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Giorno 37

33139058_10156281626509763_2020413175077273600_nOggi avevo un po’ di commissioni da fare quindi ho trascorso un bel po’ di tempo in auto. E l’auto è esattamente uno dei posti dove preferisco ascoltare musica (ammetto che viene meglio quando si guida nelle sconfinate strade americane -nord o sud che sia- con quell’impressione di poter arrivare ovunque, ma tant’è…). Amo la musica, amo l’idea di avere una colonna sonora per ogni occasione, che gli strumenti suonino nella mia testa o al di fuori. E proprio perchè amo la musica non ascolto la radio: troppe chiacchiere, troppa pubblicità, troppi momenti “non musica” (quindi non chiedetemi nulla sui tormentoni dell’estate: non ho idea di quali siano!)

In compenso ho i miei cd. Anche se in effetti a furia di traslochi… ma dov’è finito il mio malloppo espressamente selezionato per i viaggi in auto? Mistero! In sua assenza nella mia fidata piccoletta ho sempre comunque una piccola scorta, selezionatissima. Oggi non avevo voglia di darmi alla malinconia ascoltando alcuni cd di vari amici musicisti americani, quindi ho optato per la colonna sonora di Evita. (O quella, o LaLaLand…) Io ho una vera passione per i musical, tutti i musical. Datemi un Cantando sotto la pioggia, Jesus Christ Superstar, Chicago, The greatest showman… va bene qualsiasi epoca e va bene pure se sono completamente “musicati” o se le canzoni sono inframezzate dai dialoghi… insomma… basta che sia musical!

Evita poi per me ha un significato particolare. Sì, lo so che possono piovere critiche e stereotipi, so che ha “danneggiato” l’Argentina tanto quanto per altri versi le ha fatto del bene (e del resto gli stessi argentini ancora sono divisi sull’argomento: chi a tutt’oggi la venera, con tanto di ‘santino’ in casa, chi a tutt’oggi la ritiene la causa di tanti mali). Non è questa la sede per sviscerare quello che ha fatto o non fatto nè per giudicare il suo comportamento. E’ che poi io prendo alcuni lati del suo carattere che trovo d’ispirazione e ascoltare quelle canzoni mi dà sempre la carica. Il fatto è che sì, ha fatto scelte discutibili, è stata, per citare il testo di una canzone interpretata da Banderas nel film, “la più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola”, però ragazzi… (e scusate la scelta lessicale ma quando ci vuole ci vuole) che donna con le palle! Forte, coraggiosa, determinata, sicura di sè. Ambiziosa, certo. Fino all’eccesso se volete, tanto da calpestare chiunque, da sfruttare qualunque occasione… Davvero se noi avessimo avuto lo stesso suo passato ci saremmo comportati in modo migliore? Avremmo teso una mano alle stesse persone che ci avevano rifiutati per tutta l’infanzia, fatti sentire poco più che degli animali, scarti della società? C’è un desiderio di vendetta forte, connaturato in lei, che la guida fino a portarla ad innalzarsi sopra gli altri. Poi non è neanche che nuocia all’aristocrazia, semplicemente se ne sbatte di loro volgendo lo sguardo al popolo. Poi che tutte le buone iniziative in favore dei suoi descamisados siano servite più che altro a renderli ancora più sudditi e dipendenti dallo stato è un discorso che meriterebbe una decina di post a parte, comunque…

E’ che alla fine amo le eroine forti. Amo le donne che, per un motivo o per l’altro, hanno qualcosa da insegnare, qualcosa per cui farsi ammirare. E sì, mi piacerebbe tantissimo, un giorno, riuscire a scrivere un musical. Non chiedetemi come visto che non so nè leggere nè scrivere la musica (penso che una delle mie mancanze più imperdonabili sia il fatto di non essermi mai messa d’impegno a imparare a suonare uno strumento… ehhh… vabbeh…) eppure un giorno ce la farò. E’ che è vero tutto quello che si dice della musica: arriva là dove le parole non riescono, tocca delle corde intrufolandosi nei nostri silenzi, muove sentimenti ed emozioni. E’ anche il motivo per il quale sto attentissima alle musiche da inserire quando scrivo una sceneggiatura, il motivo per il quale ne ascolto tantissima quando scrivo, il motivo per il quale in questo blog, ogni giorno, scelgo una canzone che “introduca” il tema del giorno… La musica dice già tutto. Ed è per questo che nessuno può fermarla. C’era prima dell’uomo, ci sarà sempre.

