Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 33

32842159_10156272323019763_322494250849665024_nRicapitolando… ho 38 anni e tutto quello che si potrebbe volere dalla vita.

A parte un lavoro retribuito (vita da giovani sceneggiatori in Italia: ti commissionano una sceneggiatura e mentre la produzione fa il suo lavoro ti chiede l’esclusiva senza però voler comprare l’opzione… vabbeh…). Un posto tutto mio. Una vita sociale. Un decente conto in banca. L’equilibrio per camminare sui tacchi alti. Qualcuno che mi porti il caffè a letto. Dei capelli con un senso. La pazienza per truccarmi. Una piscina vicina a casa. La capacità di far fuggire le zanzare con uno sguardo. La bacchetta magica. La macchina del tempo. Qualche botta di culo. Soprattutto, l’attitudine per vivere il quotidiano. (Voglio dire… c’è chi ama fare tutte quelle piccole faccende domestiche… a me viene il magone solo al pensiero di pulire la scrivania… ok, se la vedeste capireste che è davvero un casino ogni volta spostare tutto…)

A parte questo, dicevo, ho tutto quello che potrei desiderare.

E’ che per qualche motivo noi ci focalizziamo sempre su quello che manca. I nostri problemi sono insormontabili (non per altro a chi chiediamo consiglio se non ad un occhio esterno?). Le nostre litigate sempre catastrofiche, quelle che portano alla rottura di ogni rapporto. I nostri incidenti domestici simil-mortali. Un’influenza ci porta dritti all’ospedale. Una dieta ci fa morir di fame. Insomma, potrei continuare per ore. Fatto sta che tutto quello che ci capita di negativo viene ingigantito, che dico, viene elevato all’ennesima potenza. Un po’ come un uomo con 37.5 di febbre che si appresta a far testamento, insomma.

In compenso quello che abbiamo non è mai abbastanza, non è mai all’altezza, non è mai quello che diciamo di volere. C’è sempre un di più, un confronto con gli altri, una mania di possesso e potere che ci attanaglia lo stomaco e ci fa piegare in due mentre ci sussurra all’orecchio che la felicità è ad un passo, basterebbe avere quella cosa, quella persona, quelle attenzioni…

Appartengo a questa categoria? Assolutamente sì. Voglio sempre di più, non sono in grado di accontentarmi. Non credo neanche sia sbagliato, basta vivere bene questa sensazione di mancanza, basta cambiare prospettiva. Ci serve imparare intanto ad apprezzare quello che già abbiamo e continuare a desiderare, sì, ma senza per questo far sì che il desiderio si impossessi della nostra vita e della nostra anima portandoci ad annientare gli altri, a calpestarli, a superarli a suon di cazzotti. La verità è che tutti vogliamo di più. Se non altro, tutti vogliamo una vita migliore in un mondo migliore. Insomma, quello che voglio dire è che è umano desiderare qualcosa. Anche i più illuminati, anche i più saggi tra noi, quelli che tutti ammiriamo, amiamo o preghiamo. E’ che alla fine tutti vogliamo il meglio. Che sia un lavoro migliore o che sia la pace nel mondo. Desideriamo perchè sappiamo, anche se ce lo siamo dimenticati, che siamo anime infinite e siamo il riflesso di quel Dio (chiamatelo nel modo che volete) che è abbondanza.

Mi sono lamentata giusto ieri, no? Cavolo, sono stanca, cavolo, ho perso la storia, cavolo, non riuscirò a terminare due progetti nel tempo prefissato… Peggio, chissà quando arriveranno nuovi personaggi a trovarmi… Però ho fatto silenzio, mi sono abbandonata a questa sensazione di solitudine (è sempre così quando termini di scrivere una storia e i suoi personaggi si congedano da te), ho pure sparso qualche lacrima perchè… beh, non centrare un obiettivo per me è sempre un fallimento… Che poi insomma… sto blog si chiama 45 giorni UN progetto, che cavolo mi spacco la testa a fare? Comunque sia, ho accettato il tutto. Ho pensato che non fosse il momento. Ho riflettuto che probabilmente c’è qualcos’altro dietro l’angolo e per questo non posso essere impegnata in qualcosa.

Così mi sono preparata per riprendere in mano la sceneggiatura e fare la seconda stesura. E poi stamattina, mentre passeggiavo in spiaggia, ho capito. Ho capito che la storia effettivamente non è pronta per essere scritta perchè l’ho sempre vista “in piccolo”. Ci sono altri personaggi che ancora non si sono presentati, c’è un messaggio più grande di quello che pensavo, ci sono più destini che s’incrociano.

