Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 42

33704724_10156292116369763_5554479276029378560_nE ci risiamo: nuovo cambio di direzione! Nell’ultima settimana ho trascorso tantissimo tempo cercando di capire esattamente che strada stava prendendo la storia, come intrecciare tutte le varie diramazioni senza perdermi da sola in mezzo a mille narrazioni che s’incontravano e intrecciavano e intercalavano. Poi all’improvviso… l’idea è cambiata drasticamente! E con drasticamente intendo di brutto proprio… ma di brutto, di brutto, di bruttissimo! In due parole: non c’entra più nulla, solo la pietra d’angolo (che però, lo sappiamo, è quella fondamentale). Avete presente quando trascorrete mezz’ora a spomparvi per gonfiare un palloncino? E sul più bello, quando state per fare il nodo per intenderci, scoprite che c’è un forellino minuscolo da cui esce tutta l’aria e in un attimo vi ritrovate con sto pezzo di lattice vuoto che vi pende mollemente dalla mano? Ecco, spero di aver reso l’idea.

E’ che le storie sono così, sono come noi: sono vive e in quanto vive cambiano, si modificano, si adattano ai tempi. Soprattutto… rispondono alle nostre domande! A volte incasinandoti nel darti la risposta ma tant’è… quante volte anche noi ci pentiamo di aver rivolto questioni di cui, in realtà, non volevamo conoscere la sentenza? Tipo la famigeratissima “mi trovi ingrassata?”. Voglio dire, se lo siamo o meno lo sappiamo da noi (e la cerniera dei jeans ce lo conferma mentre la bilancia ci spiattella in faccia, senza pudore, quanto “pesante” è il danno). Il fatto è che se scrivi hai anche una certa consapevolezza di quello che stai facendo e del mondo che ti circonda. Se scrivi, anche se in primis lo fai per te stessa, speri comunque che qualcuno faccia volare lo sguardo su quelle parole e speri che ne venga in qualche modo catturato. Non tanto perchè sei in cerca di elogi o di gloria ma perchè hai dentro di te qualcosa da dire, da esprimere. Un messaggio che vuoi comunicare e speri venga recepito. Nel mio caso quello che “ho dentro” prende la forma dei personaggi che vengono a trovarmi (credo di averlo già scritto da qualche parte: noi dentro abbiamo tutto e dentro siamo tutto… anche se adoriamo appiccicarci addosso qualche etichetta così, per essere sicuri che gli altri si convincano che siamo belle e brave persone). Mi raccontano la loro storia quando io sono pronta ad ascoltare quell’aspetto di me e quando sono anche in grado non solo di accettarlo e gestirlo ma anche di amarlo e in qualche modo dargli una direzione diversa se sento che non mi rappresenta al meglio o se è qualcosa di me da “guarire”.

Tornando al libro… la storia è cambiata di nuovo perchè io mi sono posta una domanda che mi sembrava fondamentale: davvero se ci capita qualcosa di brutto dobbiamo prendere il tutto nel peggiore dei modi? Voglio dire, se finisce una storia d’amore quanto tempo è prescritto che ci dobbiamo disperare? E le persone che troviamo, devono per forza avere a loro volta un carico emotivo pesantissimo di cui liberarsi o di cui si sono appena liberate? Non possiamo semplicemente, per una volta, guardare il lato positivo, non possiamo impegnarci per trovare quello che c’è di buono? Voglio dire, forse che non si apre sempre quel fantasmagorico portone quando si chiude una porta? Non c’è sempre qualcosa di nuovo dietro il famigerato angolo? Il bruco pensa di morire e invece si trasforma in leggiadra farfalla, non parliamo poi del povero anatroccolo spennacchiato che diventa un sontuoso, elegantissimo cigno.

E allora, mi sono chiesta… perchè dopo il primo pianto e lo strappo di svariate ciocche di capelli seguito da due vaschette di gelato divorate e qualche scatola di cioccolatini (più qualcuna di kleenex) svuotata in tempo record, non ricominciare semplicemente a sorridere e a pensare quello che ci siamo ripetute per tutta la vita (e che ci ricorda il sempreverde Ligabue): “il meglio deve ancora venire?” Diamine, c’è un universo da guardare oltre la cortina delle nostre stesse lacrime! Ohhh… lo so! Un cuore spezzato, calpestato e dato alle fiamme fa male, fa dannatamente male. Vedere le spalle di quello che pensavi sarebbe stato il tuo compagno per molto, molto tempo, possibilmente finchè “morte non vi separi” non è mai la polaroid che vorreste avere stampata in testa ma tant’è, fa parte del bagaglio di esperienze. E poi se la osservate bene quell’inizio di calvizie che rimbalza il sole sul cucuzzolo della nuca non la trovate sexy per nulla, per non parlare di quei salamini di ciccia che sbucano dalla cintura e poi guarda come appoggia il piede, che modo assurdo di camminare, e quelle spalle… sembravano più larghe, no? Come diamine avrebbe potuto supportarci per tutta la vita? Insomma… appena se ne va noi ricordiamo tutti gli aspetti positivi, la sua ironia (anche quella che ci ha fatto fare una mega figura di me–a al funerale della zia quando siamo scoppiati a ridere a metà del sermone), il suo tenerci abbracciati tutta la notte (anche in pieno agosto, che invece che il cuscino in frigo avremmo voluto infilare lui nel freezer perchè sentirsi appiccicaticci di sudore alle tre di notte è odioso), il suo essere galante (con noi e con tutte le donne attraenti incrociate)… insomma… All’improvviso siamo soli e quel rospetto che pensavamo un principe azzurro ci appare come un potente imperatore… Sapete che c’è? C’è qualche reale imperatore là fuori – o imperatrice, ovvio – (anche se ci siamo giocate Harry una settimana fa) e noi siamo qui con il naso che cola per qualcuno che, evidentemente non era destinato a noi…

E’ una FIGATA! Siamo di nuovo liberi, giovani (beh, dentro almeno!) e con tanta voglia di realizzare il nostro sogno più romantico!

