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Giorno 38

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Il sole non riesce a creare certe magiche dolcezze… Eppure chissà perchè non diamo mai alle nubi il merito che spetta loro. Continuo a sentire persone che si lamentano della pioggia, del maltempo… Certo, capisco che una giornata di sole mette tutti di buon umore. Come piace a tutti avere una bella auto, un appartamento spazioso e ben arredato, un guardaroba alla moda, un compagno più che piacevole al proprio fianco. In poche parole: tutti puntiamo al bello e al meglio. E non c’è nulla di sbagliato. Almeno, non c’è fino a quando ci rendiamo conto che anche nelle situazioni meno piacevoli c’è del bello, del buono, qualcosa di cui godere.

Oggi pioveva. E io avevo voglia di farmi una passeggiata in spiaggia visto che ieri non ne avevo avuto l’occasione (a parte alcuni impegni, in ogni caso diluviava…) Ho provato ad andare in riva al mare ma onestamente era troppo freschino per i miei gusti. Poi mi piace camminare a piedi nudi e… sentivo la broncopolmonite risalirmi lungo le gambe. In poche parole: non proprio il caso. (E mi è andata bene così perchè sono uscita che piovigginava appena, piacevolissimo camminare senza ombrello… ma se mi fossi attardata un po’ di più sarei rientrata fradicia. Non che sia un problema prendermi un acquazzone… ma quando hai il cellulare in una piccola borsetta di tela beh… ci penserei due volte, sai mai!) Però ho avuto comunque il tempo per far due passi, sentire la sabbia massaggiarmi i piedi, salutare il mio mare. E percepire tutta la sua calma, la sua dolcezza. C’era un clima morbido, con pochissima gente che si era azzardata ad andare a carezzare le piccole onde sul bagnasciuga, moltissimo silenzio e quel vento che spettina molto più i pensieri che non i capelli. E mi sono resa conto che il sole non avrebbe comunque trovato posto in un quadro del genere. L’avrebbe travolto, bruciato, disonorato. Con la sua forza avrebbe spinto la gente a riversarsi su quella stessa riva, avrebbe riempito l’aria di voci e schiamazzi, avrebbe infastidito la mia pelle arrossandola. E sì, il sole è vita, tanto che ci sono fiori che lo venerano seguendolo con lo sguardo tutto il tempo. Tanto che quando lui sembra essere un po’ addormentato gli animali vanno in letargo. Tanto che quando non fa capolino a darci il buongiorno sentiamo che la nostra giornata è in qualche modo rovinata.

Già. Il sole è vita. E noi come sempre ci appelliamo con tutte le nostre forze ad essa. Eppure non ci lamentiamo quando la luna prende il suo posto nel cielo, lo facciamo solo quando le nubi lo coprono. Così come facciamo quando le nubi coprono i nostri pensieri solari. Totalmente inconsapevoli del fatto che, per qualche strano motivo, sono più quelle nubi che ci aiutano a crescere che non tutte le giornate serene rallegrate da piccoli fiori chiamati “gioie”. Eppure sono proprio le nubi a farci apprezzare il sole, no? A permetterci di non darlo mai per scontato… E’ come quando termina un periodo negativo e finalmente i nostri pensieri si rischiarano: apprezziamo quel momento di sollievo, quel sorriso che ci si stampa in faccia, quel rilassamento che travolge i nostri sensi fino a quel momento all’erta. E apprezziamo anche noi stessi, per aver superato quel momento buio, per essere stati in grado di crescere, maturare e apprendere qualcosa.

Come sempre: cambia prospettiva e darai un nuovo significato al tutto. Perchè in fin dei conti noi cerchiamo il sole nella nostra vita senza renderci conto che siamo noi stessi il nostro sole. Tutto ruota attorno a noi. No, non per egocentrismo, banalmente perchè noi diamo un senso, un significato a tutto quello che viviamo, che ci accade, che vediamo e ascoltiamo. Noi rendiamo giorno dopo giorno la nostra realtà quella che è. E non parlo solo di fare qualcosa praticamente, parlo di pensieri, parlo di stati d’animo. Spesso mi sento dire, da persone che evidentemente preferiscono sorvolare sul tipo di vita che posso condurre e aver condotto fino ad ora, quanto sono “fortunata” a fare il lavoro che amo. E ho sempre risposto che la fortuna non c’entra proprio (se non forse nell’accezione di quella che ti costruisci da solo). Parlano di fortuna e mai di duro lavoro, di denti stretti, di rospi ingoiati, di eventi saltati, di amici persi per strada per il troppo poco tempo a disposizione. Ma c’è un’altra cosa, tanto fondamentale quanto la volontà e la capacità di non perdere di vista i propri sogni: è continuare a mantenere un pensiero positivo riguardo quell’obiettivo, è ficcarci sopra un faro e non permettere a nulla e nessuno di spegnerlo. E non voglio dire che il pensiero positivo, da solo, sia la panacea a tutti i mali del mondo. Affermo piuttosto che è quella certezza che ti spinge ad andare avanti. E lo fa perchè, alla fin fine, è il tuo stesso essere che si fa luce, spaccando i muri di oscurità che ti puoi costruire attorno quando inizi a pensare che forse non ne vale la pena, che forse hai sbagliato, che forse un’altra strada era migliore per te.

Sì. Noi siamo il nostro sole. E forse non saremo in grado di abbronzarci osservando il nostro riflesso allo specchio, ma darci calore, darci vita, quello siamo perfettamente in grado di farlo.

