Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 16

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Ok, post al volo questa sera perchè il mio ghostwriter oggi mi ha minacciata: se non gli promettevo che stasera si guardava la partita senza interferenze non mi avrebbe svelato come proseguiva la storia… (non una gran minaccia: chi se lo perdeva il ritorno contro il Monaco???)

Comunque questo mi ha fatto riflettere su un paio di cose. Punto 1: ho un protagonista che è anche un classico italiano con la fissa del pallone… Strano però, non riesco a vedermelo sugli spalti armato di bandiera e sciarpa… Fortuna che per la durata della storia non ci sono partite da seguire! Punto 2: i personaggi hanno mille e più sfacettature delle quali spesso tendiamo a dimenticarci, che rimuoviamo, finendo così per creare più bozzetti che figure a tuttotondo. Alla fine anche loro sono come noi: hanno le loro passioni, i loro vezzi, i loro vizi… E spesso dicono molto di più di un’infinità di pensieri che invadono una pagina. Ammetto che mi ero lasciata prendere la mano dai “pensieri”. Wow! Che goduria! Dopo aver scritto diverse sceneggiature è così rilassante non trovare piccoli gesti, inquadrature particolari, oggetti che entrano in campo, cambi di espressione e di intonazione e quant’altro per palesare in 2 secondi secchi un intero universo interiore. Ora però mi rendo conto di quanto siano in realtà importanti quei piccoli elementi anche quando si scrive un romanzo. E mi rendo conto che spesso vengono saltati a piè pari. Sto ripensando ai libri che ho letto nell’ultimo periodo e mi rendo conto quanto gli scrittori sottovalutino questo tipo di sintesi che pure colpisce più di mille parole (se ben fatta, chiaro!) Un semplice gesto che ti rivela un aspetto importante della psicologia di qualcuno. Che ne so, un anziano che continua a succhiare caramelle mi fa immediatamente pensare al fatto che non si sia mai concesso di crescere del tutto, che ha nostalgia degli anni dorati dell’infanzia e che probabilmente reagirà alle situazioni di stress in modo un po’ infantile anche se celato dalla voce rauca e il corpo massiccio. Un ragazzo che non si muove senza aver infilato gli auricolari mi parlerà invece di quel bisogno di rumore per non ascoltare tutte le sue stesse seghe mentali. E così via…

Mi sa che quando farò la prima revisione avrò un bell’impegno per trovare il giusto equilibrio ma ora che ho finalmente ritrovato la mia propensione probabilmente nelle prossime pagine già ci metterò più attenzione.

E’ anche per questo, credo, che chi scrive dovrebbe passare tanto tempo fuori, per strada, nei locali, nei luoghi pubblici, sui mezzi, al supermercato ect ect ect. L’osservazione della gente è un passaggio fondamentale. Quanti di noi colgono al volo i particolari? Quanti salendo su un autobus potrebbero dire a colpo quasi sicuro quale degli studenti presenti è preoccupato per un’interrogazione e chi invece sa di essere preparato? Quell’uomo in fondo è sereno? E se non lo è, quale campo della vita causa le sue preoccupazioni? La donna seduta accanto a noi ha i sensi di colpa nei confronti dei figli perchè il lavoro le porta via troppo tempo o nei confronti di se stessa perchè si è messa al secondo posto, togliendo energie preziose al lavoro per stare più dietro ai figli, atteggiamento che l’ha portata a non seguire più i suoi sogni? E le persone che più pensiamo vicine, quanto le conosciamo realmente? Sappiamo capire a prima vista come stanno?

Certo, scrivere per il cinema implica scrivere per qualcuno che trasformerà in immagine le tue parole: più dai indicazioni più sai che sul set i presenti si sbatteranno per rendere la storia quella che tu hai in testa. Ma anche il lettore si crea delle immagini in testa, quindi perchè non cercare di aiutarlo il più possibile a conoscere quei personaggi con cui, si spera, creerà un rapporto privilegiato prima di arrivare all’ultima pagina?

