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Vi presento Elephant!

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Sembra incredibile…

Questo blog era nato per gioco, per una sfida contro me stessa. Era nato perchè avevo voglia di tempo per me e voglia di tempo da dedicare a dei personaggi di cui mi ero innamorata a prima vista e che continuavano a camminarmi in testa. Mi ero ripromessa che in 45 giorni avrei scritto il mio primo libro… Questo accadeva nella primavera del 2017, quando avevo bisogno di schiarirmi le idee sul mio futuro come sceneggiatrice.

Terminato il tempo che mi ero accordata, con la storia finita e revisionata, ho ripreso in mano la vita “normale”, quella che ti mette di fronte a tutte a tutte le difficoltà e a tutti i casini quotidiani. Ogni tanto mi chiedevo a chi avrei dovuto affidare questa storia che per me significa così tanto, mi chiedevo se un giorno l’avrebbe letta qualcuno che non facesse parte della mia cerchia più intima.

Si sono succeduti i festival cinamatografici dove il mio film era in concorso, si sono succedute le storie da scrivere (e del resto l’anno scorso il progetto da 45 giorni era una nuova sceneggiatura… a breve sul set!), si sono succeduti gli avvenimenti importarti nella mia vita come donna…

E poi è arrivato l’input che aspettavo: scoprire questa casa editrice, Les Flaneurs Edizioni, che mi sembrava rivolgere un’attenzione particolare e sensibile ai suoi autori e alle storie pubblicate. Sembra banale, purtroppo non lo è. Prima che l’editore, Alessio Rega, mi contattasse, avevo già rifiutato un contratto di pubblicazione perchè… beh… vedo case editrici che vogliono far grandi numeri a livello di libri salvo poi, dopo un colpo di fulmine per una storia che sfuma in fretta, lasciare che i libri restino a prendere polvere. E i loro autori con essi.

Eppure se una persona scrive è perchè ha il bisogno fisico, una necessità che ti stritola l’anima, di comunicare qualcosa.

Les Flaneurs mi sembrava diversa. Mi sembrava una realtà che accoglie i suoi autori come amici importanti, con cui condividere un lungo (e a tratti impegnativo) viaggio. (E devo dire che la prima impressione si è rivelata più che corretta!)

Così quando è arrivata la proposta editoriale non ci ho pensato due volte. E il risultato eccolo qui: a giugno, il 10 per l’esattezza, poco più di due anni dopo aver stampato quella che pensavo essere la versione definitiva del mio Elephant, la mia creaturina vedrà la luce. E io non vedo l’ora di poter finalmente sfogliare il mio primo libro.

E quindi mi sembrava giusto scriverlo anche qui… in questa specie di diario telematico a cui ho affidato tutte le emozioni della sua scrittura. Niente progetti di 45 giorni quest’anno (ahimè!)… Ce ne sono troppi che si accavallano per riuscire a dedicarmi anche a queste pagine con la dovuta attenzione… al momento! Hey, e poi sono anche diventata una fiera zia nel frattempo! Però non significa che vi libererete di me: ho altre idee che finiranno qui… appena ho un attimo di respiro!

Nel frattempo… a chi mi ha accompagnato in questo percorso… grazie, grazie di cuore! Vi penso, anche se non scrivo!

Buona primavera, in tutti i sensi!

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Lettera a una donna (giorno 44)

33889980_10156296839549763_8049287123846561792_nLETTERA A UNA DONNA

Non importa quale sia il colore della tua pelle, nè quanto liscia sia. Puoi avere tutte le tue esperienze tatuate in faccia o le lentiggini rimaste dall’adolescenza da cui ancora non sei del tutto uscita. Puoi avere i segni della gravidanza o di quell’intervento che ti ha impedito di diventare madre iscritti sul tuo addome. Puoi arrivare all’ultimo scaffale senza neanche bisogno di metterti in punta di piedi o puoi aver bisogno di salire su una sedia per aprire una finestra. Puoi avere i capelli del tuo colore o aver dimenticato il colore dei tuoi capelli. Non importa come sei, come ti appari quando incroci uno specchio, come ti guardano quando cammini per strada. Non importa neanche se quando cammini per strada si voltano dall’altra parte. Tu sei bella. Tu sei bellissima. Con i chili in più e quelli in meno, con la falcata da modella o il passo traballante, con gli occhiali o il volto scoperto, con le labbra accartocciate o stese in un sorriso. Sei bella, sei unica e sei semplicemente te stessa.

Potrai essere più o meno intelligente e spiritosa e ironica e determinata e combattiva e debole e insicura e romantica e sognatrice e avventurosa e curiosa e stonata e istrionica e coinvolgente e timida e carismatica e fantasiosa e colta e… E in ogni caso sei perfetta, così come sei. Puoi essere un’insegnante, una casalinga, un alto dirigente, un artista, una studentessa, una disoccupata, una giornalista, una contadina, un’operatrice sanitaria, un rettore universitario… Tu sei tu, perfettamente e semplicemente. E puoi restare chi sei o puoi sognare di diventare chi vuoi sapendo che, in ogni caso, andrà bene. Andrà bene finchè la tua strada sarà quella che sceglierai tu, senza imposizioni, senza farti piegare da chi ti dice che non sei abbastanza per. Perchè i tuoi sogni sono alla tua portata e le vette più alte si trasformano in semplici colli quando decidi che raggiungerai la tua meta.

Non esistono giudizi, non esistono critiche, non esistono neppure elogi. Nessuno può appesantire le tue scarpe e nessuno può metterti le ali ai piedi. Quello che indosserai, se il mantello pesante della sconfitta o le ali di una fata dipende solo da te, dalle tue scelte. E ti diranno che non potrai scegliere, che la vita è dura, che sei nata nel Paese sbagliato. Ti puniranno se alzerai il capo, ti lanceranno pietre se amerai l’uomo che il tuo cuore ha scelto, abuseranno del tuo corpo e della tua anima se vorrai superare i limiti che hanno imposto. Tu, semplicemente, continua. Vai avanti. Combatti portando amore. Perchè, amica mia, tu sei una donna. E noi donne abbiamo così tanto dentro… siamo come matriosche: faranno di tutto per spezzarci, convinti di rinchiuderci così in una gabbia, ma non sanno che quello che spezzano è solo l’involucro più esterno, il primo di tanti strati. Non sanno che più tenteranno di romperci e più rapidamente noi arriveremo al nostro nucleo, dove tutto è luce, dove tutto è potenza allo stato puro.

Non credere al fato, non attendere la tua dose di fortuna, non esprimere un desiderio per poi sederti in attesa. Nulla nella vita piove dal cielo, nulla ci viene offerto su un piatto d’argento senza che dietro non ci sia un ricatto. Ma allo stesso modo, nulla ci è precluso se vogliamo ottenerlo. A volte sarà un percorso difficile e solitario, a volte ti verrà voglia di tornare indietro e scegliere una strada meno impervia, a volte raggiungerai un’oasi di tranquillità e avrai voglia di fermarti, per sempre. Fermati e ascoltati. Ascolta il fragore della tua anima che ti chiede di andare avanti. Ascolta il battito del tuo cuore eccitato al pensiero dell’avventura che stai vivendo. Ascolta le voci delle nostre ave che hanno combattuto per i nostri diritti, per un mondo più a dimensione di donna. E ascolta anche la voce di Madre Natura che ci racconta come sul suo manto abbiano camminato donne di tutti i tipi, di tutti i caratteri, di tutte le religioni. Alcune l’hanno irrigata con il sangue, altre con le lacrime, altre ancora invocando la pioggia. E noi che siamo qui ora, che ci cibiamo dei suoi frutti, conteniamo in noi tutte queste memorie, tutta quella forza, tutto quel coraggio e sì, anche tutta quella disperazione accumulata nei secoli.