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Giorno 37

33139058_10156281626509763_2020413175077273600_nOggi avevo un po’ di commissioni da fare quindi ho trascorso un bel po’ di tempo in auto. E l’auto è esattamente uno dei posti dove preferisco ascoltare musica (ammetto che viene meglio quando si guida nelle sconfinate strade americane -nord o sud che sia- con quell’impressione di poter arrivare ovunque, ma tant’è…). Amo la musica, amo l’idea di avere una colonna sonora per ogni occasione, che gli strumenti suonino nella mia testa o al di fuori. E proprio perchè amo la musica non ascolto la radio: troppe chiacchiere, troppa pubblicità, troppi momenti “non musica” (quindi non chiedetemi nulla sui tormentoni dell’estate: non ho idea di quali siano!)

In compenso ho i miei cd. Anche se in effetti a furia di traslochi… ma dov’è finito il mio malloppo espressamente selezionato per i viaggi in auto? Mistero! In sua assenza nella mia fidata piccoletta ho sempre comunque una piccola scorta, selezionatissima. Oggi non avevo voglia di darmi alla malinconia ascoltando alcuni cd di vari amici musicisti americani, quindi ho optato per la colonna sonora di Evita. (O quella, o LaLaLand…) Io ho una vera passione per i musical, tutti i musical. Datemi un Cantando sotto la pioggia, Jesus Christ Superstar, Chicago, The greatest showman… va bene qualsiasi epoca e va bene pure se sono completamente “musicati” o se le canzoni sono inframezzate dai dialoghi… insomma… basta che sia musical!

Evita poi per me ha un significato particolare. Sì, lo so che possono piovere critiche e stereotipi, so che ha “danneggiato” l’Argentina tanto quanto per altri versi le ha fatto del bene (e del resto gli stessi argentini ancora sono divisi sull’argomento: chi a tutt’oggi la venera, con tanto di ‘santino’ in casa, chi a tutt’oggi la ritiene la causa di tanti mali). Non è questa la sede per sviscerare quello che ha fatto o non fatto nè per giudicare il suo comportamento. E’ che poi io prendo alcuni lati del suo carattere che trovo d’ispirazione e ascoltare quelle canzoni mi dà sempre la carica. Il fatto è che sì, ha fatto scelte discutibili, è stata, per citare il testo di una canzone interpretata da Banderas nel film, “la più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola”, però ragazzi… (e scusate la scelta lessicale ma quando ci vuole ci vuole) che donna con le palle! Forte, coraggiosa, determinata, sicura di sè. Ambiziosa, certo. Fino all’eccesso se volete, tanto da calpestare chiunque, da sfruttare qualunque occasione… Davvero se noi avessimo avuto lo stesso suo passato ci saremmo comportati in modo migliore? Avremmo teso una mano alle stesse persone che ci avevano rifiutati per tutta l’infanzia, fatti sentire poco più che degli animali, scarti della società? C’è un desiderio di vendetta forte, connaturato in lei, che la guida fino a portarla ad innalzarsi sopra gli altri. Poi non è neanche che nuocia all’aristocrazia, semplicemente se ne sbatte di loro volgendo lo sguardo al popolo. Poi che tutte le buone iniziative in favore dei suoi descamisados siano servite più che altro a renderli ancora più sudditi e dipendenti dallo stato è un discorso che meriterebbe una decina di post a parte, comunque…

E’ che alla fine amo le eroine forti. Amo le donne che, per un motivo o per l’altro, hanno qualcosa da insegnare, qualcosa per cui farsi ammirare. E sì, mi piacerebbe tantissimo, un giorno, riuscire a scrivere un musical. Non chiedetemi come visto che non so nè leggere nè scrivere la musica (penso che una delle mie mancanze più imperdonabili sia il fatto di non essermi mai messa d’impegno a imparare a suonare uno strumento… ehhh… vabbeh…) eppure un giorno ce la farò. E’ che è vero tutto quello che si dice della musica: arriva là dove le parole non riescono, tocca delle corde intrufolandosi nei nostri silenzi, muove sentimenti ed emozioni. E’ anche il motivo per il quale sto attentissima alle musiche da inserire quando scrivo una sceneggiatura, il motivo per il quale ne ascolto tantissima quando scrivo, il motivo per il quale in questo blog, ogni giorno, scelgo una canzone che “introduca” il tema del giorno… La musica dice già tutto. Ed è per questo che nessuno può fermarla. C’era prima dell’uomo, ci sarà sempre.

 

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Giorno 32

32948656_10156269978159763_3815411356765519872_nEccola qui, con tutta la sua (dolce) potenza… alla fine è arrivata anche lei, nostra Signora Stanchezza. E la scrivo con la “s” maiuscola perchè è proprio una di quelle micidiali, micidiali davvero. Ho tirato troppo la corda, lo so. Non amo i limiti e non me ne pongo. Poi, in qualche modo, il corpo e, soprattutto, la testa, si fanno sentire. Entrano in stand-by, non ne vogliono sapere di alzarsi dal letto nè di staccarsi dal cuscino. Vogliono essere liberi, non oppressi da impegni, scadenze, ossessioni. Vogliono ricaricarsi e ritemprarsi, anelano a silenzio e buio. In passato me lo sono pure chiesta: “sarò mica depressa?” Poi ho capito che no, niente a che fare con malattie psicologiche, nulla a che vedere con l’aver bisogno di pillole o psicologi. Ho imparato ad ascoltare e a capire i miei cicli: obiettivo raggiunto, ora stacca da tutto, staccati per prima cosa da te stessa, è tempo di immergersi nel nulla. Il progetto è sbocciato, ha sparso i nuovi semi, ora devi dar loro il tempo di germogliare con calma. Annaffiali con il riposo e dà loro il tempo di spuntare nella superficie del cosciente.