 

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Giorno 19

18471464_10155245554679763_1033855226_nChe compagna incantevole è la fortuna: non reclama onori se qualcosa ci va bene ma sappiamo a chi attribuire le colpe quando nulla gira per il verso giusto… Beh, certo, è più facile anche accettare una persona dannatamente fortunata piuttosto di una che s’impegna, lotta per i suoi obiettivi, che sa anche rinunciare a qualcosa pur di non perdere il treno. Perchè dai, andiamo, che colpa possiamo farcene se la dea bendata bacia gli altri? Ma se ammettiamo che qualcuno stava pescando mentre noi eravamo in piena fase rem allora le cose cambiano. Allora non possiamo più imprecare contro la cugina acida della fortuna, la sfortuna, per averci reso il suo bersaglio prediletto. A quel punto tocca farci un bell’esame di coscienza e… hey, come ne usciamo male!

Fortuna, pensiero positivo, ottimismo a tutti i costi, lancio di dadi truccati, assi nascosti nella manica e che vengono scesi al momento giusto… Quando a qualche nostro obiettivo ci arriva prima un altro, per qualche arcano motivo, c’è sempre qualche trucco dietro (o un gran bel paio di gambe nel caso di “rivali donne”… ma anche in quel caso è la generosità di Madre Natura, certo non le ore in palestra, ci mancherebbe!) Che poi è la stessa cosa che pensano gli altri quando, per qualche inaspettata e inimmaginabile botta di culo siamo noi che… Ah, no, aspettate… noi ci siamo fatti il mazzo per ottenerlo, quasi dimenticavo… 😉

Beh, ad essere onesta se esistesse una qualche dea fortuna sulla quale fare effettivamente affidamento io mica la disdegnerei: insomma, un piccolo aiuto dall’alto non guasta mai! In fin dei conti non è la stessa cosa che chiedere miracoli, guarigioni, aiuto divino e, alle brutte, anche la febbre a 40 in caso di interrogazione? E’ strana sta cosa che cerchiamo e cerchiamo e cerchiamo ancora e sempre tutto all’esterno di noi. Mi piacerebbe sapere quando abbiamo iniziato a credere davvero di essere così piccoli e fragili e bisognosi di aiuto. Che sia un compagno a cui appoggiarci o un dio a cui fare ricorso nel momento del bisogno. (E qui mi verrebbe da porre anche un’altra domanda: ma poi, ringraziamo con la stessa intensità oppure ci limitiamo a pensare che ci era dovuto? Ma questa è un’altra storia…)

No, davvero. Credo che siamo comunque esseri infiniti (la storia dell’energia, presente no? particelle subatomiche e fisica quantistica e così via…) anche se ci identifichiamo con un corpo, ossia con i nostri limiti. E in quanto infiniti per forza ci troviamo ad incontrarci/scontrarci/amalgamarci con altri esseri infiniti quanto noi. E non credo sia fortuna/sfortuna incappare in certi incontri. Semplicemente sono le volte in cui apriamo gli occhi, siamo davvero presenti e riconosciamo di avere qualcuno davanti. Se lo chiedete al mio ghostwriter, per esempio, in questo momento non saprebbe dire se ha delle botte di culo enormi o una sfiga assoluta, varia di minuto in minuto. Cioè, prima incontra una persona che può svoltargli la vita e subito dopo s’imbatte in quella che gliela può distruggere con uno schiocco di dita. Wow! Bel casino. Ma io non ci credo. Cioè, credo che tutto dipenda da come lui reagirà a questi incontri, come deciderà di “usarli” per imparare qualcosa. E’ come se le sfighe fossero quelle situazioni in cui non impariamo nulla, ecco. Ma non lo facciamo perché preferiamo piangerci addosso e puntare il dito, non perchè non abbiamo abbastanza cervello per aumentare il raggio del nostro sguardo e vedere un disegno più ampio. Le fortune, quelle tipo che prendi un Gratta e Vinci per la prima volta in vita tua e booom! primo premio, passano. Puoi saltare di gioia per 5 minuti, strapparti i capelli dalla contentezza, invitare tutti gli amici a brindare… ma se poi non agisci, se non ne fai qualcosa, se non le valorizzi e non le trattieni… poco dopo eccola ancora là, la cugina infame che si frega tutto. E le sfortune… quelle passano uguale, tipo che non può piovere per sempre (sì certo, può anche mettersi a grandinare però insomma… quella è materia di Murphy, non mia.) Però anche in questo caso dipende da come ci attiviamo noi: se mi fermo sulla porta della stazione perché ho visto il mio treno partire senza di me non riuscirò a prendere neanche quello che parte cinque minuti dopo. Per quel che riguarda il mio ghostwriter… non è proprio tonto-tonto, solo che ci mette un po’ ad afferrare le cose a volte (volete puntargli il dito contro? non potete, colpa del jet-lag!) e quindi… beh, dea bendata, mi sa che ti toccherà ripassare e bussare più forte, magari questa volta ti apre!