Siamo figlie, madri, mogli, compagne, amiche… ma siamo anche le Imperatrici del nostro mondo, della nostra vita e del nostro corpo. Siamo cresciute sentendoci chiamare principesse o non venendo chiamate affatto se non con il suono di una cinghia pronta a colpirci. Siamo maturate stando sempre in un angolo o scendendo per prime in pista. Siamo quello che siamo ora per aver stretto i denti o aver sempre sorriso alle persone giuste. Noi siamo. E abbiamo diritto di essere. E abbiamo diritto di veder riconosciuto il nostro valore. Riconoscilo, tu per prima. Senti dentro di te il profumo del fiore che sei, pronto a sbocciare e a mostrarti al mondo. O senti come la tua vita, già così lunga e così carica di memorie è come una quercia, possente e con le radici ben conficcate nel terreno.

Non m’importa del colore della tua pelle. Non m’importa della tua età. Non m’importa se ami un uomo o una donna o un animale. Non m’importa se tutti ti conoscono o se tutti ignorano il tuo nome. Non m’importa se segui la moda o l’inventi. Non m’importa se ti senti un’eroina del 1800 o una donna votata al futuro. Non m’importa se parli la mia lingua, preghi il mio Dio, mangi carne o sei vegana.

Ti amo, ti onoro e ti rispetto perchè hai scelto d’incarnarti come donna e di portare nel mondo quell’amore e quell’accoglienza, quel coraggio e quel rispetto, quei sorrisi e quelle lacrime, quei fardelli e quelle speranze che tanto ci contraddistinguono.

Non ti auguro nulla, se non di amarti fino in fondo e mostrarti per quello che sei, con la testa alta, i capelli spettinati dal vento e quel sorriso di chi sa che, qualunque vita sia, la sua vita ha senso.

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Penultimo giorno, poi non ditemi che il tempo non vola! Comunque ho riflettuto a lungo su questi due ultimi post. In genere traggo spunto dalla storia che sto scrivendo ma visto che il libro è ancora in fase di evoluzione nella mia testa e che mi restano solo due giorni, ho pensato di fare una cosa diversa. Visto che comunque (non so ancora in che modo svilupparla, ma il tema resta sempre lo stesso) parlerò di una coppia scoppiata, senza possibilità di ritorno, e visto che tutti noi passiamo attraverso relazioni più o meno appaganti, più o meno durature, ho deciso che scriverò due lettere, in modo da coinvolgere tutti (vogliamo la parità… più equo di così! 😉 )

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Giorno 43

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Non so voi ma io oggi ho scoperto di avere praticamente il 90% di contatti Facebook espertissimi in politica. Peccato che se dovessi dar retta a loro dovrei segare Mattarella a metà e a una metà dire “io sto con te” e all’altra “io non sto con te”, visto che non c’è ancora una maggioranza di opinione. Il buffo è che, a seconda del giorno, sono tutti politici, allenatori (ommioddio, stasera gioca l’Italia, già mi posso immaginare la bacheca di domani pro o contro il Mancio…), ingegneri, astronauti, avvocati e quant’altro. Beati loro ad avere questa cultura sconfinata! No, non mi fa neanche sorridere, mi dà solo modo di riflettere. Siamo tutti iper mega competenti in un casino di cose, dei proverbiali pozzi di scienza… ma allora come mai in Italia stiamo messi così? Voglio dire, quando, esattamente, abbiamo iniziato a piegare il capo fino a ritrovarci in questa situazione in cui nessuno è più in grado di alzare la testa? E quando arriverà l’eroe che ci spingerà a farlo?

Viene spontaneo ripensare alla prima denuncia a Weinstein. Dopo di quella, ecco una sfilza di attrici pronte a denunciare il produttore cinematografico (nonchè altri produttori e registi, anche qui in Italia). E’ vero, a volte basta che solo una persona scagli con forza una lancia perchè subito degli altri si aggreghino alla lotta.

Il problema, credo, è che da noi ancora non abbiamo avuto nessuno in grado di lanciare quella prima, destinata a cambiar tutto, lancia. E non parlo solo di rivolta contro la politica, parlo un po’ in tutti i settori. Fior fiore di giovani, laureati rampanti e con le carte in regola, ma non solo loro, devono sottostare a un mercato del lavoro che sembra creato ad hoc per impedir loro di arrivare a una qualche forma di indipendenza. Contratti a progetto o a tempo determinato che prevedono una paga ridicola che rasenta lo sfruttamento, periodi infiniti di praticantato per ottenere, dopo tanta fatica, un “arrivederci e grazie”, lavori in nero o sottopagati. E tutte le offerte, tuttavia, vengono accettate. Perchè? Perchè fa curriculum o fa esperienza o s’impara qualcosa. La dignità umana, quella nel mondo del lavoro sembra non contare nulla. Perchè diciamocelo, quelli ai piani alti hanno deciso che, in fin dei conti, ti stanno pure facendo un favore: per qualche mese non devi neanche andare all’ufficio disoccupazione.

Non è un caso che in tanti, appena valicano i confini italiani, riescono ad avere una carriera, diverse volte di successo, alcune addirittura di successo internazionale. Solo che, appunto… alzare la testa ormai sembra equivalere a espatriare. Qui, nel nostro piccolo, l’alziamo solo per fare i bulli con qualcuno più debole di noi. (Del resto l’abbiamo imparato secoli fa: divide et impera, quindi cosa c’è di meglio che una lotta tra poveri?)

Beh, sapete che c’è? Che sto cercando proprio di fare questo, nel mio piccolo, nel mio ambito: alzare la testa. E non lo so se avrà esiti positivi ma per ora mi fa stare bene. Perchè la verità è che io, come tutti voi, del resto, ho la mia dignità, ho le mie competenze, ho la mia professionalità. Quindi se io devo dimostrare a un qualsiasi datore di lavoro di essere in grado di svolgere il mio ruolo nel migliore dei modi, mi aspetto in cambio che il mio impegno venga rispettato e che il capo sia altrettanto competente nel suo di ruolo. Invece noi ci svalutiamo, mamma mia, quanto ci svalutiamo! Lo facciamo ogni volta che qualcuno ci dice “fa’ questo e fa’ quello” e noi, anche se lo riteniamo ingiusto e non equo, rispondiamo con un sommesso sì. No, non va bene! Se il capo non sta facendo il suo lavoro non può aspettarsi che noi gli pariamo il culo. Ci sono delle regole da rispettare. Quando si tratta di lavoro c’è un do ut des, non che io metto in stand-by la mia vita per fare un favore a te che cerchi manodopera a costo zero. Mi spiace, non funziona così. Nel lavoro c’è comunque una forma di collaborazione, sempre e comunque. Come??? Avete capito bene! E’ vero, il capo dà ordini. Ma se io sono un operaio che ogni giorno non fa altro che azionare una leva per creare che so, dei bulloni, mi aspetto che il boss li venda di modo che ci guadagna e con parte del guadagno non solo mi paghi ma mi tuteli pure, esempio con un’assicurazione o con la messa in sicurezza dell’impianto. Io faccio il mio, lui fa il suo.