Sempre più mi convinco che una storia dev’essere un frammento di vita di diverse persone che, in quel periodo, accettano di essere osservate da chi scrive. Ma non fingono, non si irrigidiscono, continuano a vivere come hanno sempre fatto e come continueranno a fare anche quando noi smetteremo di curiosare nelle loro esistenze neanche fossimo le telecamere di un reality…

Ok, il ghostwriter reclama che io mantenga fede alla mia promessa! 😉

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Giorno 15

18386671_10155233647739763_101570884_nIncomprensioni, fraintendimenti, equivoci… Cosa c’è più all’ordine del giorno se non fallire totalmente nel capire/farsi capire? Non so se capita solo a me ma se c’è una cosa che mi manda in bestia son le risposte che non c’azzeccano nulla con quanto ho detto. Divento una iena, ho la tentazione di chiudere la discussione (cosa che poi sistematicamente non faccio perchè voglio avere l’ultima parola) e di prendere a bastonate in testa il mio interlocutore solo per spaccargli la testa e vedere di cos’è foderata (altra cosa che sistematicamente non faccio per… beh, ovvi motivi giudiziari direi…) Confesso che dubito di dare sempre risposte a tono ma questo dovrebbero dirlo gli altri, non io…

Che poi parliamo la stessa lingua, quindi viene naturale chiedersi dove diavolo sta sto inghippo che non riusciamo a intercettare. Forse uno a volte si spiega male, forse a volte chi ascolta è troppo incasinato dai suoi problemi per ascoltare veramente, forse a volte è più facile riproporre affermazioni già fatte in passato sperando che il contesto sia quello giusto. E poi ci sono tutte le barriere che mettiamo in mezzo noi quando cerchiamo di comunicare. Pregiudizi, luoghi comuni, paure ancestrali, paure derivate dai tg… A volte penso che una reazione non in linea con la situazione sia comunque una delle tante forme di non comunicazione in cui siamo immersi. E’ ancora una volta il ricercare una propria zona confort perchè riflettere veramente su quello che ci viene detto potrebbe rappresentare imboccare nuovi percorsi e lo sappiamo fin troppo bene che la strada conosciuta è sempre la più sicura (che poi sia anche la più noiosamente obsoleta è un altri discorso: non è che tutti possano essere irrequieti come me, giusto? C’è chi nelle proprie certezze ci sta bene!)

Però mi pesa. Mi pesa da morire quando quello che dico cade nel nulla. Mi pesa perchè sono una cultrice del dialogo, dello scambio, e vorrei che ogni volta che m’interfaccio con qualcuno fosse un modo per imparare qualcosa, per crescere in un qualche modo, per poter aggiungere un nuovo punto di vista alla mia visuale. Lo ammetto, a volte il sentir rispondere alla cavolo mi fa sentire dannatamente sola. Mi fa sentire come se stessi solo perdendo tempo e come se non fossi degna di quei due minuti che chiedo di attenzione. Poi certo, dopo la botta cerco anche di riprendermi e andare avanti, come sempre. E cerco di togliermi gli occhiali mentali che tendiamo tutti ad infilarci. Perchè penso che quando fraintendiamo qualcuno spesso questo dipenda da un paio di occhiali particolarmente neri che stiamo indossando (l’opposto di quelli rosa con cui invece diventa così piacevole guardare il mondo, per intenderci…) Cerco di capire il perchè di quella risposta, di capire cosa si nasconda dietro, di capire di cosa la persona con cui mi stavo interfacciando stava invece cercando di comunicarmi. Poi ok, non è che ci sia sempre speranza: a volte una risposta alla cavolo è sinonimo di… testa di cavolo, ecco!

Ma non si tratta solo di parole, di discorsi, di qualcosa di astratto. Spesso anche i gesti e le intenzioni vengono fraintesi. Un atto di gentilezza, un favore non richiesto, un gesto di amicizia vengono letti attraverso le lenti della malizia, ancora una volta del sospetto e della paura. E anche due dei miei personaggi hanno questo problema: subiscono il giudizio, vengono additati, vengono ritenuti colpevoli di fatti neanche accaduti. Nessuno chiede loro qualcosa, si limitano a decidere che “dev’essere così”, punto e basta. E’ un po’ come la storia di Lucifero, no? Cacciato dal Paradiso, mandato nelle fiamme eterne (che poi fiamme=fuoco=luce… a me qualcosa non torna qui dentro… il fuoco che purifica, la luce che illumina… non lo so, secondo me qualcuno ha cannato di brutto con la simbologia…) Ma se si voleva ribellare, se non voleva essere inferiore… ma nessuno si è mai chiesto sto povero angelo (poi caduto) che problemi di bassa autostima avesse? Che alla fin fine spesso si attacca solo perchè si teme di venire attaccati, si giudica perchè si teme di essere giudicati…