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Giorno 16

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Ok, post al volo questa sera perchè il mio ghostwriter oggi mi ha minacciata: se non gli promettevo che stasera si guardava la partita senza interferenze non mi avrebbe svelato come proseguiva la storia… (non una gran minaccia: chi se lo perdeva il ritorno contro il Monaco???)

Comunque questo mi ha fatto riflettere su un paio di cose. Punto 1: ho un protagonista che è anche un classico italiano con la fissa del pallone… Strano però, non riesco a vedermelo sugli spalti armato di bandiera e sciarpa… Fortuna che per la durata della storia non ci sono partite da seguire! Punto 2: i personaggi hanno mille e più sfacettature delle quali spesso tendiamo a dimenticarci, che rimuoviamo, finendo così per creare più bozzetti che figure a tuttotondo. Alla fine anche loro sono come noi: hanno le loro passioni, i loro vezzi, i loro vizi… E spesso dicono molto di più di un’infinità di pensieri che invadono una pagina. Ammetto che mi ero lasciata prendere la mano dai “pensieri”. Wow! Che goduria! Dopo aver scritto diverse sceneggiature è così rilassante non trovare piccoli gesti, inquadrature particolari, oggetti che entrano in campo, cambi di espressione e di intonazione e quant’altro per palesare in 2 secondi secchi un intero universo interiore. Ora però mi rendo conto di quanto siano in realtà importanti quei piccoli elementi anche quando si scrive un romanzo. E mi rendo conto che spesso vengono saltati a piè pari. Sto ripensando ai libri che ho letto nell’ultimo periodo e mi rendo conto quanto gli scrittori sottovalutino questo tipo di sintesi che pure colpisce più di mille parole (se ben fatta, chiaro!) Un semplice gesto che ti rivela un aspetto importante della psicologia di qualcuno. Che ne so, un anziano che continua a succhiare caramelle mi fa immediatamente pensare al fatto che non si sia mai concesso di crescere del tutto, che ha nostalgia degli anni dorati dell’infanzia e che probabilmente reagirà alle situazioni di stress in modo un po’ infantile anche se celato dalla voce rauca e il corpo massiccio. Un ragazzo che non si muove senza aver infilato gli auricolari mi parlerà invece di quel bisogno di rumore per non ascoltare tutte le sue stesse seghe mentali. E così via…

Mi sa che quando farò la prima revisione avrò un bell’impegno per trovare il giusto equilibrio ma ora che ho finalmente ritrovato la mia propensione probabilmente nelle prossime pagine già ci metterò più attenzione.

E’ anche per questo, credo, che chi scrive dovrebbe passare tanto tempo fuori, per strada, nei locali, nei luoghi pubblici, sui mezzi, al supermercato ect ect ect. L’osservazione della gente è un passaggio fondamentale. Quanti di noi colgono al volo i particolari? Quanti salendo su un autobus potrebbero dire a colpo quasi sicuro quale degli studenti presenti è preoccupato per un’interrogazione e chi invece sa di essere preparato? Quell’uomo in fondo è sereno? E se non lo è, quale campo della vita causa le sue preoccupazioni? La donna seduta accanto a noi ha i sensi di colpa nei confronti dei figli perchè il lavoro le porta via troppo tempo o nei confronti di se stessa perchè si è messa al secondo posto, togliendo energie preziose al lavoro per stare più dietro ai figli, atteggiamento che l’ha portata a non seguire più i suoi sogni? E le persone che più pensiamo vicine, quanto le conosciamo realmente? Sappiamo capire a prima vista come stanno?

Certo, scrivere per il cinema implica scrivere per qualcuno che trasformerà in immagine le tue parole: più dai indicazioni più sai che sul set i presenti si sbatteranno per rendere la storia quella che tu hai in testa. Ma anche il lettore si crea delle immagini in testa, quindi perchè non cercare di aiutarlo il più possibile a conoscere quei personaggi con cui, si spera, creerà un rapporto privilegiato prima di arrivare all’ultima pagina?