Io sono una di quelle che vuole battersi perchè in campo cinematografico le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini e perchè il loro lavoro venga equiparato. Basta vedere per la maggior parte volti maschili in lizza per gli incarichi più importanti o i premi più ambiti. Ed è una nozione che, comunque sia, dovrebbe diventare trasversale in tutti i settori. Se mi faccio il mazzo quanto te, mi aspetto le tue stesse opportunità. Ma lottare significa anche smettere di scattare sull’attenti appena qualcuno ti dice di fare una cosa. Certo, se hai firmato un contratto che ti dice che tu ogni giorno ti impegni a raccogliere fragole per otto ore, tu per otto ore devi raccogliere fragole e se la tua pausa bagno prevede anche una telefonata alle amiche, il selfie da postare su Facebook, il caffè al bar e dieci minuti a fissare il sole perchè, in effetti, ti stai ustionando la schiena ma la faccia resta cadaverica… beh, qualcosa non torna e se ti richiamano all’ordine ti conviene davvero precipitarti. Ma se quello stesso campo avete deciso di gestirlo assieme, quando hai fatto la tua parte hai tutto il diritto di affermare “no, non faccio anche la tua e poi alla fine dividiamo il ricavato”.

Per non abbandonare la mia metafora (non chiedetemi come m’è venuto in mente di parlar di fragole, non ne ho la più pallida idea…), siamo tutti coltivatori di fragole (ovviamente ognuno nel suo campo) e abbiamo tutto il diritto di pretendere quello che ci spetta. E’ pura e semplice questione di autostima. Non permettiamo a nessuno di reputarci inferiori nè di sfruttarci nè di mettere in dubbio il nostro valore. Certo, possiamo essere alle prime armi e avere molto da imparare, è importante essere anche umili se davvero vogliamo crescere. Ma questo non significa che l’apporto di ognuno di noi non sia fondamentale e che ad ognuno spetti il riconoscimento del proprio impegno. Quindi no, non facciamoci usare per paura di venir tagliati fuori, facciamo sentire la nostra voce, perchè vale quanto quella di tutti gli altri. Dove si trova il coraggio di far questo: credendo in se stessi, consapevoli di cosa si è fatto per arrivare dove si è. Stimando se stessi, perchè finchè siamo in un percorso di crescita, meritiamo tutta la nostra stima. E soprattutto amando se stessi, perchè ciò implica riconoscere il valore unico che possediamo e possiamo dare al mondo. Quindi, a testa alta, io ti dico: AMATI!

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Giorno 42

33704724_10156292116369763_5554479276029378560_nE ci risiamo: nuovo cambio di direzione! Nell’ultima settimana ho trascorso tantissimo tempo cercando di capire esattamente che strada stava prendendo la storia, come intrecciare tutte le varie diramazioni senza perdermi da sola in mezzo a mille narrazioni che s’incontravano e intrecciavano e intercalavano. Poi all’improvviso… l’idea è cambiata drasticamente! E con drasticamente intendo di brutto proprio… ma di brutto, di brutto, di bruttissimo! In due parole: non c’entra più nulla, solo la pietra d’angolo (che però, lo sappiamo, è quella fondamentale). Avete presente quando trascorrete mezz’ora a spomparvi per gonfiare un palloncino? E sul più bello, quando state per fare il nodo per intenderci, scoprite che c’è un forellino minuscolo da cui esce tutta l’aria e in un attimo vi ritrovate con sto pezzo di lattice vuoto che vi pende mollemente dalla mano? Ecco, spero di aver reso l’idea.

E’ che le storie sono così, sono come noi: sono vive e in quanto vive cambiano, si modificano, si adattano ai tempi. Soprattutto… rispondono alle nostre domande! A volte incasinandoti nel darti la risposta ma tant’è… quante volte anche noi ci pentiamo di aver rivolto questioni di cui, in realtà, non volevamo conoscere la sentenza? Tipo la famigeratissima “mi trovi ingrassata?”. Voglio dire, se lo siamo o meno lo sappiamo da noi (e la cerniera dei jeans ce lo conferma mentre la bilancia ci spiattella in faccia, senza pudore, quanto “pesante” è il danno). Il fatto è che se scrivi hai anche una certa consapevolezza di quello che stai facendo e del mondo che ti circonda. Se scrivi, anche se in primis lo fai per te stessa, speri comunque che qualcuno faccia volare lo sguardo su quelle parole e speri che ne venga in qualche modo catturato. Non tanto perchè sei in cerca di elogi o di gloria ma perchè hai dentro di te qualcosa da dire, da esprimere. Un messaggio che vuoi comunicare e speri venga recepito. Nel mio caso quello che “ho dentro” prende la forma dei personaggi che vengono a trovarmi (credo di averlo già scritto da qualche parte: noi dentro abbiamo tutto e dentro siamo tutto… anche se adoriamo appiccicarci addosso qualche etichetta così, per essere sicuri che gli altri si convincano che siamo belle e brave persone). Mi raccontano la loro storia quando io sono pronta ad ascoltare quell’aspetto di me e quando sono anche in grado non solo di accettarlo e gestirlo ma anche di amarlo e in qualche modo dargli una direzione diversa se sento che non mi rappresenta al meglio o se è qualcosa di me da “guarire”.

Tornando al libro… la storia è cambiata di nuovo perchè io mi sono posta una domanda che mi sembrava fondamentale: davvero se ci capita qualcosa di brutto dobbiamo prendere il tutto nel peggiore dei modi? Voglio dire, se finisce una storia d’amore quanto tempo è prescritto che ci dobbiamo disperare? E le persone che troviamo, devono per forza avere a loro volta un carico emotivo pesantissimo di cui liberarsi o di cui si sono appena liberate? Non possiamo semplicemente, per una volta, guardare il lato positivo, non possiamo impegnarci per trovare quello che c’è di buono? Voglio dire, forse che non si apre sempre quel fantasmagorico portone quando si chiude una porta? Non c’è sempre qualcosa di nuovo dietro il famigerato angolo? Il bruco pensa di morire e invece si trasforma in leggiadra farfalla, non parliamo poi del povero anatroccolo spennacchiato che diventa un sontuoso, elegantissimo cigno.

E allora, mi sono chiesta… perchè dopo il primo pianto e lo strappo di svariate ciocche di capelli seguito da due vaschette di gelato divorate e qualche scatola di cioccolatini (più qualcuna di kleenex) svuotata in tempo record, non ricominciare semplicemente a sorridere e a pensare quello che ci siamo ripetute per tutta la vita (e che ci ricorda il sempreverde Ligabue): “il meglio deve ancora venire?” Diamine, c’è un universo da guardare oltre la cortina delle nostre stesse lacrime! Ohhh… lo so! Un cuore spezzato, calpestato e dato alle fiamme fa male, fa dannatamente male. Vedere le spalle di quello che pensavi sarebbe stato il tuo compagno per molto, molto tempo, possibilmente finchè “morte non vi separi” non è mai la polaroid che vorreste avere stampata in testa ma tant’è, fa parte del bagaglio di esperienze. E poi se la osservate bene quell’inizio di calvizie che rimbalza il sole sul cucuzzolo della nuca non la trovate sexy per nulla, per non parlare di quei salamini di ciccia che sbucano dalla cintura e poi guarda come appoggia il piede, che modo assurdo di camminare, e quelle spalle… sembravano più larghe, no? Come diamine avrebbe potuto supportarci per tutta la vita? Insomma… appena se ne va noi ricordiamo tutti gli aspetti positivi, la sua ironia (anche quella che ci ha fatto fare una mega figura di me–a al funerale della zia quando siamo scoppiati a ridere a metà del sermone), il suo tenerci abbracciati tutta la notte (anche in pieno agosto, che invece che il cuscino in frigo avremmo voluto infilare lui nel freezer perchè sentirsi appiccicaticci di sudore alle tre di notte è odioso), il suo essere galante (con noi e con tutte le donne attraenti incrociate)… insomma… All’improvviso siamo soli e quel rospetto che pensavamo un principe azzurro ci appare come un potente imperatore… Sapete che c’è? C’è qualche reale imperatore là fuori – o imperatrice, ovvio – (anche se ci siamo giocate Harry una settimana fa) e noi siamo qui con il naso che cola per qualcuno che, evidentemente non era destinato a noi…

E’ una FIGATA! Siamo di nuovo liberi, giovani (beh, dentro almeno!) e con tanta voglia di realizzare il nostro sogno più romantico!