Ecco… a volte invece di andare su tutte le furie per stupidi fraintendimenti dovremmo (io per prima dovrei) togliere quegli occhiali e cercare di capire cosa ci sta sotto. Magari scoprirò di avere a che fare con una persona con la quale è inutile continuare a parlare, ma magari scoprirò che c’è un universo dietro a quella frase che a me sembrava fuoritema e invece metteva in luce tanti aspetti nascosti di qualcuno che non voleva metterli in luce ma l’ha fatto inconsciamente. Sì, dovrei fare così. Accettare. E accettando amare… (del resto continuando con il mio romanzo “svelerò” anche i reali punti di vista quindi… se gli altri personaggi equivocano, perchè non può capitare anche a me?)

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Giorno 10

18302337_10155217527379763_1741035543_nNon credo che il mare sia meglio della montagna. Non credo neanche sia vero l’opposto. Credo che, semplicemente, ognuno di noi sia portato a sentirsi più a suo agio in presenza dell’uno o in contemplazione dell’altra.

Per quel che mi riguarda, il mare è la dimensione a cui sento di appartenere, quel luogo che, ovunque esso sia, mi sento di chiamare “casa”.

Personalmente, ma è un’idea tutta mia, trovo che il mare abbia più a che fare con le emozioni mentre la montagna, con le sue vette frastagliate, sia più collegata alla vita e alle sue sfide. Sono due modi diversi di affrontare la quotidianità. C’è chi è più predisposto a scandagliare le emozioni e chi lo è più per il fare, l’agire. Non significa che gli amanti del mare si limitano a sedersi e riflettere, anche se in effetti probabilmente sono bravi in questo e trovano vitali per loro simili pause. Una sfida è pur sempre una sfida e per quel che mi riguarda amo raccogliere quelle più ostiche. Non per nulla la mia metafora preferita mentre avanzo in questa esistenza è la marcia verso la vetta. Da anni mi sento come se stessi camminando in salita, chiedendomi quanto dista la cima, curiosa di ammirare il panorama da lassù ma al tempo stesso concedendomi di godere della bellezza del percorso che scopro giorno per giorno.

Ma quello che mi affascina realmente sono gli abissi, le profondità, il mistero che ti avvolge quando arrivi dove il sole non riesce più ad illuminare la tua prossima spinta in avanti. Sono quelle emozioni a cui mi piace dare un nome e percepire sulla pelle, è la voglia di vedere quello che generalmente è nascosto allo sguardo umano.

 A volte mi chiedo anche quanto possa essere “sano” questo mio approccio. Se il sole rappresenta la realtà per come tutti la possono toccare, inabissarsi in quel mondo spesso oscuro chiamato inconscio come può portarmi a vivere la vita? Se la realtà la vedo filtrata dall’acqua emozionale, quanto posso realmente capirla? Come posso capire davvero gli altri se la mia maschera crea un filtro tra me e loro?

Del resto, se salgo sulla vetta più alta e mi godo il calore del sole cocente sulla faccia, se osservo tutte quelle cime, imbiancate o verdi che siano, che mi circondano, come faccio a capire cosa sto provando in quel momento se tutto quello che sperimento è in qualche modo tangibile e razionale?

Credo che mi sentirò una persona completa quando mi troverò a vivere su una spiaggia che ha alle spalle delle imponenti montagne. Le potrò così osservare anche attraverso l’acqua o potrò trovare riparo tra le sue rocce osservando il mare.