A volte le grandi cose nascono dal fallimento delle piccole. A volte c’impuntiamo nell’inseguire una meta senza guardarci attorno e vedere se ce ne sono altre più appetibili. A volte sogniamo troppo in piccolo, desideriamo troppo in piccolo. E la vita, in qualche modo, ci riporta all’ordine, ci rimette nella giusta prospettiva. Quindi ecco qua… nessun fallimento, solo un po’ di pazienza aspettando gli altri personaggi si palesino e quel piccolo dipinto che pensavo di dover scrivere si trasformi in un quadro più grande e articolato.

Quindi sì. Ho 38 anni, non la vita più invidiabile del mondo, ma ho tutto quello che mi serve per creare la vita che voglio e tutti i desideri necessari per riempirla e decorarla come ho in mente io.

Annunci
Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 4

18155704_10155200001874763_478296845_nPer amare bisogna essere liberi. Per amare ci vuole coraggio.

Ok, non sto dicendo che è legale innamorarsi di qualcuno solo se si è single. Voglio dire che aiuterebbe molto se tutti noi riuscissimo a liberare la testa dai condizionamenti che abbiamo ricevuto nel corso della vita. Vedo in giro tantissimi post sul tema “i bambini ci guardano”, “sii un buon esempio per i tuoi figli” etc etc. Così, a ragione, ci preoccupiamo di come cresceranno le generazioni di domani, ma come siamo cresciuti noi? Che esempi abbiamo avuto? Ci hanno insegnato che “amore” sono mamma e papà che ancora si vogliono bene. Che “amore” è sacrificarsi per la famiglia. Che “amore” è rispetto e perdono e fiducia e… Che “amore” può essere declinato in “amicizia” e che lo si può provare per il proprio animale domestico tanto quanto per un lavoro, un luogo, un’opera d’arte (di qualsiasi genere essa sia), un paio di scarpe, un ricordo, piuttosto che l’intera umanità o addirittura l’intero creato (che qui, secondo me, siamo comunque ai limiti della santità…) E ci hanno detto che lo si manifesta dedicandosi all’altro, andandogli incontro, concedendogli libertà, essendo sinceri, magari prendendosi cura della casa e dei figli o “procurando il pane”, sostenendosi a vicenda (anche nelle faccende domestiche e nell’educazione della prole in epoca più recente) e via dicendo.

Così ci hanno detto. Così ci hanno insegnato.

Appunto.

Non dico che sia un’idea d’amore sbagliata. Mi chiedo dove risiede la felicità in tutto questo. Mi chiedo dove si trovano i concetti più ludici in tutto questo. Mi chiedo dove siano le risposte fisiologiche in tutto questo…

Il punto, a mio avviso, è che ognuno è libero di amare in modo diverso, secondo la sua natura, secondo il suo modo di essere. Possono esistere persone che si amano alla follia ma decidono di non sposarsi, di non creare una famiglia, addirittura di non vivere assieme. Così come possono esserci coppie che vivono in perfetta simbiosi. Amare può essere un’infinità di cosa e si può dimostrare amore in un’infinità di modi. C’è chi lo fa programmando un futuro comune, chi senza mai trovare le parole per esprimerlo, chi nell’ombra, chi alla luce del sole. C’è chi urla quello che prova e chi lo dimostra prendendoti al volo ancora prima che tu possa cadere. Dicono che chi ti vuole bene non ti abbandona prima che tu ti sia rialzato. Credo che si possa anche voler bene spostando il ramo che sta per farti inciampare. Certo, forse non avrai imparato a guardare dove metti i piedi ma tanto la vita ha fantasia da vendere e se non l’hai fatto quella volta allora troverà il modo per farti imbattere in un gradino che non vedrai o in un marciapiede rovinato. E poi penso anche che amore sia ridere assieme, buttarsi a capofitto in nuove avventure (assieme o singolarmente, tanto se ci sia ama davvero poi si condivideranno le esperienze vissute), fare piccole pazzie da ricordare tra 10-20-50 anni, prendersi in giro a vicenda e giocare. Amare è essere felici assieme ed essere felici anche da soli. E volere, sperare che l’altro sia felice.

Ma questo non ce lo dicono. Per qualche buffa ragione “amore” dev’essere tuffo al cuore (sensazione fisica terribile, per quanto mi riguarda…) e fastidiose farfalle nello stomaco. E poi… beh, una specie di lavoro a tempo pieno. Perchè l’amore va innaffiato e concimato e potato e tenuto sotto controllo (specie se vivi in un appartamento con le pareti particolarmente sottili…). Amen!

Beh… dovremmo trovare la forma d’amore che è più giusta per noi, al diavolo quello che ci hanno insegnato. Del resto fino a pochi anni fa “famiglia” erano solo mamma e papà e figli, possibilmente tutti con la pelle dello stesso colore. Poi sono arrivate le coppie miste, poi le famiglie allargate, poi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E va bene così, è perfetto così. Proprio perchè amore è liberta ed essere se stessi.