Amen.

Amen perchè è la mia sfida più grande: accettare di dovermi fermare. Accettare che è quello che la vita vuole ora da me. La verità è che quando capita passo il più del tempo incazzata nera con me stessa. Incazzata perchè avrei tante cose da fare, anche se magari non so bene neanch’io cosa, e semplicemente non ci riesco. Semplicemente le ore scorrono via e non ho idea di dove diamine finiscano tutte e io sono là, immobile. Allora ho imparato ad unire l’utile al riposo. Ad esempio, visto che mentre scrivevo la sceneggiatura non avevo poi molto tempo, ho preso in mano una trilogia (The Worldwalker Trilogy) e la sto… bruciando! (Termine non a caso visto che parla di streghe e fuochi…) Lettura… pura, buona e semplice lettura. Con due punti totalmente a favore, giusto per attutire i miei sensi di colpa da “dolce far niente”: 1-è in inglese, quindi ripasso la lingua e memorizzo un po’ di nuovi termini 2-è uno young adult, ambito in cui vorrei cimentarmi prima o poi.

Posso dire che so che funziono così ma mi rode uguale? Ok, lo ammetto… pensare di riuscire a scrivere sia una sceneggiatura che un romanzo, seppur breve, in 45 giorni era un po’ da sboroni… (ma anche no, se fosse stato destino ce l’avrei fatta sicuro… in fin dei conti una volta consegnata la sceneggiatura mi mancavano ancora tre settimane, in mancanza di un feedback per la seconda stesura il tempo ce l’avevo…) Ma… che vi posso dire, non funziono così. Ho capito che dovevo alzare le mani e arrendermi quando i personaggi del libro non sono più venuti a tenermi compagnia. Non è il loro momento e io non ho alcun diritto di sforzare le loro storie. Non lo so adesso quando sarà di nuovo il loro momento: sti mattacchioni non è la prima volta che mi fanno questo scherzo. L’avevano riproposto anche in passato. All’epoca ero al lavoro sul montaggio di un documentario e li ho sempre tenuti in stand-by e… che ne so, forse si sono offesi, quando ero pronta per dedicarmi a loro… svaniti nel nulla… Forse non sono ancora pronta io per loro? Non lo so… misteri della creazione…

E’ che nella nostra società la stanchezza mentale non è accettata. La tregua, non è accettata. All’estero ti puoi prendere un anno sabbatico, se ci provi qui oltre all’anno sabbatico ti prendi anche l’arrivederci e grazie. Puoi essere esausto per un lavoro materiale, puoi avere il corpo sfiancato da un allenamento particolarmente duro… ma la testa, quella per qualche motivo ci aspettiamo che sia sempre al top, anche quando non ci diamo mai una tregua.

E io ragiono come la società, temo. Soprattutto se si sta parlando di me. Le altre persone le spingo sempre a prendersi delle pause ma non amo concedermele. Voglio dire… volente o nolente continuo a chiedermi “what’s next?” (Ve l’ho detto che sto leggendo in inglese, no? Ecco, quindi mi viene spontaneo chiedermelo in quella lingua… io nella lettura mi ci immergo proprio di brutto!)

Sì, lo ammetto… parlo tanto bene di riposo e pausa ma appena poso il libro inizio a fantasticare sulle prossime storie da scrivere, mi chiedo cosa potrebbe funzionare, mi aggiorno sull’attualità, su come sta girando il mondo (da schifo sta girando se posso dirlo…) Eppure lo so che dovrei solo respirare a fondo e far della mente una grande coppa vuota… ci riesco, eh, prima o poi… è che se sai che stai piantando semi… beh, vorresti pur sapere di che diamine di semi si tratta… e a furia di chiederselo eccolo là, il mal di testa lancinante che torna a farti compagnia (no, niente, quello quando tocca non fa mai pause… la verità è che il mal di testa da troppi pensieri non dorme mai… non sonnecchia neppure!)

E vorrei essere al punto in cui sta la mia protagonista: esausta e totalmente sfiancata da una giornata pesissima, che riesce ad addormentarsi e a calarsi nel nero più totale… il problema è che lei riesce a non pensare perchè il corpo glielo impedisce… io non riesco a non pensare a che sarà di lei quando si risveglierà…

E no, niente… aspettiamo che sto seme germogli… o ne germogli un altro…

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Giorno 25

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Ciao Ciao.