E quindi eccoci qui! Lui molla lei… solo che lei non si deprime, lei decide di essere oggettiva e godersi la vita (può anche recuperare il controllo del telecomando e non deve più abbassare la tavoletta in bagno: ma che diamine si vuole di più??? Beh… a parte magari sperare che l’idea non cambi aspetto di nuovo! 😉 )

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Giorno 41

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Avete mai fatto caso che tutti ci definiamo (e definiamo gli altri) buoni o cattivi? E la maggior parte di noi fa di tutto per rientrare nella prima categoria… anche se diciamocelo, il villain ha sempre il suo fascino. Buoni e cattivi. Mai giusti. Già, nessuno si premura mai di essere, semplicemente, giusto, di piantare davanti a sé il vessillo della giustizia. Perchè? Bella domanda! Forse, è solo un’idea, perchè alla giustizia noi colleghiamo un’idea di giudizio. E da bravi cristiani (credenti o meno, non importa: in quanto italiani fa parte del nostro imprinting) ci è stato detto che solo chi è senza peccato può permettersi di scagliare la prima pietra.

Essere giudicato non piace a nessuno. Soprattutto perchè in genere lo siamo in senso negativo. Strano, no, quanti più segni – ci siano nella quotidianità rispetto ai +. Prendiamo solo un banalissimo esempio: ma quanto critiche non siamo noi donne nei confronti delle altre? Banalissimamente, possiamo incrociare la donna più meravigliosa dell’intero pianeta ma quante di noi lo riconoscerebbero (soprattuto se il fidanzato in parte è immediatamente entrato in modalità “sbavo”?) e quante invece noterebbero un vaghissimo accenno di cellulite piuttosto che un’unghia incarnita piuttosto che le doppie punte? Insomma, soprattutto quando si parla di altre persone, il giudizio tende più a sottrarre qualcosa alla sua personalità piuttosto che a riconoscere i lati migliori. Quindi no, non ci piace venire giudicati perchè per noi equivale a sentirsi rivolgere delle critiche.

Ma l’essere giusti, il praticare la giustizia, questo ci sfugge, non equivale ad esprimere un giudizio, anzi! Ok, a meno che non si tratti di un giudice, quello lo deve fare per forza, è pur sempre il suo lavoro… comunque si spera sia equo… Essere giusti, in realtà, è proprio la sospensione del giudizio. E tra l’altro è proprio così che dovrebbe operare un giudice: certo, giudica una persona colpevole o innocente, ma cosa significa? Non certo che il colpevole sia il cattivo e l’innocente il buono. La vita è molto più complessa di così. (E alcune leggi italiane assurde, se proprio vogliamo dirla tutta…) E’ cattivo un padre che ruba una mela per il figlio quando da giorni non riescono ad avere un pasto decente? E’ cattivo l’uomo che per proteggere la sua famiglia spara ad un malvivente entrato in casa sua per rubare e magari, chissà, visti i tempi, violentare la moglie e ammazzare di botte lui? E’ cattiva la donna che decide di abortire dopo uno stupro? (Digressione dovuta: una donna dovrebbe sempre essere libera di scegliere ed un medico dovrebbe sempre relazionarsi con la sua paziente. E gli obiettori non dovrebbero fare i ginecologi.)

Non c’è giusto e non c’è sbagliato. Ci sono regole, codici di comportamento, leggi. Purtroppo spesso sono arbitrarie ma tutti noi abbiamo una coscienza che dovrebbe farci capire cos’è giusto e cosa non lo è. E in questo caso possiamo esprimere il verdetto. Ma non in maniera soggettiva, non perchè ci gira così, non per colpire un’altra persona. Il verdetto arriva perchè c’è una giustizia. La legge di gravità non guarda se siamo alti, belli, simpatici, intelligenti etc etc. Se ci buttiamo dal tetto cadiamo. Punto. E’ un fatto. Alla legge di gravità non frega nulla di noi, fa il suo dovere. E quando ci sfracelliamo a terra non ci giudica degli idioti per aver saltato da un tetto (quello nel caso lo dico io: stai pensando di saltare dal tetto per vedere se voli? Sei una persona, idiota, non un uccello! Entra in casa!) Le leggi naturali, se vogliamo, sono un po’ come la matematica: non rappresentano mai un’opinione. La Terra non inizia a girare a casaccio perchè si è stancata della solita rotazione (hai tutta la mia stima, Terra: io mi sarei rotta da un pezzo…), le maree non cambiano ciclo, le rose non ti sbucano in giardino in pieno inverno perchè vogliono ammirare le luci natalizie, a parte Benjamin Botton non nasciamo vecchi per ringiovanire così, per distinguerci dagli altri, un corpo immobile non inizierà a spostarsi da solo perchè si è stancato della solita visuale. E così via…

Leggi. Non si sfugge. E in ogni caso non c’è giudizio: quello che è giusto è giusto, quello che è sbagliato è sbagliato.

Quello in cui siamo maestri noi, all’opposto di Madre Natura nella sua immensa saggezza e imparzialità, è nel puntare il dito o, al contrario, nel giustificare. Quando si parla di qualcuno a cui tengo io ero bravissima a dare giustificazioni. Avrei potuto giustificare anche uno pronto ad ammazzarmi perchè poverino, lui era nervoso e io un po’ troppo indisponente… (col cavolo! Io lo menavo e pure forte, ma quante donne maltrattate giustificano i loro aguzzini colpevolizzando se stesse?) Esempi eccessivi a parte, ero bravissima a giustificare (tendenzialmente lo sono ancora, solo che ho imparato che in un primo momento va bene ma quando uno tira troppo la corda… anche no!): poverino, è troppo impegnato, poverino, non sta bene, poverino, è stanco, poverino, poverino, poverino… Poi ho capito che no, non va bene. Non fa bene a me e non fa bene all’altro… e poverino, non vorremo mica insegnargli a non prendersi mai responsabilità, vi pare? Così ho iniziato a pensare in maniera opposta. Certo, se c’è traffico e arrivi in ritardo perchè bloccato in un ingorgo ovvio che non me la prendo, ma se lo stesso ritardo è dovuto a una tua mancanza di organizzazione o al fatto che c’era la partita della tua squadra del cuore (eccheccavolo, lo sapevi da tempo che c’era!) o comunque una tua mancanza non puoi aspettarti che io sia tutta felice di vederti… con un’ora di ritardo! Senza scenate, senza litigi, ma le cose vanno dette. Se una persona si comporta di merda con voi per un qualsiasi motivo va detto, vanno messe in chiaro le cose, va instaurato un dialogo per cercare di venirsi incontro (anche perchè appunto… nessuno di noi può scagliare la prima pietra). Ma se nulla serve… beh, che altro resta da fare se non tagliare? E non per cattiveria ma perchè è giusto. Perchè meritiamo rispetto. Perchè in mancanza di giustizia, tutti noi rischiamo di trasformarci in vittime.