E qui entra in gioco il coraggio: ci vuole un coraggio assurdo per essere se stessi, per manifestarsi. E’ più facile fidarsi di quello che ci è stato insegnato piuttosto che metterlo in discussione o trovare strade alternative. (Basta vedere i grandi rivoluzionari, in tutti i campi, del passato… o anche solo il dr. Gava al giorno d’oggi…) E ci vuole coraggio anche ad essere fedeli a se stessi quando sarebbe più facile farsi accettare dall’altro se ci omologassimo.

Però… quanto fa sentire vivi riuscirci!

(Sì, come avrete già capito… oggi ho “incontrato” Betsie, il mio personaggio che meglio rappresenta la libertà e la gioia di amare. Sì, ha preso delle batoste infernali dalla vita ma non si è piegata, non ha ceduto, ha ascoltato se stessa e non gli altri. E io l’adoro così, con la sua vita difficile ma non sprecata!)

Ah, quasi dimenticavo: e comunque sia… il vero coraggio, quello con la C maiuscola, sta proprio nell’amare, in quel lasciarsi andare, in quel mettere a tacere completamente il cervello e ignorare quella fitta al fianco che ti indica la paura di farti un male cane. Mi domando quanti, veramente, hanno il coraggio di amare davvero, anche solo per un giorno, anche solo per un’ora. Ragazzi, per amare ci vogliono davvero le palle, non c’è altro da dire…

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 2

2Per la serie: i miei segreti da scrittrice…

Stamattina stavo impazzendo alla ricerca di una soluzione. Conosco quasi alla perfezione i miei protagonisti, sono come vecchi amici ormai… Però vedevo uno di loro “scomodo”. La sensazione era che io gli avessi affibbiato un lavoro che non lo rispecchiava, non in pieno almeno. Non gli calzava come un guanto, non gli permetteva di essere totalmente se stesso. La cosa più ovvia da fare, finchè sono ancora all’inizio, era dargliene uno che lui potesse apprezzare. Ma quale? Ho passato un bel po’ di tempo a chiedermi cosa potesse fare nella vita e come questa scelta professionale l’avesse portato al punto in cui lo incontriamo per la prima volta nella storia. Niente, andavo a sbattere sempre nella stessa professione, quella non totalmente adatta a lui. Pensa e ripensa mi sono improvvisamente resa conto che stavo percorrendo la strada più difficile mentre bastava fare la cosa più ovvia di tutte: chiedere direttamente a lui quale fosse il suo lavoro. Detto fatto. In meno di un minuto la risposta era scritta a lettere cubitali nella mia testa: ghostwriter! A quel punto però un’altra domanda cercava risposta: “e perchè allora ti trovi dall’altra parte dell’oceano adesso?” Se è ancora valido il detto che è da maleducati rispondere a una domanda con un’altra domanda, allora devo dire che il mio personaggio rientra in questa categoria. Però il mio maleducato mi piace un casino perchè mi stimola. La sua non-risposta, infatti, è stata: “e perchè tu fai quello che fai?”

Io… io cerco risposte a domande che neppure conosco, cerco di capire chi sono veramente, nel profondo più profondo di me.

Ecco, scrivere è proprio questo, secondo me. Entrare in contatto con tutti i tuoi personaggi, le mille e più sfumature di te stessa. Narrare la loro storia per conoscerti più a fondo, per imparare ad accettarti, a rispettarti. E perchè no, per scoprire quanto immensi possiamo essere. No. Non credo che scrivere sia una qualche forma di terapia. Credo piuttosto che scrivere sia un continuo scavo che permette di capire meglio noi e gli altri, che in un certo senso ti fa anche apprendere lezioni che sarebbero molto più pesanti da apprendere vivendo quelle stesse situazioni.

Fatto sta che è affascinante questa domanda: “perchè?”. Perchè fai quello che fai? Perchè sei quello che sei? Cosa ti ha spinto a compiere quelle scelte, in base a cosa hai scelto proprio questo sentiero al bivio? Le risposte sono infinite, variano per ognuno di noi. Ma ogni “perchè” ci porta più vicini alla meta, qualsiasi essa sia. Ogni perchè ci fa essere un po’ più noi stessi o ci porta ad essere un po’ più lontani da noi stessi. Credo che andrebbero scelti i primi, se la fretta di raggiungere il nostro obiettivo è tanta. Ma non penso che i secondi siano poi così terribili: cosa c’è di spaventoso nell’assomigliarsi un po’ meno? Magari questo ci aiuta a scoprire che in realtà non ci siamo mai realmente rispecchiati ma ci siamo limitati a indossare i perchè altrui: quelli della famiglia, quelli della società, quelli di qualche persona importante per noi.

Scegli i tuoi perchè con cura o lasciati guidare dall’istinto e buttati in quello che più ti attira… Non importa come ti comporterai, se sei tu a scegliere, sarai comunque sempre fedele a te stesso!