No, non credo ci possano essere reali detrattori del mare o della montagna, qualcuno che, tassativamente, rifiuta l’uno o l’altra. Possiamo avere delle preferenze, sentirci più o meno a nostro agio, ma “odiare”… beh, è una parola grossa. E’ un respingere in modo assoluto una parte di noi stessi, che sia quella emotiva o quella fisica. E’ il totale rifiuto per analizzarci dentro o agire fuori. E del resto, se ci pensiamo, il mare è un’esperienza che spesso si fa da soli. Sì, certo, ci si va in compagnia e non potremmo mai governare una nave in solitudine, ma quando nuoti, quando t’immergi, sei a contatto con te stesso. D’altro canto, puoi sicuramente fare un’escursione in montagna da solo ma quando davvero ti ci addentri, quando vuoi raggiungere quei picchi più alti, allora c’è bisogno di qualche compagno di avventure, altri scalatori con cui mettersi in cordata. E del resto le nostre esperienze quotidiane sono queste: riflettiamo da soli ma poi, quando si tratta di agire, si tratta d’incontrare altre persone, di lavorare magari in team o anche solo fare affidamento su un barista che ti prepari un caffè.

Forse anche i miei personaggi sono, in questo momento, in cammino. Come me. C’è chi è più pratico e sta scendendo dalle sue vette (o ancora sta dando le ultime indicazioni ad Heidi su come prendersi cura delle caprette) per andare a vedere per la prima volta il mare e chi, al contrario sta nuotando verso riva. In ogni caso, è un bel viaggio e vale la pena di compierlo, anche solo per provare poi la nostalgia del punto di partenza.

Per quel che mi riguarda, continuo ad avanzare ricercando quella spiaggia e per strada incontro nuovi, interessanti compagni di viaggio. Alcuni si aggregano, altri tornano sui loro passi, altri ancora prendono una deviazione perchè chi mai l’ha detto che anche una vallata con un lago che rispecchia le montagne non sia un buon posto dove vivere?

Buon viaggio, viandanti.

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Giorno 8

18280897_10155212189194763_119730789_nPausa. Non so perchè e non ne posso essere certa ma ho la netta impressione che se facessi un rapido sondaggio scoprirei che al solo sentire questa parola la maggior parte della gente penserebbe o alla pausa caffè o alla (famigerata) pausa di riflessione. Per me si tratta assolutamente della prima opzione: ultimamente sto cercando di “disintossicarmi” un po’ ma fino a tipo un mese fa se qualcuno provava a farmi un prelievo di sangue probabilmente si sarebbe ritrovato con un campioncino di un colore bruno dorato con una forte profumazione arabica… In molti però, sospetto, hanno sperimentato le notti insonni che seguono il sentire il proprio partner affermare di aver bisogno di una pausa (al 95% perchè non ha il coraggio di dire chiaramente che vuole guardarsi attorno… anche perchè a quel punto non potrebbe più tornare indietro.)

Ecco, il mio ghostwriter è più o meno a questo punto. S’è fatto un viaggio che l’ha portato su un fuso orario di 7 ore indietro rispetto al nostro solo per mettere ben in chiaro la distanza che c’è tra lui e la sua lei? Non proprio. Ma quasi. Voglio dire, poteva farlo quando voleva, poteva portarci anche lei… invece ha scelto di vivere quell’avventura da solo e in quel preciso momento della sua vita. Perchè sì, tra le altre cose aveva anche bisogno di una pausa di riflessione solo che non voleva dover usare questa espressione perchè sa benissimo che a quel punto sarebbe stata lei a protrarre quel break a vita.

Credo tutti noi abbiamo bisogno di pause, piccole pause quotidiane, un giorno la settimana, una settimana l’anno. Non importa con che frequenza nè la durata. Fatto sta che servono perchè da una pausa torniamo cambiati. Il cambiamento può essere minuscolo (aver snebbiato la testa con un caffè o “essersi incipriate il naso” come direbbero signore molto più di classe e formali di me) o plateale (essersi presi un anno sabbatico per fare trekking sul Pacific Crest Trail e decidere di mollare definitivamente tutto e andare a vivere nei boschi). Insomma, di qualsiasi entità sia il cambiamento, comunque avviene. E noi sappiamo che sta per arrivare. Lo sappiamo perchè ci stiamo prendendo del tempo per noi, per schiarirci le idee, per preparare il terreno a una sorta di illuminazione che speriamo ci colpisca lungo il cammino (non prendetemi alla lettera voi del trekking… e attenti ai fulmini!) Fare una pausa equivale, in un certo senso, a cercare delle risposte. Certo, si può obiettare che anche andare in ferie è una pausa ma non ha niente a che fare con eventuali domande. Vero. In parte… Perchè quando sei in ferie dedichi del tempo a te, ai tuoi cari, a quello che più ami… E ti porta a chiederti chi sei, che direzione ha preso la tua vita, se ci stai dentro comodo… Ma questo è un altro discorso.