Sempre più mi convinco che una storia dev’essere un frammento di vita di diverse persone che, in quel periodo, accettano di essere osservate da chi scrive. Ma non fingono, non si irrigidiscono, continuano a vivere come hanno sempre fatto e come continueranno a fare anche quando noi smetteremo di curiosare nelle loro esistenze neanche fossimo le telecamere di un reality…

Ok, il ghostwriter reclama che io mantenga fede alla mia promessa! 😉

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Giorno 13

18360616_10155228073539763_154454898_nA che punto sono della mia vita? Se dessi ascolto a Dante direi poco oltre il mezzo del cammin, ma considerato che la scienza ha fatto passi da gigante da allora, direi che… sono al punto in cui scrivere un libro mi porta a farmi mille e più seghe mentali. Oggi mi sono resa conto che forse non mi dispiacerebbe essere a mia volta un personaggio di qualcuno. Voglio dire, sapere che c’è un’entità di qualche tipo che ha le idee chiare su dove sto andando a parare, su che lezioni imparerò, su che strade imboccherò da qua ai prossimi 70 anni (e saranno 70 anni strafighi e stracolmi di salute, perchè io sono ottimista, ecco!) Sì, insomma, vorrei essere un personaggio di uno scrittore che mi coccola e mi sostiene pur se mi fa passare mille e più disavventure e se trova estremamente divertente sbattermi in mezzo ai casini più assurdi. Purchè mi dia solo forza e coraggio senza spoilerarmi nulla però: non vorrei mai sapere troppo in anticipo che succederà dopo, so già che mi farei un incredibilmente lungo sonno sugli allori in quel caso.

Però ok, a quanto pare sono solo una persona e non un personaggio (beh, ok… a meno che il mio autore non stia scrivendo una storia su una sceneggiatrice prestata al mondo della letteratura che sta scrivendo un blog raccontando dei progressi che sta facendo con il suo romanzo. In questo caso, caro autore, te lo dico con il cuore: sei un gran figo!) Dicevo che sono una persona e in quanto tale non ho nessuno che abbia uno sguardo d’insieme e sappia tirarmi una corda in modo che io non riesca a battere il record di casini vissuti in un’unica esistenza. Il che a volerla dire tutta è un ragionamento altamente assurdo se penso che sto godendo un periodo da favola: per i fatti miei, senza obblighi di alcun tipo, a fare quello che più amo fare nella vita. Eppure… eppure scrivere resta comunque farsi una sorta di autoanalisi quotidiana. Almeno a me sta succedendo. Anche se i miei personaggi vivono le loro vite comunque alla base le dinamiche, le emozioni, sono quelle che tutti noi viviamo. Voglio dire, che altro c’è alla base dei grandi romanzi, alla base dei capolavori cinematografici, alla base di tutte le opere d’arte, le scoperte scientifiche, le invenzioni che hanno modificato in maniera irreversibile la storia dell’umanità? Ci sono sentimenti condivisi, scopi comuni, un andare verso il miglioramento. C’è tutto quello che c’innalza, in un certo senso. Tutto quello che ci spinge ad elevarci, sotto tutti i punti di vista.

Solo che per quanto si possa avere una direzione le testate da tirare contro le pareti sono sempre all’ordine del giorno. I rimpianti, i rimorsi, i “avrei potuto far meglio” o i “avrei potuto farlo in modo diverso”. Quello che più conta, alla fine, è non continuare a girare intorno a questi pensieri, non fare un solco lungo tre passi continuando ad andare avanti ed indietro borbottando tra noi stessi. Perchè la verità è che una qualche direzione ce l’abbiamo tutti. E’ quella meta che dobbiamo/vogliamo raggiungere, e siamo estremamente fortunati se l’abbiamo scelta noi e non ci è stata imposta/suggerita/indicata da altri. In un qualche modo la direzione te la dà il tuo vero essere, la tua natura. E’ una strada che “devi” seguire, per sentirti tutt’intero. E’ quella passione che “devi” nutrire ogni giorno se vuoi sentirti vivo. E’ quella che lascio seguire ai miei personaggi, perchè loro l’hanno scelta. Anche se so che c’è qualcosa di sbagliato, anche se so che stanno prendendo il percorso più arzigogolato, quello con più ostacoli o quello che li farà soffrire di più. Perchè potrò anche essere io a dar loro una voce ma di certo non mi arrogo il diritto di scegliere al posto loro. E’ il libero arbitrio, bellezza, e di certo non sarò io a toglierglielo.