Ciao Ciao alla prima stesura della sceneggiatura, andata, spedita… ora si aspetta il feedback prima di rimetterci le mani… E io svuoto un po’ la testa, prendo la distanza necessaria per rivederla con calma, a sangue freddo… E lo ammetto… sono un po’ a pezzi. Mi capita sempre così, il “dopo” non mi porta mai un senso di liberazione, di leggerezza, se non nei primissimi cinque minuti… poi… non lo so, forse è questa totale libertà che mi spaventa, mi toglie un supporto, mi toglie l’obiettivo più vicino…

Quindi sì, il calo di tensione si fa sentire, eccome (aggiungici la stanchezza fisica per le notti in bianco che ho trascorso ultimamente… che appare tutto d’un colpo quando abbassi la guardia…) E così eccomi qui, stancuccia, con il mal di testa e un po’ spersa…

Già, solo un po’, perchè la verità è che in un angolo della mente già sta prendendo forma, e voce, una nuova idea, un nuovo obiettivo. Perchè tanto alla fin fine la vita è questa: superare un ostacolo, raggiungere una meta, sapendo che dopo qualche passo di relax si riprenderà velocità pronti per un nuovo traguardo. Non è nel mio carattere riuscire a godermi quel momento di “dopo”. C’è la soddisfazione ma è proprio lei la vera colpevole della situazione: la scarica di adrenalina che ti squote dentro diventa rapidamente una droga e ne vuoi di più, di più…

Dall’altro lato c’è sempre quella piccola frattura dentro, quello strappo nel vedere andare via un progetto, una storia, un personaggio che ti ha fatto compagnia per un bel po’, che è diventato un amico, che, alla fin fine, è sempre stato parte di te. Gli obiettivi sono così: li raggiungi una volta raggiunta la maturità e subito li saluti, non importa per quanto tempo li hai rincorsi. Perchè se non lo fai, se ti ci aggrappi, se non dici loro addio, allora sei destinato a restare invischiato a vita con loro. Sei destinato ad aver lottato tanto solo per poi decidere consapevolmente di diventare stazionario, una statua… Smetti di scorrere nella vita… e la vita smette di scorrere dentro di te.

No, grazie… fortuna che ho la mia altra storia che freme… adesso che la sceneggiatura è terminata il tempo sarà tutto per lei… appena riesco a rimettere in ordine la testa, almeno 😉

Comunque alla fine, per quel che mi riguarda, lasciarmi alle spalle un obiettivo raggiunto per continuare a guardare avanti fa comunque male come quando lasci andare una persona. Non perchè smetti di amarla all’improvviso, non perchè c’è qualcuno pronto a prendere il suo posto… A volte lascia andare una persona semplicemente perchè sai che il vostro percorso assieme è terminato. Ne sei consapevole. Senti che la vostra storia è arrivata al suo traguardo: non avete più nulla da condividere, nulla da insegnarvi a vicenda, nulla da darvi. Arriva il momento in cui la vita ti mostra che da quel punto in poi c’è solo la fissità. Per un po’ la tranquillità potrebbe anche essere piacevole ma se quell’amore non riceve linfa, beh… appassirà. E se aspetti fino a quando sarà completamente secco, a quel punto inizierà la fase nera: quella del rancore, delle discussioni sterili, dei dispetti, delle piccole vendette per il male che pensiamo l’altro c’imponga.

Così a volte senti quell’amore che ancora ti scalda dentro ma osservi la vita attorno a te e riconosci che non era scritto nelle stelle il vedervi invecchiare assieme. E fai la cosa peggiore: indossi i panni del cattivo, dici addio. Lo dici perchè in realtà dentro sei semplicemente consapevole che è solo questione di tempo prima che i bei ricordi cambino faccia, che i momenti trascorsi piacevolmente assieme vengano sopraffatti da sguardi delusi ed arrabbiati. Dici addio perchè sai che non è la scelta migliore per te, ma per voi. Perchè sai quanto la libertà sia importante, molto più che essere legata a una relazione senza linfa in sè. E auguri il bene a quella persona che fa parte di te e continuerà a farlo perchè ti è stata accanto e ti ha accompagnata ad essere la persona che sei ora.

No, non è indolore. Ma è giusto.

E lo stesso capita con una storia, quando “diventa maggiorenne” e tu la vedi pronta per affrontare le critiche di chi la leggerà. Hai fatto di tutto per far crescere la tua creatura nel migliore dei modi e quindi, da bravo “genitore”, lasci che la vita diventi la sua unica maestra…

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Giorno 22

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Come fare a non dedicare un pensiero all’immenso Ermanno Olmi oggi? Un altro maestro che ci ha lasciati, l’autore di così tante pagine di cinema italiano di cui siamo rimasti orfani… Non serve dir nulla su di lui: i suoi film, i suoi successi, il suo modo di narrare… sappiamo già tutto, impossibile aggiungere qualcosa.

Allora non lo farò. Mi rifarò a lui per parlare del tema che volevo affrontare oggi: le radici. Aveva una buona terra, produttiva, creativa, ottimista, lui, dove affondarle. Non è come noi, speranzose giovani leve, che se ci guardiamo attorno vediamo per lo più un deserto cinematografico che si potrebbe anche definire imbarazzante, soprattutto visto da dove arriviamo, soprattutto visto che per anni Cinecittà è stata una delle mecche cinematografiche. Ha creato, ha dato voce a personaggi e vita a storie negli anni in cui il terreno era fertile. Quando c’erano altri grandi con cui confrontarsi, quando se decidevi di guardare un film italiano avevi l’imbarazzo della scelta. Ha potuto radicarsi perchè le sue radici hanno avuto dell’ottima linfa di cui nutrirsi. E lui è stato in grado di trasformarla con il suo tocco sapiente.

Oggi purtroppo io vedo un terreno per lo più brullo. Ci sono piccole oasi, certo… Ma ci si chiede quanto resisteranno. Quanto un italiano riesca a farsi strada e a trarre spunto dal cinema italiano. Abbiamo sotto gli occhi l’esempio recentissimo di Guadagnino: Chiamami col tuo nome non solo ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale ma era in lizza anche come miglior film. E solo per parlare degli Oscar che sono i riconoscimenti più prestigiosi, si perde il conto di premi e candidature raccolti un po’ ovunque… Tutti felici, gli addetti del settore, per questo grande successo targato Italia… Già, peccato che Guadagnino si sia trasferito all’estero per lavorare. E all’estero ha avuto la possibilità di realizzare questo film. Se proprio abbiamo la necessità di sentirci fieri di qualcosa, ringraziamo il paesaggio italiano, visto che hanno girato anche qui.