La riflessione che mi è venuta spontanea, in realtà, è come le nostre vite sembrano ben strutturate in compartimenti stagni, ognuno dei quali ha diverse ancore che lo tengono ben fisso nella realtà che stiamo vivendo (es il lavoro ancorato all’affitto e ai contributi, l’amore al partner e all’amante, lo sport al benessere e alla forma fisica, etc etc). Voglio dire, uno (generalmente) si prende una pausa dal lavoro (le ferie o l’anno sabbatico, ad esempio) o da una relazione o da un’attività sportiva o… insomma, da qualcosa. Sono pochissimi quelli che si prendono una pausa dalla propria vita in generale, quelli che mollano famiglia, amici, contatti Facebook e lavoro per andarsene a meditare 7 anni in Tibet. In genere metti in stand-by qualcosa ma continui con la solita routine per quel che riguarda tutto il resto. Il mio ghostwriter, ad esempio, ha preso tempo per cercare di dare una svolta alla sua vita lavorativa, ufficialmente. Poi che la sua compagna non sia una perfetta cretina e si sia resa conto della situazione è un altro discorso… Ecco. Quello che capisco, quello che sperimento anche nella mia vita è che sì, tendiamo a dividere i vari campi pur sapendo che sono comunque interdipendenti tra loro. Se il capo ti ha fatto dei complimenti per come hai svolto il tuo lavoro ti senti apprezzata, ti senti magari più sicura di te e il sapere che il tuo cervello funziona bene magari all’aperitivo ti porta ad esprimere maggiormente la tua opinione certa delle tue idee. Il fatto di aver intavolato un’appagante conversazione con gli amici ti porta a stimarti maggiormente e quando rientri riesci a non farti mettere i piedi in testa dal figlio adolescente che pesta i piedi perchè vuole il motorino anche se ha appena portato a casa una pagella che fa rabbrividire una capra. L’aver risolto la situazione con il figlio ti fa sentire una donna matura che si vuole godere la sua autorità quand’è ora di rifugiarsi sotto le coperte (ohhh, avete capito che intendo!) Dopo una notte appagante la mattina successiva ti alzi con il sorriso e te lo tieni stampato in faccia almeno fino a pranzo diffondendo il buonumore in ufficio… e così via. Ok, visto che sono single e non ho figli ovviamente era solo un esempio a titolo esplicativo però sono davvero convinta che funzioni così nella realtà. Del resto se mi viene l’nfluenza non andrò a lavorare ma non uscirò neanche con gli amici quindi… perchè pensiamo che se siamo insoddisfatti di qualche aspetto della nostra vita l’esame che dobbiamo farci riguardi solo quello specifico campo? Forse è quello che c’importa di più o quello per noi più facile da risolvere, quello che non metterebbe in discussione tutto il resto o quello che maggiormente ci crea quel disagio che poi riversiamo negli altri. Non lo so quale sia la risposta. Quello che penso è che certe volte avremmo semplicemente bisogno di una pausa dalla vita ma credo che l’ibernazione comporti anche la messa in stand-by del cervello quindi non è che potremmo avere le risposte che ci farebbero urlare Eureka! Quello che penso è che se invece di dividere la vita in settori ne facessimo un unico reticolo sarebbe più facile scovare il fil rouge che li tiene uniti. Ed è quello che realmente importa, quella linea conduttrice che ci parla di noi e porta in luce aspetti di noi di cui magari non siamo consapevoli o che sottovalutiamo. Ok, forse un giorno arriverò a prendermi una pausa totale (niente trekking per me, sono più da isola deserta…), nel frattempo… torno al libro!