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorni 39/40

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Lo so, lo so… ieri ho tirato pacco! 😦 però non è colpaccia mia: non andava la connessione internet! Il che significa che sapevo già di cosa volevo parlare ma… niente da fare. Ho riavviato il computer, ho disattivato il Wi-Fi, ho provato a connettermi ad altre linee… zero! Alla fine l’unica opzione rimasta era guardarmi un film, leggere un po’ e riprovare… ancora nulla da fare. Così che vi devo dire? Alla fine ho accettato la cosa e me ne sono andata a letto. E buonanotte a me. E stamattina, come per miracolo, eccola di nuovo, la mia connessione (che forse era meglio se allungava il giro visto che ho la casella postale piena di mail riguardanti l’informativa sulla privacy…)

E quindi la riflessione nasce spontanea: quanto non siamo nella ehm… pupù… quando internet è fuori uso? Niente più collegamenti con il mondo (che tanto ormai passano tutti per social e chat), niente news in tempo reale grazie ai giornali online, niente gossip via Facebook, siamo rovinati perfino se dobbiamo prendere per la gola qualcuno e non abbiamo idea di che ricetta proporre… Niente. Nada. Nothing. In una parola: Kaput! Già, siamo rovinati e isolati. E con il grande rammarico di non essere in grado di usare i segnali di fumo nè di aver mai imparato l’alfabeto morse. Quante ore passiamo al giorno connessi con la rete? Probabilmente molte di più rispetto a quelle che trascorriamo connessi con noi stessi e con il nostro cervello… Tant’è che basta un problema di connessione per impedirci di fare qualcosa, fosse anche solo rispettare il nostro impegno di pubblicare un post su un blog.

Nostalgia? Sì, in parte. Nostalgia di quando i nostri social erano la strada o il campetto. Nostalgia di quando si aspettava in trepida attesa il postino. Nostalgia di quando gli aggiornamenti sulle rispettive vite avvenivano “real life” e non erano ancora superflui (perchè tanto per essere aggiornati basta controllare una pagina Fb, no?) Nostalgia di quando… no, dai, di quando chiamavi il tuo primo ragazzino e pregavi che non rispondesse sua madre? Quella non mi manca proprio, lo ammetto… Anche se quel telefono fisso tutelava la nostra privacy. Voglio dire, chi non ha mai detto a genitori e fratelli “se chiama X non ci sono?” Adesso per ignorare un messaggio o una telefonata devi praticamente obbligatoriamente passare per idiota: ho scordato il cellulare, mi è morta la batteria… Andiamo, quale degenerato si permette il lusso di non avere il telefono a portata di mano e cavi per la batteria sparsi ovunque? Almeno siate originali: “sto guidando, non ho gli auricolari!” (Vi chiederete chi non si porta mai appresso gli auricolari in auto: io! perchè come spiegavo qualche giorno fa, io quando guido ascolto qualche cd, stop. col cavolo che mi faccio interrompere questo momento di quiete tutta mia da qualcuno!)

Viviamo in un’epoca in cui siamo diventati schiavi del nostro essere connessi. Ci lamentiamo della mancanza di privacy e postiamo qualsiasi fesseria pubblicamente… oltre a ficcanasare nelle bacheche altrui. Però se ci fate caso… quanti cellulari/computer appaiono nei film, o nei libri? Certo, chiaro che ci sono, sono oggetti di scena che svolgono una qualche loro funzione importantissima. Appena conclusa, spariscono. Poi certo, ci sono film che si basano proprio su quello che può essere veicolato tramite la tecnologia, penso a Perfetti sconosciuti piuttosto che a Saw piuttosto che Il terrore corre sul filo e così via. Però immaginate un film in cui il protagonista trascorra ore su ore davanti a uno schermo: non un pensiero, non un’azione… solo lui che digita commenti offensivi e mette like. Poi ogni tanto un mega colpo di scena: tipo che si fa un selfie o riceve un messaggio in chat. WOW! Affascinante! Coinvolgente! Ditemi dove lo danno, devo vederlo…

Beh, vi do una news: siamo noi. Ok, magari non ci trascorriamo intere giornate, magari non rientriamo nella categoria haters, magari ci siamo pure cancellati da Facebook quando siamo stati saturi del nulla che lo invade… Però chi non ricorre a internet? Fosse per un video su youtube, il palinsesto giornaliero, la prenotazione di un hotel o di un biglietto aereo… Abbiamo azzerato le distanze… rendendole invalicabili! Già, perchè tanto finchè c’è WhatsApp che ci frega di fare dieci kilometri in auto per incontrare un vecchio amico? Finchè mi basta guardare tra i suggerimenti di amicizia decisi da un algoritmo, perchè dovrei uscire a conoscere nuove persone? Finchè ci posso provare con qualcuno via web, perchè starmene in un angolo in discoteca a osservare tutti quelli che passano? La quotidianità sembra troppo faticosa, meglio ordinare qualcosa da mangiare con JustEat e non pensarci. (Ovviamente appena arriva il fattorino cellulare alla mano: non posso non postare una foto di questa fantastica pizza, vi pare?)

Insomma, siamo talmente connessi da essere diventati soli.

E siamo talmente impegnati nell’essere connessi che non facciamo più nulla della nostra vita.

Una volta i genitori spedivano a letto i figli alle dieci di sera. Ora alle dieci di sera sono impegnati davanti al computer per rendersi conto che i figli dovrebbero andare a dormire.

Sto facendo una tirata contro la tecnologia? Assolutamente no! La tecnologia è fantastica, può perfino salvarci la vita. Di sicuro ce la semplifica a mille. La tirata piuttosto è contro l’essere umano che preferisce perdere la sua identità pur di restare al passo. Che accetta di farsi usare piuttosto che sfruttarla al meglio.

Siamo tutti così? No. Per fortuna no. Ma la grande paura è che tra qualche anno non potremo più fare quest’affermazione, mentre osserveremo le nuove generazioni autodistruggersi a suon di cyberbullismo e ammalarsi di virus informatici. C’è quasi da rimpiangere i tempi in cui i maschietti venivano minacciati di cecità se eccedevano con una certa attività… e non avevano Wikipedia per controllare se veramente esisteva un simile rischio.

 

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Giorno 38

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Il sole non riesce a creare certe magiche dolcezze… Eppure chissà perchè non diamo mai alle nubi il merito che spetta loro. Continuo a sentire persone che si lamentano della pioggia, del maltempo… Certo, capisco che una giornata di sole mette tutti di buon umore. Come piace a tutti avere una bella auto, un appartamento spazioso e ben arredato, un guardaroba alla moda, un compagno più che piacevole al proprio fianco. In poche parole: tutti puntiamo al bello e al meglio. E non c’è nulla di sbagliato. Almeno, non c’è fino a quando ci rendiamo conto che anche nelle situazioni meno piacevoli c’è del bello, del buono, qualcosa di cui godere.