Insomma, le radici… le radici sono quelle che ci stabilizzano, che ci danno la forza di crescere e sviluppare, che ci permettono di non venire sballonzolati ovunque alla prima intemperia. Ma per avere radici forti serve anche un terreno fertile. Serve un luogo a cui sentiamo di appartenere. E, in tutto questo, dobbiamo anche essere in grado di fare il lavoro inverso: sapere cosa c’è che non va in quello su cui ci troviamo. E’ esattamente il problema di uno dei miei personaggi. Un problema che risulta essergli fatale. Sì, perchè le sue radici affondano nel marcio, affondano nel rancore, nella sete di potere, nella rabbia e nell’egoismo più estremo. Non importa chi calpesterà, lui non guarda in faccia nessuno, tanto meno se si frappone tra lui e i suoi obiettivi.

Peccato. Peccato perchè avrebbe tutte le capacità per riuscire in qualcosa di grande piuttosto che in qualcosa di altamente distruttivo… Ma è la sua vita, sono le sue scelte… e, soprattutto, è il suo passato, la sua famiglia. Che lo accettiamo o meno, siamo figli dei nostri genitori che a loro volta sono figli dei nostri nonni che a loro volta… insomma, avete capito… Possiamo allontanarci dalla famiglia quanto vogliamo, possiamo tagliare tutti i ponti, possiamo scordarci i loro nomi e i loro volti… Ma la realtà è che c’è un legame che ci scorre nelle vene che non potremo mai eliminare. Non parlerò di karma familiare, di ereditarietà dei talenti o che altro… ognuno ha le sue credenze… Ma resta il fatto che il primo impatto che tutti noi abbiamo avuto con il mondo reale ci è stato dato dalla nostra famiglia e, soprattutto, dalla sua interpretazione del mondo reale. Se siamo cresciuti con il ritornello che fuori è un mondo pericoloso non ci sentiremo mai al sicuro. Se siamo cresciuti con il ritornello che i soldi son del demonio avremo semre un certo timore al pensiero di possederne abbastanza da avere qualche risparmio. Se siamo cresciuti con il ritornello che la mamma è l’unica donna che veramente ci ama (o per noi femminucce, che il babbo è l’unico uomo che…) non riusciremo mai a distaccarci dall’idea di trovare, una volta cresciuti, un loro clone.

Non si scappa da simili condizionamenti. Ma si può sempre fare un lavoro profondo su se stessi per non portare per tutta la vita sulle spalle un fardello di convinzioni che, semplicemente, abbiamo ereditato. E’ un lavoro tosto… ma non ho mai sentito parlare di lavori tosti che non valesse la pena affrontare…

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Giorno 20

31934480_10156243052369763_5272257576304640000_nAppoggiamo la mano su qualcosa di bollente e la ritiriamo di scatto.

Qualcuno ci arriva alle spalle cogliendoci di sorpresa e noi sobbalziamo.

Riceviamo un complimento e ci illuminiamo di un sorriso spontaneo.

Non ci pensiamo, non controlliamo il nostro corpo. E’ come quando abbiamo la famosa acquolina in bocca davanti ad un piatto particolarmente invitante o stendiamo la gamba se ci battono sul ginocchio con un martelletto. Si tratta quasi di reazioni “dovute” di fronte ad azioni “ricevute”.

Fino a qui ci siamo, tutto sotto controllo. L’essere umano reagisce in questo modo a determinati stimoli e quindi va tutto bene, è universale, non ci sentiamo diversi a causa di uno starnuto o per aver deglutito di fronte a una situazione che c’incuteva paura.

In tutti gli altri casi… quante volte ci sentiamo ripetere “controlla la tua reazione”? Sì, perchè alzare la voce, rispondere in malo modo, aggredire qualcuno sono azioni che la nostra mente detta. Ci sentiamo accusati e ci mettiamo sulla difensiva o azzanniamo al collo chi ci punta il dito contro. Riceviamo un’avance e possiamo sentirci lusingati o in qualche modo offesi (non sto parlando di molestie, sia chiaro… in quel caso… io di mio reagirei parecchio male, sappiatelo!) Crediamo di essere stati traditi e cerchiamo di appurare la verità o impachettiamo tutti i ricordi della coppia e ce ne andiamo senza voltarci indietro.

Onestamente… quanto credete che siano “controllabili” queste reazioni? Sono guidate dalla nostra mente, vero, sono nostre, personali… ma… lo dice la parola stessa: la mente… mente! Riguardo gli esempi che ho fatto, la mente mette in gioco ricordi, emozioni, sensazioni provate in passato che ci porta ad assimilare quanto accade in questo momento con quello che è avvenuto in passato indicando la reazione che, vista l’esperienza precedente, reputa giusta. Così se siamo già stati traditi non crediamo al fatto che davvero il capo l’ha trattenuto al lavoro, già lo immaginiamo a bersi l’aperitivo con qualcuna più bella/intelligente/simpatica di noi (immagine censurata… sicuro immaginiamo qualcosa un po’ più forte! 😀 ) Se siamo cresciuti in una famiglia che ci ha insegnato ad amarci un complimento lo riceveremo con un sorriso, riconoscendo quanto sia meritato. Ma se fin da bambini ci ripetono che non valiamo nulla, quel complimento suona tanto come una fregatura, un indorare la pillola prima di una qualche richiesta.