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Giorno 7

18198112_10155209611654763_640515303_nNo, non è tempo di ricaricare la spina (a quello ci penserò tra altri 38 giorni, all’alba del fatidico quarantacinquesimo… forse!). Pensavo alle “scintille” che, per un motivo o per un altro, ognuno a modo suo, sprigionano i vari personaggi quando s’incontrano in una storia. Pensavo a quella corrente che c’è tra loro, quell’energia possibile solo in quel contesto, dove due anime, due storie, per quanto siano distanti, s’incastrano perfettamente. E non è una cosa che si possa decidere a tavolino, non puoi iniziare a scrivere pensando “a quella pagina, in quel momento, si percepirà la connessione, ci sarà la scossa.” Avviene. Normalmente, naturalmente. Come accade nella vita quotidiana.

Certo, inizi a scrivere e sai già chi saranno i protagonisti, chi le spalle, chi semplici meteore passate per illuminare per un attimo la strada. E sai che ad un certo punto si creerà quella magica congiunzione che ti provoca un brivido. Due menti che s’incontrano, pensieri che s’incastrano generandone altri. Ma quando il tutto accadrà… beh, quello solo lo scrivere parola dopo parola, pagina dopo pagina lo puoi scoprire. Sai solo che arriverà quel momento.

Nella vita reale succede un po’ la stessa cosa. Incontriamo persone che restano con noi il tempo di un viaggio in treno o per tutto il resto della nostra vita. Non sappiamo mai chi tornerà e chi no, con chi scatterà la scintilla e con chi no. Ci sono affinità elettive che percepiamo a pelle ed affinità elettive che impieghiamo tempo ad intravedere. Ci sono legami di amore, amicizia, lavoro, collaborazione che sembrano essere effimeri e diventano i nostri punti di riferimento e grandi scariche di energia che pensiamo non si esauriranno mai e che invece svaniscono in un lampo. E’ la complicità quella che, a mio avviso, fa in modo che ci sia sempre corrente in un rapporto, sempre un (alla fine) paritario scambio di energia. Una relazione complice non è da tutti, bisogna trovare chi sa leggere tra le nostre personali righe. Quello sguardo, quella parola, quell’accenno di sorriso che gli altri travisano e che invece aprono le porte al nostro universo interiore. Complice è chi riesce ad attraversare la nostra anima in ogni momento: quand’è un mare in tempesta e quando un lago placido. E che in entrambi i casi lo faccia sentendosi al sicuro e guardando con interesse il panorama che lo circonda. Sentendosi, in qualche modo, a casa.

Complicità. A mio avviso quasi una certezza che quella specifica relazione è destinata a durare. Perchè chi ti è complice è al tuo fianco quando ti giri a cercarlo, appare al momento più opportuno, ti para le spalle e ti fa trascorrere le ore più spensierate della tua vita. Complice è qualcuno con cui condividere senza bisogno di troppe parole nè troppi gesti eclatanti. Complice è chi sa riconoscere l’importanza dei tuoi silenzi. Complice è chi ti fa sentire a tuo agio e riesce a farti sdrammatizzare anche il più incasinato dei casini che hai combinato. Complice è chi ti pone domande e ascolta le risposte (beh, è complice oppure è un professore, un avvocato, uno psichiatra… insomma, cerchiamo di essere un po’ elastici!). Complice è chi già s’immagina la prossima avventura assieme e complice è chi, un giorno, potrebbe scrivere la tua biografia senza nessuna censura. Complice è chi sa vederti e chi si fa vedere da te. Complice è qualcuno a cui, in qualche modo, sai che sarai legato a vita, anche solo attraverso la memoria. Perchè se la complicità è una forma di energia allora, come tutte le energie, non è destinata a distruggersi ma solo a trasformarsi.

(Grazie a tutti i miei complici… non vi dico che vi voglio bene, tanto lo sapete da voi!)

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Giorno 6

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Consolare, consolazione, consolatorio… in una parola… Nutella! 🙂 No, ok, ovviamente sto scherzando (anche perchè sono una fan del burro d’arachidi, da crisi d’astinenza proprio…) Resta il fatto che tutti incappiamo in qualche momento in cui abbiamo bisogno di trovare un po’ di conforto. Voglio dire, hai l’appuntamento che hai sognato per tutta la vita e ti si spezza un’unghia: una tragedia all’ennesima potenza… come fai a rimettere a posto il morale se non hai nessuno che ti offre una spalla su cui piangere e recitare il rosario di tutte le sfighe che ti sono capitate nella vita? Quella volta che il parrucchiere ha cannato il taglio, quella in cui hai cannato tu protezione solare e ti sei trovata a farti chiamare “fragolina” per mesi dalla compagnia… Sì, insomma, la vita è una vera lotta a volte e qualche botta di culo non la disdegna nessuno…

