno la nostra realtà quella che è. E non parlo solo di fare qualcosa praticamente, parlo di pensieri, parlo di stati d’animo. Spesso mi sento dire, da persone che evidentemente preferiscono sorvolare sul tipo di vita che posso condurre e aver condotto fino ad ora, quanto sono “fortunata” a fare il lavoro che amo. E ho sempre risposto che la fortuna non c’entra proprio (se non forse nell’accezione di quella che ti costruisci da solo). Parlano di fortuna e mai di duro lavoro, di denti stretti, di rospi ingoiati, di eventi saltati, di amici persi per strada per il troppo poco tempo a disposizione. Ma c’è un’altra cosa, tanto fondamentale quanto la volontà e la capacità di non perdere di vista i propri sogni: è continuare a mantenere un pensiero positivo riguardo quell’obiettivo, è ficcarci sopra un faro e non permettere a nulla e nessuno di spegnerlo. E non voglio dire che il pensiero positivo, da solo, sia la panacea a tutti i mali del mondo. Affermo piuttosto che è quella certezza che ti spinge ad andare avanti. E lo fa perchè, alla fin fine, è il tuo stesso essere che si fa luce, spaccando i muri di oscurità che ti puoi costruire attorno quando inizi a pensare che forse non ne vale la pena, che forse hai sbagliato, che forse un’altra strada era migliore per te.

Sì. Noi siamo il nostro sole. E forse non saremo in grado di abbronzarci osservando il nostro riflesso allo specchio, ma darci calore, darci vita, quello siamo perfettamente in grado di farlo.

Il sole splende e riscalda e ci illumina e non abbiamo curiosità di sapere perché è così; e invece ci chiediamo la ragione di ogni male, del dolore e della fame, e delle zanzare e delle persone stupide.
-Ralph Waldo Emerson-

Citazione del giorno