Insomma… io credo che in un certo modo la maggior parte delle reazioni che possiamo avere siano automatiche, che sì possiamo gestirle ma la mente ci spingerà sempre in una data direzione… A meno che non riusciamo in qualche modo a far tabula rasa di tutte le esperienze che ci hanno condotto fino a quel punto, di tutte le idee preconcette che possiamo avere, di tutte le ferite già subite. Una cosina da nulla, eh? Tipo anni ed anni di lavoro su se stessi. Però le nostre reazioni alla fin fine ci dicono tanto di noi stessi: ci mostrano chi siamo e come la vita ci ha indirizzati. E ci mostrano anche i nostri punti deboli e la strada per tornare ad essere equilibrati e lucidi di fronte agli eventi.

Poi capita come ad alcuni dei miei personaggi, che per anni e anni hanno rimuginato sui torti subiti e quando si offre loro l’occasione per vendicarsi, per rimettere in pari la partita, non si fanno pregare due volte. Scherziamo? Aspettano quell’occasione da sempre! Ma questa sete di vendetta è una colpa loro? O è la società che in un qualche modo li ha costretti a restare rinchiusi in quella bolla di ricordi, senza mai essere liberi di lasciarseli alle spalle?

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Giorno 19

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Se è vero, come dice Shakespeare, che “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, non siamo forse noi stessi il nostro sogno?

Giornata decisamente emozionante oggi…

Ho preso un (altro) break dal mio ritiro di scrittura per partecipare ad un incontro del Gruppo Culturale del mio paese. Ehm… in qualità di relatore… Chi, io? Davvero a qualcuno può interessare quello che ho da dire io? Beh… è sembrato di sì. Il punto di avvio è stato proprio il sogno. Quello di diventare sceneggiatrice, quello che mi spinge ad alzarmi ogni mattina, quello che guida ogni mio giorno e ogni mia decisione.

E poi… niente… amo il mio lavoro, amo il mio sogno, amo questo percorso con tutte le sue difficoltà, i suoi casini, le ferite che ti può infliggere… Lo amo perchè ti ricompensa di tutti i momenti no, ti scorre nelle vene, ti dà un senso…

E poi ho scoperto di amarlo talmente tanto che condividere le emozioni che mi suscita dentro fa passare al secondo posto la timidezza, l’imbarazzo di avere tanti sguardi puntati addosso… Lo ammetto… sono stata logorroica… tipo che senza accorgermene è volata un’ora e mezza ed io avevo la gola arsa…

Ma c’erano volti interessati e curiosi davanti a me e ho cercato di trasmettere loro quel tuffo allo stomaco che ti coglie quando capisci che hai trovato la tua storia da raccontare. E’ stato un incontro emozionante, davvero. Anche perchè ero “a casa”, c’erano persone che letteralmente mi hanno vista crescere, c’era mamma con a momenti gli occhi un po’ lucidi, c’era la mia professoressa di italiano delle medie a guidare l’incontro (donna splendida che ha infiammato la mia già bruciante passione per la scrittura e che rientra nella mia lista di “persone imprescindibili”) e la professoressa di storia dell’arte che mi guardava orgogliosa…

Ed è strano… sono stata per quasi tutta la vita “la nipote di…”, “la figlia di…”, “la sorella di…” (vita nei piccoli paesi di provincia: cammini trascinandoti dietro l’albero genealogico così la gente può immediatamente inquadrarti…) ed ora sono… semplicemente me stessa. E per qualche strano motivo sento il mio paese che si stringe attorno a me, che gioisce per i miei piccoli successi, che si sente in qualche modo fiero…

E no, non sono ancora al punto di dire “ce l’ho fatta”, ma inizio a sentire che sono davvero alle prese con i primi, importantissimi passi per farcela. E sapere che c’è chi mi sostiene, chi crede in me, chi sceglie di dedicarmi un po’ del suo tempo per scoprire di più sul mio lavoro… beh, dà una forza, una grinta incredibile…

Avrei tanto da dire su questo incontro. Tanto da dire a tutte le persone presenti per far capire loro quanto ho apprezzato la loro presenza e attenzione…

Ma poi ci sono quelle emozioni che vivono bene nel loro silenzio, in un abbraccio e in un grazie…

E quindi GRAZIE a tutti i presenti. Grazie per avermi invitata, grazie per questa possibilità di “scoprirmi” un po’, grazie per l’energia percepita… ❤

 

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Giorno 17

31749475_10156235715104763_6333416009415786496_nSembra ma non è, si finge ma non appare… Fake… una delle parole più gettonate degli ultimi tempi grazie a queste news su cui non si può far affidamento… Beh, dai… quanti falsi non riempiono la vita di noi tutti? Le notizie, ok… e che ne diciamo delle strane richieste di amicizia da profili ehm… particolari… su Facebook? E i corpi rifatti, la pelle tirata, i capelli di un colore non loro, i jeans che alzano il fondoschiena, le storie mirabolanti per coprire un weekend trascorso beatamente sul divano, i voti sulla pagella a cui basta aggiungere un segnetto et voilà, il piccolo genio merita un regalo… per dirla come Elio, poi, “motorini truccati, appalti truccati”… se lo chiedete agli interisti sono false anche le partite della Juve, se lo chiedete alle donne è falso il corpo di Belen, se lo chiedete ai nonni è tarocco pure il furgoncino che trasporta gli operai ai cantieri stradali (e loro lo sanno, eh! ci passano ore tutti i giorni a osservarli!)