Oggi pioveva. E io avevo voglia di farmi una passeggiata in spiaggia visto che ieri non ne avevo avuto l’occasione (a parte alcuni impegni, in ogni caso diluviava…) Ho provato ad andare in riva al mare ma onestamente era troppo freschino per i miei gusti. Poi mi piace camminare a piedi nudi e… sentivo la broncopolmonite risalirmi lungo le gambe. In poche parole: non proprio il caso. (E mi è andata bene così perchè sono uscita che piovigginava appena, piacevolissimo camminare senza ombrello… ma se mi fossi attardata un po’ di più sarei rientrata fradicia. Non che sia un problema prendermi un acquazzone… ma quando hai il cellulare in una piccola borsetta di tela beh… ci penserei due volte, sai mai!) Però ho avuto comunque il tempo per far due passi, sentire la sabbia massaggiarmi i piedi, salutare il mio mare. E percepire tutta la sua calma, la sua dolcezza. C’era un clima morbido, con pochissima gente che si era azzardata ad andare a carezzare le piccole onde sul bagnasciuga, moltissimo silenzio e quel vento che spettina molto più i pensieri che non i capelli. E mi sono resa conto che il sole non avrebbe comunque trovato posto in un quadro del genere. L’avrebbe travolto, bruciato, disonorato. Con la sua forza avrebbe spinto la gente a riversarsi su quella stessa riva, avrebbe riempito l’aria di voci e schiamazzi, avrebbe infastidito la mia pelle arrossandola. E sì, il sole è vita, tanto che ci sono fiori che lo venerano seguendolo con lo sguardo tutto il tempo. Tanto che quando lui sembra essere un po’ addormentato gli animali vanno in letargo. Tanto che quando non fa capolino a darci il buongiorno sentiamo che la nostra giornata è in qualche modo rovinata.

Già. Il sole è vita. E noi come sempre ci appelliamo con tutte le nostre forze ad essa. Eppure non ci lamentiamo quando la luna prende il suo posto nel cielo, lo facciamo solo quando le nubi lo coprono. Così come facciamo quando le nubi coprono i nostri pensieri solari. Totalmente inconsapevoli del fatto che, per qualche strano motivo, sono più quelle nubi che ci aiutano a crescere che non tutte le giornate serene rallegrate da piccoli fiori chiamati “gioie”. Eppure sono proprio le nubi a farci apprezzare il sole, no? A permetterci di non darlo mai per scontato… E’ come quando termina un periodo negativo e finalmente i nostri pensieri si rischiarano: apprezziamo quel momento di sollievo, quel sorriso che ci si stampa in faccia, quel rilassamento che travolge i nostri sensi fino a quel momento all’erta. E apprezziamo anche noi stessi, per aver superato quel momento buio, per essere stati in grado di crescere, maturare e apprendere qualcosa.

Come sempre: cambia prospettiva e darai un nuovo significato al tutto. Perchè in fin dei conti noi cerchiamo il sole nella nostra vita senza renderci conto che siamo noi stessi il nostro sole. Tutto ruota attorno a noi. No, non per egocentrismo, banalmente perchè noi diamo un senso, un significato a tutto quello che viviamo, che ci accade, che vediamo e ascoltiamo. Noi rendiamo giorno dopo giorno la nostra realtà quella che è. E non parlo solo di fare qualcosa praticamente, parlo di pensieri, parlo di stati d’animo. Spesso mi sento dire, da persone che evidentemente preferiscono sorvolare sul tipo di vita che posso condurre e aver condotto fino ad ora, quanto sono “fortunata” a fare il lavoro che amo. E ho sempre risposto che la fortuna non c’entra proprio (se non forse nell’accezione di quella che ti costruisci da solo). Parlano di fortuna e mai di duro lavoro, di denti stretti, di rospi ingoiati, di eventi saltati, di amici persi per strada per il troppo poco tempo a disposizione. Ma c’è un’altra cosa, tanto fondamentale quanto la volontà e la capacità di non perdere di vista i propri sogni: è continuare a mantenere un pensiero positivo riguardo quell’obiettivo, è ficcarci sopra un faro e non permettere a nulla e nessuno di spegnerlo. E non voglio dire che il pensiero positivo, da solo, sia la panacea a tutti i mali del mondo. Affermo piuttosto che è quella certezza che ti spinge ad andare avanti. E lo fa perchè, alla fin fine, è il tuo stesso essere che si fa luce, spaccando i muri di oscurità che ti puoi costruire attorno quando inizi a pensare che forse non ne vale la pena, che forse hai sbagliato, che forse un’altra strada era migliore per te.

Sì. Noi siamo il nostro sole. E forse non saremo in grado di abbronzarci osservando il nostro riflesso allo specchio, ma darci calore, darci vita, quello siamo perfettamente in grado di farlo.

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Giorno 37

33139058_10156281626509763_2020413175077273600_nOggi avevo un po’ di commissioni da fare quindi ho trascorso un bel po’ di tempo in auto. E l’auto è esattamente uno dei posti dove preferisco ascoltare musica (ammetto che viene meglio quando si guida nelle sconfinate strade americane -nord o sud che sia- con quell’impressione di poter arrivare ovunque, ma tant’è…). Amo la musica, amo l’idea di avere una colonna sonora per ogni occasione, che gli strumenti suonino nella mia testa o al di fuori. E proprio perchè amo la musica non ascolto la radio: troppe chiacchiere, troppa pubblicità, troppi momenti “non musica” (quindi non chiedetemi nulla sui tormentoni dell’estate: non ho idea di quali siano!)

In compenso ho i miei cd. Anche se in effetti a furia di traslochi… ma dov’è finito il mio malloppo espressamente selezionato per i viaggi in auto? Mistero! In sua assenza nella mia fidata piccoletta ho sempre comunque una piccola scorta, selezionatissima. Oggi non avevo voglia di darmi alla malinconia ascoltando alcuni cd di vari amici musicisti americani, quindi ho optato per la colonna sonora di Evita. (O quella, o LaLaLand…) Io ho una vera passione per i musical, tutti i musical. Datemi un Cantando sotto la pioggia, Jesus Christ Superstar, Chicago, The greatest showman… va bene qualsiasi epoca e va bene pure se sono completamente “musicati” o se le canzoni sono inframezzate dai dialoghi… insomma… basta che sia musical!

Evita poi per me ha un significato particolare. Sì, lo so che possono piovere critiche e stereotipi, so che ha “danneggiato” l’Argentina tanto quanto per altri versi le ha fatto del bene (e del resto gli stessi argentini ancora sono divisi sull’argomento: chi a tutt’oggi la venera, con tanto di ‘santino’ in casa, chi a tutt’oggi la ritiene la causa di tanti mali). Non è questa la sede per sviscerare quello che ha fatto o non fatto nè per giudicare il suo comportamento. E’ che poi io prendo alcuni lati del suo carattere che trovo d’ispirazione e ascoltare quelle canzoni mi dà sempre la carica. Il fatto è che sì, ha fatto scelte discutibili, è stata, per citare il testo di una canzone interpretata da Banderas nel film, “la più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola”, però ragazzi… (e scusate la scelta lessicale ma quando ci vuole ci vuole) che donna con le palle! Forte, coraggiosa, determinata, sicura di sè. Ambiziosa, certo. Fino all’eccesso se volete, tanto da calpestare chiunque, da sfruttare qualunque occasione… Davvero se noi avessimo avuto lo stesso suo passato ci saremmo comportati in modo migliore? Avremmo teso una mano alle stesse persone che ci avevano rifiutati per tutta l’infanzia, fatti sentire poco più che degli animali, scarti della società? C’è un desiderio di vendetta forte, connaturato in lei, che la guida fino a portarla ad innalzarsi sopra gli altri. Poi non è neanche che nuocia all’aristocrazia, semplicemente se ne sbatte di loro volgendo lo sguardo al popolo. Poi che tutte le buone iniziative in favore dei suoi descamisados siano servite più che altro a renderli ancora più sudditi e dipendenti dallo stato è un discorso che meriterebbe una decina di post a parte, comunque…