E quindi eccoci qui! Lui molla lei… solo che lei non si deprime, lei decide di essere oggettiva e godersi la vita (può anche recuperare il controllo del telecomando e non deve più abbassare la tavoletta in bagno: ma che diamine si vuole di più??? Beh… a parte magari sperare che l’idea non cambi aspetto di nuovo! 😉 )

Annunci
Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 16

31727761_10156232935429763_2146278286903214080_n

Aiutare. Chiedere aiuto. Non come se qualcuno fosse rimasto incastrato in un’auto che sta per esplodere o come se tu stessi galleggiando aggrappata ad un pezzo di legno nel bel mezzo dell’oceano. In altre parole… non un SOS ma la disponibilità di tendere una mano. O confrontarsi su un’idea. O bersi una cosa al bar per staccare la testa.

Aiuto come supporto che diventa un filo che unisce.

Aiuto come collaborazione.

Aiuto come forma di scambio.

Credo sia alla base di ogni squadra che funziona. Sapere che se anche di tuo rischi un passo falso, gli altri saranno là per sorreggerti o, a casino combinato, per riordinare ed eliminare le tracce.

Credo che nel mondo cinematografico sia alla base della buona riuscita di un film (hey… ammesso che alla base ci sia una buona sceneggiatura, senza non vai proprio da nessuna parte…). Un gruppo coeso con un obiettivo in comune. Non produttori avidi, attori alla ricerca disperata di riflettori, tecnici mercenari, registi con crisi da primadonna, sceneggiatori compiaciuti dalle loro stesse parole… Obiettivo in comune. Scopo. Meta… Metti tutti in una barca chiamata idea in mezzo al mare magnum di storie da narrare, mostra loro la mappa che indica l’unica isola raggiungibile con la scorta d’acqua a disposizione e dà a tutti un remo. Se sono consapevoli di trovare un buon catering si metteranno a vogare con il giusto spirito… 😉

Ci credo, ci credo davvero. Voglio crederci. Là fuori c’è gente che ama il suo lavoro e lo fa con passione, che non guarda al bonus ma al risultato, che mira al momento in cui sentirsi soddisfatta quando vede l’opera completa, quando tocca con mano cosa, anche grazie al suo contributo, sono riusciti a fare. Per fare un buon film serve una buona squadra i cui membri sono pronti a dare il massimo. Tutti in egual modo… Non ci può essere un solo “campione”… Quello serve ai distributori che se ne stanno già sulla riva in attesa di fare la loro parte. Quello serve al pubblico se non riesci a convincerlo che avere un nome nel cast non equivale a vedere un buon film… Ma quanta più passione non troverai in un gruppo di “anonimi” pronti a spiccare tutti assieme il loro volo…

Nella vita fuori dal mondo cinematografico? Stessa identica storia… lo sport per primo ce lo insegna, le start up che in breve tempo raggiungono ragguardevoli successi ce lo insegnano, le famiglie unite ce lo insegnano… Testa bassa e fa’ la tua parte, gli altri faranno lo stesso… E’ lo spirito con cui mi piace avvicinarmi alla linea di partenza. Sapendo che quando passerò la staffetta il braccio del mio compagno di squadra sarà ben teso verso di me, la mano aperta e pronta a stringere immediatamente il testimone… E se poi uno di noi inciampasse, rallentasse per un po’ ritmo, sbagliasse la partenza perdendo un decimo di secondo… non si fascerebbe la testa perchè sa che gli altri colmeranno quel battito di ciglia di ritardo. Perchè una squadra è fiducia, collaborazione e pararsi le spalle quando serve. Ti aiuterò e so che mi aiuterai perchè il risultato è quello che c’importa veramente, senza “ho fatto di più, hai fatto di meno”.

E dovrebbe succedere anche nella vita reale. E accade ai miei protagonisti. Che seppur diversi, seppur partiti con scopi differenti, si ritrovano a marciare verso la stessa linea di traguardo, forti del loro essere assieme. L’ego di tutti si livella alla stessa altezza: la primadonna si rende conto di non essere infallibile e totalmente autosufficiente, il brutto anatroccolo si guarda per la prima volta nello specchio della consapevolezza e capisce che sotto quelle piume spelacchiate c’è l’animo di un cigno forte e determinato, la ruota di scorta riesce finalmente a scivolare lungo la strada, quello con tanta esperienza si rende conto che senza l’entusiasmo iniziale tutto quello che fa è privo di calore…

Credo che nella vita non si “arrivi” veramente mai.

Ma lungo il viaggio ci sono varie mete da raggiungere e spesso permettono di festeggiare il traguardo assieme ad un gruppo a cui si sente di appartenere. I miei protagonisti ora si stanno godendo proprio quell’attimo in cui, calice in mano, ci si guarda negli occhi percependo il legame che sono riusciti a creare, riconoscendo i meriti dei propri compagni di avventura… Un momento magico… (e sì… quello che voglio vivere anch’io a breve… mica sto pensando a chi vorrei “in squadra” per nulla 😉 )