Insomma… ci preoccupiamo delle fake news quando viviamo in un mondo fake…

E poi ci meravigliamo che qualcuno si sia finto completamente diverso da quello che in realtà è e abbia obiettivi completamente diversi da quelli dichiarati? Uhhh… ormai dovremmo avere tutti il fiuto di Sherlock Holmes per evitare i raggiri e le fregature… invece pare che tendiamo per lo più ad avere il naso tappato dodici mesi all’anno e a non sentir puzza di bruciato neanche quando le fiamme ci ballano davanti…

Poi certo… ci sono i “fake” più bravi degli altri che vivono la loro doppia identità tutta la vita e quelli che, raggiunto lo scopo, mostrano la loro vera identità. Perchè continuare la recita una volta che la rappresentazione è giunta al termine?

Centrato! La mia protagonista si ritrova ad aver a che fare con un ottimo attore. Ma di quelli, bravi. Ma tanto tanto… Di quelli che c’ingannerebbe tutti e alla fine non potremmo neanche prendercela perchè hey… è stato maledettamente bravo, merita un applauso, altro che una denuncia…

E’ che un po’ fake, se vogliamo proprio dire le cose come stanno, lo siamo tutti… Postiamo le foto che più ci fanno gioco nei social, raccontiamo solo gli aneddoti da cui usciamo bene, condividiamo i video dove ci applaudono e non quelli in cui ci becchiamo un uovo marcio in testa… La differenza di fondo è che ci diamo un tono, c’incensiamo un po’ quando la vita non lo fa, cerchiamo di apparire più interessanti per farci coinvolgere e benvolere, ci mostriamo amati per cacciare un pesante senso di solitudine che ci perseguita…

Ecco… è l’ingenuità con cui usiamo questi trucchetti, senza lo scopo di “fregare” che alla fine ci rende semplicemente umani, che ci contraddistingue da quel “a scopo di fregare” che rende il fake immediatamente odioso e giudicabile…

Però pensateci… siamo tutti un po’ fake… possiamo tutti essere un fake diverso ogni giorno… è quasi un peccato che non osiamo un po’ di più (parlo tipo una parrucca blu, mica di fregare la gente!)… è quasi un peccato che non diventiamo fake nuovi. Ma del resto… la gente si abitua anche ai fake che costruisce. Occhio però… che il vostro fake non s’impossessi di voi diventando la vostra maschera: l’onestà con se stessi innanzitutto. E per il resto… ma che vi posso dire, si avvicina l’estate, tempo di osare… senza ferire gli altri, mi raccomando ma… un fake al giorno toglie la noia di torno!

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 16

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Aiutare. Chiedere aiuto. Non come se qualcuno fosse rimasto incastrato in un’auto che sta per esplodere o come se tu stessi galleggiando aggrappata ad un pezzo di legno nel bel mezzo dell’oceano. In altre parole… non un SOS ma la disponibilità di tendere una mano. O confrontarsi su un’idea. O bersi una cosa al bar per staccare la testa.

Aiuto come supporto che diventa un filo che unisce.

Aiuto come collaborazione.

Aiuto come forma di scambio.

Credo sia alla base di ogni squadra che funziona. Sapere che se anche di tuo rischi un passo falso, gli altri saranno là per sorreggerti o, a casino combinato, per riordinare ed eliminare le tracce.

Credo che nel mondo cinematografico sia alla base della buona riuscita di un film (hey… ammesso che alla base ci sia una buona sceneggiatura, senza non vai proprio da nessuna parte…). Un gruppo coeso con un obiettivo in comune. Non produttori avidi, attori alla ricerca disperata di riflettori, tecnici mercenari, registi con crisi da primadonna, sceneggiatori compiaciuti dalle loro stesse parole… Obiettivo in comune. Scopo. Meta… Metti tutti in una barca chiamata idea in mezzo al mare magnum di storie da narrare, mostra loro la mappa che indica l’unica isola raggiungibile con la scorta d’acqua a disposizione e dà a tutti un remo. Se sono consapevoli di trovare un buon catering si metteranno a vogare con il giusto spirito… 😉

Ci credo, ci credo davvero. Voglio crederci. Là fuori c’è gente che ama il suo lavoro e lo fa con passione, che non guarda al bonus ma al risultato, che mira al momento in cui sentirsi soddisfatta quando vede l’opera completa, quando tocca con mano cosa, anche grazie al suo contributo, sono riusciti a fare. Per fare un buon film serve una buona squadra i cui membri sono pronti a dare il massimo. Tutti in egual modo… Non ci può essere un solo “campione”… Quello serve ai distributori che se ne stanno già sulla riva in attesa di fare la loro parte. Quello serve al pubblico se non riesci a convincerlo che avere un nome nel cast non equivale a vedere un buon film… Ma quanta più passione non troverai in un gruppo di “anonimi” pronti a spiccare tutti assieme il loro volo…

Nella vita fuori dal mondo cinematografico? Stessa identica storia… lo sport per primo ce lo insegna, le start up che in breve tempo raggiungono ragguardevoli successi ce lo insegnano, le famiglie unite ce lo insegnano… Testa bassa e fa’ la tua parte, gli altri faranno lo stesso… E’ lo spirito con cui mi piace avvicinarmi alla linea di partenza. Sapendo che quando passerò la staffetta il braccio del mio compagno di squadra sarà ben teso verso di me, la mano aperta e pronta a stringere immediatamente il testimone… E se poi uno di noi inciampasse, rallentasse per un po’ ritmo, sbagliasse la partenza perdendo un decimo di secondo… non si fascerebbe la testa perchè sa che gli altri colmeranno quel battito di ciglia di ritardo. Perchè una squadra è fiducia, collaborazione e pararsi le spalle quando serve. Ti aiuterò e so che mi aiuterai perchè il risultato è quello che c’importa veramente, senza “ho fatto di più, hai fatto di meno”.