E’ che alla fine amo le eroine forti. Amo le donne che, per un motivo o per l’altro, hanno qualcosa da insegnare, qualcosa per cui farsi ammirare. E sì, mi piacerebbe tantissimo, un giorno, riuscire a scrivere un musical. Non chiedetemi come visto che non so nè leggere nè scrivere la musica (penso che una delle mie mancanze più imperdonabili sia il fatto di non essermi mai messa d’impegno a imparare a suonare uno strumento… ehhh… vabbeh…) eppure un giorno ce la farò. E’ che è vero tutto quello che si dice della musica: arriva là dove le parole non riescono, tocca delle corde intrufolandosi nei nostri silenzi, muove sentimenti ed emozioni. E’ anche il motivo per il quale sto attentissima alle musiche da inserire quando scrivo una sceneggiatura, il motivo per il quale ne ascolto tantissima quando scrivo, il motivo per il quale in questo blog, ogni giorno, scelgo una canzone che “introduca” il tema del giorno… La musica dice già tutto. Ed è per questo che nessuno può fermarla. C’era prima dell’uomo, ci sarà sempre.

 

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Giorno 36

32971215_10156278426634763_994407812333305856_nNon sono pazza. Non completamente almeno. Magari solo un po’ fuori di testa, ma nel verso giusto, per intenderci: non mi serve lo psichiatra… E’ che è sano interrogarsi, cercare di capirsi, di conoscersi a fondo. E cercare di dare un senso a tutte quelle emozioni indecifrabili, a quelle reazioni sempre uguali a se stesse davanti a determinate situazioni. Avete mai fatto caso a come a volte “parte l’embolo” per dei motivi che agli altri sembrano stupidi e che voi per primi, se non foste già sbottati, avreste inserito nella categoria ‘cose di poco conto, soprassedere’? Eppure… eppure non riusciamo a spiegarcelo logicamente ma partiamo lancia in resta e una semplice osservazione, un semplice accadimento, ci fanno disperare, incazzare, mettere sulla difensiva, alzare mille barriere invalicabili. E no, non siamo neanche in fase premestruale. E’ che ci sono risposte che la ragione non ci può dare, ci sono schemi di comportamento che sembra quasi si mettano in atto da soli. In realtà non è proprio proprio così… una radice, profondamente piantata in noi, li origina. Può essere un’emozione vissuta in passato, può essere un trauma mai superato, una ferita ancora aperta anche se è presente nella nostra anima da anni… magari da tutta la vita.

La verità è che siamo un po’ tutti Marty Mcfly. (Se il nome non vi dice nulla… vergognatevi di voi stessi e andare a vedervi la trilogia di Ritorno al futuro! 😀 dai, qui si parla di un pesso di storia cinematografica!) A lui parte l’opzione del ‘colpisci duro’ appena si sente dare del codardo. E’ una risposta insita nel suo DNA, non c’è niente da fare. Logicamente sa che è da pazzi reagire a una provocazione di Biff ma l’istinto è più forte di ogni ragionamento. A noi farà scattare l’istinto omicida qualcosa di diverso, così come la Medeleine de Proust fa evocare ricordi del passato. A passare davanti a una penetteria e annusare quel profumo che ne fuoriesce chi di noi non torna ai tempi in cui la merenda era pane con burro e zucchero o burro e marmellata o Nutella? C’è subito un attimo di nostalgia che ci assale… A me per esempio camminare in spiaggia e incrociare qualcuno che manda zaffate di profumo di determinate creme solari mi fa sbalzare alle prime dieci estate della mia vita, mi basta chiudere gli occhi per rivedermi con addosso i braccioli o quando, un po’ più grande, sentivo mamma chiamarmi dalla riva per avvisarmi che dov’ero non si toccava più (grazie mamy per l’interessamento… ma lo sai che l’acqua è il posto più sicuro dove io possa trovarmi!)

Questi sono ricordi dolcissimi, ovvio… ma poi ci sono anche tutti gli accadimenti del nostro passato che invece innestano in noi sentimenti di tutt’altro genere, anche se non ne abbiamo memoria perchè risalgono alla primissima infanzia o, addirittura, alla fase di gestazione. Io di mio, anche se ce n’è voluto un po’ perchè me ne rendessi conto, ho sempre avuto il terrore dell’abbandono. Così ogni volta che mi è capitato di frequentare qualcuno la mia aspettativa era che prima o poi se ne sarebbe andato… al che facevo di tutto per allontanarlo (o lo mollavo) per evitarmi questo dolore. Quando ho capito questo mio schema (che era inconsapevole, mica ci ragionavo sopra prima creando piani machiavellici) ho pensato che dipendesse dal rapporto con il mio babbo. Uomo splendido lui, tutto dedito alla famiglia e al lavoro. Solo che il lavoro lo portava spesso a stare lontano da noi. E anche se logicamente sapevo che andava via per potersi prendere cura di noi… spiegalo a una bimba di pochi anni! Nulla da fare, la piccola che ancora è in me si sentiva in qualche modo abbandonata e… vai così! Cresci con l’informazione, ficcata chissà dove nella tua testa, che gli uomini della tua vita ti abbandonano. Ma la verità è che… poro babbo, non è mica colpa tua! La ferita, ho scoperto lavorando su me stessa, era più profonda e più “antica”. Era qualcosa che mi rode dentro da ancor prima della mia nascita. Avete memorie dei tempi in cui l’unica occupazione era galleggiare nel liquido amniotico? Io sì… (no, ok, non è che mi ricordo di quel periodo, ma mi è capitato di riviverlo lungo il percorso, appunto, di conoscenza di me) E vi assicuro che ho pianto tanto quando ho rivissuto quel primo, lancinante trauma, quel dolore straziante dato dal primo uomo che mi ha abbandonata: il mio fratello gemello. Non lo so quanto avremmo avuto, presumo fossimo nel primo trimestre. Ce ne stavamo là tranquilli a sollazzarci in quel nulla, vicini, complici, con mille possibilità davanti a noi e tantissimo tempo da perdere… e poi, all’improvviso, lui è sparito. Puff. Andato. E io ero là, sola e incapace di darmi una spiegazione. E la verità è che quel dolore ce l’ho ancora in me. Quel senso di abbandono, di solitudine, di incompletezza. Quella sensazione di non essere mai a casa e di essere mancante di qualcosa.