Ok, mi sembra chiaro che qui tutti sappiamo dare la giusta priorità alle cose (anche se in effetti quel taglio di capelli che ti faceva sembrare una lampada in stile liberty alle medie farai fatica a scordartelo ma hey, avevi 12 anni, ti era concesso…) Quello che forse ci riesce più complesso è percepire dentro la giusta empatia per offrire un qualsivoglia sostegno. Ovvio che mi fa sorridere il sentire due adolescenti aver voglia di spaccare il mondo perchè i genitori non le lasciano andare alla festa più importante della storia umana. So benissimo che si tratta di un evento come tanti altri a cui prenderanno parte, una di quelle cose di cui si stancheranno quando all’università inizieranno, magari, a frequentare circoli di un qualsiasi tipo che allora diventeranno davvero l’unico faro nelle loro esistenze… Quello che s’impara, un po’ alla volta, è che c’è sempre un faro solo che nel corso degli anni si avvicendano i guardiani che se ne prendono cura. Solo che spesso siamo convinti che il nostro sia universale: come la vediamo noi, così dovrebbero vederla tutti… E’ per questo che sono in pochi a saper offrire davvero una qualche forma di consolazione (io no di certo… non è stronzaggine acuta nè mancanza di empatia… magari -a volte- saprei anche la cosa giusta da dire ma è più forte di me spingere ad alzare le chiappe piuttosto che stare a recriminare… anche se poi a recriminare sono un fenomeno! Vabbeh… poi mi prendo anche a calci da sola, così, giusto per compensare…)

Insomma… non tutti sono geni assoluti come il signor Ferrero in grado di creare il rimedio universale (almeno per quel che riguarda l’Universo Femminile) in grado di tappezzare in qualche modo le ferite. E forse è anche per questo che spesso ci ritroviamo a far più affidamento in qualcosa piuttosto che in qualcuno. Solo che spesso non sono rimedi a lunga durata: una bevuta, un’abbuffata, una folle corsa in moto… tutte cose che danno sollievo per un po’. Poi ci si ritrova là, con i propri casini o con le proprie delusioni o con… E nessun amico/conoscente/terapeuta che ti capisca davvero o che sappia dirti le parole giuste.

E’ qui che dovremmo essere abbastanza adulti e consapevoli di chi siamo per ammettere che eravamo migliori quando eravamo bambini. Quando lasciavamo andare le cose senza neanche rendercene conto. Perchè tanto non avevamo orologi e non distinguavamo tra “ieri” “oggi” “questo istante”. Era tutto “questo istante”. Ancora una volta, senza che mi ci mettessi io a riflettere, sono stati i miei personaggi a farmelo capire. E senza bisogno di parlare, solo agendo, essendo loro stessi. Sintetizzando: maschio adulto (beh… anzianotto direi…) deluso: si ritrova da solo con una bottiglia; bambino deluso: se ne sta per i fatti suoi e fa quello che più ama fare. Provate un po’ ad indovinare chi dei due riesce a ripartire meglio alla fine?

Sì, insomma… è la solita vecchia storia del trovare le risorse all’interno di noi, di essere in contatto con i nostri sogni, con quello che siamo, con le nostre emozioni. Credo che in particolar modo i sogni, gli obiettivi, siano la consolazione più grande. Non più fari che possono cadere in disuso, gestiti da qualcosa di umano, che possono deteriorarsi con il tempo. Ma una stella Polare che indica sempre la direzione… alla fin fine sta là da non so quanto tempo, non vorrete mica sparisca proprio nel corso della nostra vita! Però sì, se me lo chiedete ogni volta che sono caduta non solo la forza ma anche la motivazione a rialzarmi mi è stata data dal sogno che volevo realizzare, quel qualcosa di più grande di me che prima o poi, a costo di sbattermi per tutta la vita, avrei realizzato. Non so se sarà così per sempre, non so se ne troverò uno più grande e luminoso da perseguire lungo la strada. Ma per ora è così. Ed io sono incredibilmente felice che lo sia.