E dovrebbe succedere anche nella vita reale. E accade ai miei protagonisti. Che seppur diversi, seppur partiti con scopi differenti, si ritrovano a marciare verso la stessa linea di traguardo, forti del loro essere assieme. L’ego di tutti si livella alla stessa altezza: la primadonna si rende conto di non essere infallibile e totalmente autosufficiente, il brutto anatroccolo si guarda per la prima volta nello specchio della consapevolezza e capisce che sotto quelle piume spelacchiate c’è l’animo di un cigno forte e determinato, la ruota di scorta riesce finalmente a scivolare lungo la strada, quello con tanta esperienza si rende conto che senza l’entusiasmo iniziale tutto quello che fa è privo di calore…

Credo che nella vita non si “arrivi” veramente mai.

Ma lungo il viaggio ci sono varie mete da raggiungere e spesso permettono di festeggiare il traguardo assieme ad un gruppo a cui si sente di appartenere. I miei protagonisti ora si stanno godendo proprio quell’attimo in cui, calice in mano, ci si guarda negli occhi percependo il legame che sono riusciti a creare, riconoscendo i meriti dei propri compagni di avventura… Un momento magico… (e sì… quello che voglio vivere anch’io a breve… mica sto pensando a chi vorrei “in squadra” per nulla 😉 )

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 15

31562104_10156230649319763_7735762340963942400_nHo iniziato la giornata con un sorriso… seguito da una sonora risata. Già, perchè la prima mail del giorno mi comunicava che è arrivata una nuova selezione ad un festival (in Danimarca a dicembre… io devo iniziare a farmi due conti prima di iscrivere il film… tipo che se il festival è in inverno meglio nell’altro emisfero… così, per dire…). E quando E’ un Cerchio Imperfetto viene selezionato da qualche parte a me la cosa mette sempre di buon umore… La risata… beh, quella è scattata perchè la nomination è come Best Producer… sarà che definitivamente non è il mio ambito… ma da pesciolina con i piedi ad anni luce da terra fa sempre uno strano effetto essere stata in grado di guidare una macchina complessa come la realizzazione di un film. Eppure…

Comunque sia… dopo il brindisi con il caffè (veneta sì… ma ancora con dei limiti riguardo agli orari in cui ingerire alcool!) è stato tempo di rimettersi davanti allo schermo e riaprire il mio caro file. Uhhh… guarda, eccoli tutti là, i miei cari, simpatici, rompiscatole personaggi. Ancora tutti con i loro pregi e difetti, con le loro idee strampalate, con i loro pensieri improbabili… Ho stretto dei bei legami al festival di Caorle e più di qualche nuovo amico già mi manca, ma non posso negare che mi abbia fatto piacere ritrovare queste facce note! In un primo momento ho pensato che avrei ricominciato a scrivere là dove mi ero fermata invece mi sono resa conto che, visti i quattro giorni di stop, potevo prendere la palla al balzo e iniziare rileggendo tutto dall’inizio, tanto ormai la testa l’avevo svuotata abbastanza… Così c’è scappata anche qualche descrizione, qualche piccola sistematina ad un dettaglio qua e là… Insomma, ho ripreso il filo conduttore cercando di liberarlo da qualche piccolo nodo che si era formato e prendendo appunti su cosa sistemare sul serio in seconda stesura…

Già, perchè le “ripetizioni” a questo servono: a capire gli errori, a cercare di dar loro una sistemata, a tagliare il troppo, a rimpolpare il poco… E un po’ è quello che succede anche nella vita. Incappiamo ancora e ancora e ancora in situazioni/incontri/problemi sostanzialmente identici, se non fosse per qualche dettaglio o il nome che cambia, proprio per vedere se questa volta riusciamo a comportarci nella “maniera giusta”, se riusciamo a non incasinarci, se abbiamo capito dall’esperienza precedente o se ci cascheremo come fessi per l’ennesima volta. Affascinante, no? In fin dei conti… E’ un Cerchio Imperfetto! 😉 La vita torna e ti ripropone le stesse esperienze anche se non proprio identiche. Ancora e ancora e ancora fino a quando uno, anche solo per stanchezza, si decide a compiere scelte diverse. Come si dice… se vuoi risultati diversi prova strade diverse… E con la scrittura è la stessa cosa: vuoi un personaggio più isterico? Prova con battute più isterico, azioni più isterico, creazione di scene più isterico…

Comunque sì, c’è tanto da rivedere (mica si fanno seconde, terze, quarte stesure perchè non si sa in che altro modo ammazzare il tempo, del resto…) però per il momento non mi posso lamentare…

E adesso me ne torno là, in quella piccola bolgia creata dai miei personaggi che in questo momento si trovano proprio all’inizio di una situazione di quelle toste, di quelle “o la và o la spacca”… ovviamente, tifiamo per la prima! 😉