Sto farneticando, direte. Andata via del tutto di zucca, penserete storcendo il naso. E invece no! Et voilà, finalmente ho trovato un libro che dimostra che non sono sclerata io ma inconsapevoli i più! Tiè! S’intitola Il mio gemello mai nato, scritto da Civallero-Rossi, e l’ho divorato perchè spiega un casino di cose e tutte mi sono risuonate. E a quanto pare, secondo gli studi presentati, sono anche in buona compagnia, sembra infatti che moltissime gravidanze inizino come gemellari solo che, nel tempo, sopravvive solo uno dei feti. Ora devo solo capire come inglobare nella mia vita questo famoso gemello mai nato anche se forse, a mia insaputa, un po’ l’ho fatto. Oltre al fatto di avere la paura dell’abbandono, intendo… E’ che se mi fermo a rifletterci penso un po’ che lui sia diventato la mia antenna, il mio ponte per altri mondi. Lui che non è mai stato qui ma che è sempre stato parte di me, mi permette di andare altrove, di richiamare qui i miei personaggi, di vedere oltre il visibile… E non lo so, forse è il suo modo per stare ancora con me o forse è solo il mio modo di raccontarmela per darmi una qualche consolazione. Quello che so è che mi avrebbe fatto piacere avere un fratello gemello e mi piace chiedermi come sarebbe ora, che rapporto avremmo, se mi avrebbe presentato gli amici più fighi della compagnia o se sarebbe stato sempre geloso della sua gemellina…

Sono andata fuori tema rispetto al blog, dite? No, non credo. Perchè la realtà è che quando conosco i personaggi cerco sempre di conoscerli a fondo, di scavare nelle loro storie, di sapere cos’hanno fatto fino ad un attimo prima dell’inizio della storia che vorrò raccontare io. Perchè tutto ci e li influenza: il loro passato, le loro origini, i luoghi dove hanno vissuto, le persone che li hanno circondati e tutte le esperienze e le emozioni vissute. E credo che solo conoscendo in questo modo loro si possa arrivare a scrivere delle loro vite con verità e con il cuore. Con quella dose di realtà e credibilità che ce li fanno sentire in carne ed ossa, che ce li fanno vivere come amici o insopportabili e pedanti vicini di casa che sarebbe meglio non avere. Siamo tutti il frutto della nostra storia e come continuerà a svilupparsi dipende solo da noi, da come ci comporteremo e come reagiremo dinanzi a certe, fondamentali, prese di coscienza.

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Giorno 35

32907936_10156276540614763_7935789576507883520_nUna delle cose che più amo fare quando mi è possibile (il che significa: essere a casa da sola, spegnere il cellulare e poter bruciare incenso senza che nessuno tossisca) è meditare. Non proprio nel senso di svuotare la mente e partire con l'”OM”, non starmene seduta nella posizione del loto (con le mie ginocchia? serve una gru per rimettermi in piedi poi!), non smettendo di pensare per limitarmi ad essere… Così non ci riesco proprio, è una sofferenza interiore. Mi piacciono le meditazioni “attive”, quelle in cui si fa un percorso, tipo andare dai maestri interiori o ricollegarmi con qualche guida… Al momento ho preso in mano un libro che avevo messo da parte un anno fa (proprio al termine del progetto precedente), Animali di potere. Sottotitolo: Viaggi sciamanici con i nostri alleati spirituali.

Finchè mi posso godere il silenzio, e l’influsso positivo del mare, sto cercando di farne almeno una al giorno, scegliendo quella che mi sembra più adatta al momento. In qualche modo, al termine di ognuna, ne esco con qualche risposta in più, un po’ più di chiarezza interiore, un po’ più di serenità. E poi scattano le riflessioni. E no, niente, non si scappa: le riflessioni poi collimano con i personaggi, con la storia che voglio raccontare. Lo so, mi sono auto messa in pausa per far un po’ di mente locale sul libro (in effetti sto anche riprendendo in mano la sceneggiatura… a mente fredda la revisione viene meglio, almeno a me)… ma non significa che io non “respiri” il libro tutto il tempo. E inizio a dubitare che basteranno 45 giorni, al momento se dovessi rappresentare la storia sarebbe un intreccio di linee assurdo… ne troverò il bandolo prima o poi, e mi metterò a scriverlo… Al momento ammiro tutti i colori che gocciolano sulla tavolozza, prima o poi un pennello darà loro senso…

Comunque, oggi mi sono goduta il viaggio della Farfalla, che riguarda la trasformazione e l’autostima (e direi che ne avevo bisogno, dopo essermi autoflagellata per essermi impallata con la storia, un po’ di carica ci vuole!) La trasformazione… mi piace l’idea. Ha un che di alchemico, suona tipo Pietra Filosofale, parla di possibilità. E parla delle mie protagoniste (ah, ve l’eravate perso? già, il libro si è incasinato proprio perchè beh… ne sono spuntate di nuove, che faccio, non do loro retta? chi sono io per non ascoltare quello che hanno da dirmi?). Racconta di queste donne che dentro di loro hanno una forza immensa e un coraggio immenso e una bellezza immensa ma restano nel loro piccolo buco di mondo, rannicchiate su loro stesse, inconsapevoli della luce che covano, dimentiche di essere arrivate qui per compiere qualcosa di grande, anche solo nella loro piccola quotidianità. Le piccole anatroccole sono destinate a trasformarsi in cigni maestosi, come del resto ognuno di noi può fare, solo grazie alle avversità che si parano loro davanti, solo grazie a quella maestra chiamata vita (e che a volte è in grado di essere davvero bastardissima…)

Insomma, il viaggio della Farfalla. Parla di trasformazione, sì. Quella trasformazione che presuppone sempre un distacco, un taglio, una morte. Perchè la verità è che per trasformarci dobbiamo per forza uccidere qualcosa di noi: aspetti che non ci calzano più a pennello, convinzioni che non vanno più d’accordo con la nostra esperienza, a volte anche legami esterni che ci tengono ancorati a un’esistenza che non è più in grado di appagarci. La trasformazione va a braccetto con la morte (simbolica e non corporea, chiaro…) E forse è per questo che non amiamo i cambiamenti: noi siamo terrorizzati dalla morte. Ci vengono i sudori freddi al solo pensiero. E se proprio la temiamo ai massimi livelli arriviamo a sfidarla solo per dimostrare a noi stessi che siamo ancora meritevoli di altra vita. Amiamo il certo, anche quando ci fa stare male. Amiamo la sicurezza, anche se è quella data da una gabbia. Amiamo la routine, anche se ci fa sentire suoi schiavi. Qualsiasi cosa pur di non rinunciare a quello che abbiamo. Anche a quel marito che non amiamo più e magari è pure violento. Anche a quel lavoro sottopagato e che ci prosciuga da ogni energia. Anche a quelle promesse che non ci rappresentano più ma hey, se le manteniamo siamo delle brave persone. Va bene tutto, basta sfuggire alla morte.

E dire che tutto il mondo ci insegna che altro non facciamo che ripetere lo stesso ciclo, ancora e ancora. La terra ruota su se stessa e attorno al sole. Le maree si abbassano e si alzano per tornare ad abbassarsi. Le piante cadono addormentate per poi svegliarsi quand’è il loro tempo. Anche noi, andiamo a dormire e poi ci risvegliamo mentre la nostra epidemide muore per fare posto a una nuova. E non lo so… strana io ma la morte mi affascina. Cioè, siamo anime immortali, momentaneamente in un corpo umano. Corpo che cambieremo e cambieremo ancora via via che torneremo a incarnarci, che a fare un paragone tra l’eternità dell’anima e la nostra vita qui equivale quasi a un cambio d’abito quotidiano. (Hey, io credo nella reincarnazione, ma rispetto le idee di chi “andremo tutti all’inferno” e di chi “diventiamo polvere e ciao”) La morte è solo una trasformazione più grande, più totale… quella in cui dici addio a tutto, fuorchè alle lezioni imparate e alle esperienze fatte. E poi, piccolo innocente e puro ti ritrovi neonato a ricominciare tutto da capo. Quindi senza annullare in un istante tutto quello che siamo nel qui e ora ben vengano i piccoli cambiamenti, i tanti addii, le morti simboliche che sono invisibili agli altri… Siamo qui, sperimentiamo, cambiamo, trasformiamoci… facciamoci spuntare ali variopinte e scorrazziamo liberi tra fili d’erba e gocce di rugiada… e che ogni giorno ci veda appollaiati su un fiore diverso, ad assaggiare tutti i sapori della vita.