Chissà, forse essere un bravo scrittore (e con questo intendo in grado di seguire i personaggi e non di sostituirsi a loro, di non farli diventare marionette) equivale un po’ ad essere un bravo genitore. Sai che i figli li metti al mondo, li aiuti a crescere ma non ti appartengono, come non ti appartengono le loro vite. Hanno una loro identità e la strada che sceglieresti tu potrebbe non essere la più indicata per loro. Così al momento me ne sto qui, aspettando che si tirino fuori dalle fosse che si sono allegramente scavati con le loro stesse mani e con le loro stesse scelte. Sto seduta accanto a quei pozzi, ogni tanto lancio un “heylà, come va là sotto? serve qualcosa?” continuo a scrivere e mi chiedo io a che punto sono del mio percorso. Ho già scavato abbastanza fosse da ritenermi soddisfatta o quante ancora dovrò scavarne prima d’imboccare la via giusta? E in quali campi ne ho scavate in quantità maggiore? (Io un sospetto ce l’avrei pure ma hey… questa è un’altra storia…)

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Giorno 6

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Consolare, consolazione, consolatorio… in una parola… Nutella! 🙂 No, ok, ovviamente sto scherzando (anche perchè sono una fan del burro d’arachidi, da crisi d’astinenza proprio…) Resta il fatto che tutti incappiamo in qualche momento in cui abbiamo bisogno di trovare un po’ di conforto. Voglio dire, hai l’appuntamento che hai sognato per tutta la vita e ti si spezza un’unghia: una tragedia all’ennesima potenza… come fai a rimettere a posto il morale se non hai nessuno che ti offre una spalla su cui piangere e recitare il rosario di tutte le sfighe che ti sono capitate nella vita? Quella volta che il parrucchiere ha cannato il taglio, quella in cui hai cannato tu protezione solare e ti sei trovata a farti chiamare “fragolina” per mesi dalla compagnia… Sì, insomma, la vita è una vera lotta a volte e qualche botta di culo non la disdegna nessuno…

Ok, mi sembra chiaro che qui tutti sappiamo dare la giusta priorità alle cose (anche se in effetti quel taglio di capelli che ti faceva sembrare una lampada in stile liberty alle medie farai fatica a scordartelo ma hey, avevi 12 anni, ti era concesso…) Quello che forse ci riesce più complesso è percepire dentro la giusta empatia per offrire un qualsivoglia sostegno. Ovvio che mi fa sorridere il sentire due adolescenti aver voglia di spaccare il mondo perchè i genitori non le lasciano andare alla festa più importante della storia umana. So benissimo che si tratta di un evento come tanti altri a cui prenderanno parte, una di quelle cose di cui si stancheranno quando all’università inizieranno, magari, a frequentare circoli di un qualsiasi tipo che allora diventeranno davvero l’unico faro nelle loro esistenze… Quello che s’impara, un po’ alla volta, è che c’è sempre un faro solo che nel corso degli anni si avvicendano i guardiani che se ne prendono cura. Solo che spesso siamo convinti che il nostro sia universale: come la vediamo noi, così dovrebbero vederla tutti… E’ per questo che sono in pochi a saper offrire davvero una qualche forma di consolazione (io no di certo… non è stronzaggine acuta nè mancanza di empatia… magari -a volte- saprei anche la cosa giusta da dire ma è più forte di me spingere ad alzare le chiappe piuttosto che stare a recriminare… anche se poi a recriminare sono un fenomeno! Vabbeh… poi mi prendo anche a calci da sola, così, giusto per compensare…)

Insomma… non tutti sono geni assoluti come il signor Ferrero in grado di creare il rimedio universale (almeno per quel che riguarda l’Universo Femminile) in grado di tappezzare in qualche modo le ferite. E forse è anche per questo che spesso ci ritroviamo a far più affidamento in qualcosa piuttosto che in qualcuno. Solo che spesso non sono rimedi a lunga durata: una bevuta, un’abbuffata, una folle corsa in moto… tutte cose che danno sollievo per un po’. Poi ci si ritrova là, con i propri casini o con le proprie delusioni o con… E nessun amico/conoscente/terapeuta che ti capisca davvero o che sappia dirti le parole giuste.

E’ qui che dovremmo essere abbastanza adulti e consapevoli di chi siamo per ammettere che eravamo migliori quando eravamo bambini. Quando lasciavamo andare le cose senza neanche rendercene conto. Perchè tanto non avevamo orologi e non distinguavamo tra “ieri” “oggi” “questo istante”. Era tutto “questo istante”. Ancora una volta, senza che mi ci mettessi io a riflettere, sono stati i miei personaggi a farmelo capire. E senza bisogno di parlare, solo agendo, essendo loro stessi. Sintetizzando: maschio adulto (beh… anzianotto direi…) deluso: si ritrova da solo con una bottiglia; bambino deluso: se ne sta per i fatti suoi e fa quello che più ama fare. Provate un po’ ad indovinare chi dei due riesce a ripartire meglio alla fine?

Sì, insomma… è la solita vecchia storia del trovare le risorse all’interno di noi, di essere in contatto con i nostri sogni, con quello che siamo, con le nostre emozioni. Credo che in particolar modo i sogni, gli obiettivi, siano la consolazione più grande. Non più fari che possono cadere in disuso, gestiti da qualcosa di umano, che possono deteriorarsi con il tempo. Ma una stella Polare che indica sempre la direzione… alla fin fine sta là da non so quanto tempo, non vorrete mica sparisca proprio nel corso della nostra vita! Però sì, se me lo chiedete ogni volta che sono caduta non solo la forza ma anche la motivazione a rialzarmi mi è stata data dal sogno che volevo realizzare, quel qualcosa di più grande di me che prima o poi, a costo di sbattermi per tutta la vita, avrei realizzato. Non so se sarà così per sempre, non so se ne troverò uno più grande e luminoso da perseguire lungo la strada. Ma per ora è così. Ed io sono incredibilmente felice che lo sia.

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Giorno 4

18155704_10155200001874763_478296845_nPer amare bisogna essere liberi. Per amare ci vuole coraggio.

Ok, non sto dicendo che è legale innamorarsi di qualcuno solo se si è single. Voglio dire che aiuterebbe molto se tutti noi riuscissimo a liberare la testa dai condizionamenti che abbiamo ricevuto nel corso della vita. Vedo in giro tantissimi post sul tema “i bambini ci guardano”, “sii un buon esempio per i tuoi figli” etc etc. Così, a ragione, ci preoccupiamo di come cresceranno le generazioni di domani, ma come siamo cresciuti noi? Che esempi abbiamo avuto? Ci hanno insegnato che “amore” sono mamma e papà che ancora si vogliono bene. Che “amore” è sacrificarsi per la famiglia. Che “amore” è rispetto e perdono e fiducia e… Che “amore” può essere declinato in “amicizia” e che lo si può provare per il proprio animale domestico tanto quanto per un lavoro, un luogo, un’opera d’arte (di qualsiasi genere essa sia), un paio di scarpe, un ricordo, piuttosto che l’intera umanità o addirittura l’intero creato (che qui, secondo me, siamo comunque ai limiti della santità…) E ci hanno detto che lo si manifesta dedicandosi all’altro, andandogli incontro, concedendogli libertà, essendo sinceri, magari prendendosi cura della casa e dei figli o “procurando il pane”, sostenendosi a vicenda (anche nelle faccende domestiche e nell’educazione della prole in epoca più recente) e via dicendo.

Così ci hanno detto. Così ci hanno insegnato.

Appunto.

Non dico che sia un’idea d’amore sbagliata. Mi chiedo dove risiede la felicità in tutto questo. Mi chiedo dove si trovano i concetti più ludici in tutto questo. Mi chiedo dove siano le risposte fisiologiche in tutto questo…

Il punto, a mio avviso, è che ognuno è libero di amare in modo diverso, secondo la sua natura, secondo il suo modo di essere. Possono esistere persone che si amano alla follia ma decidono di non sposarsi, di non creare una famiglia, addirittura di non vivere assieme. Così come possono esserci coppie che vivono in perfetta simbiosi. Amare può essere un’infinità di cosa e si può dimostrare amore in un’infinità di modi. C’è chi lo fa programmando un futuro comune, chi senza mai trovare le parole per esprimerlo, chi nell’ombra, chi alla luce del sole. C’è chi urla quello che prova e chi lo dimostra prendendoti al volo ancora prima che tu possa cadere. Dicono che chi ti vuole bene non ti abbandona prima che tu ti sia rialzato. Credo che si possa anche voler bene spostando il ramo che sta per farti inciampare. Certo, forse non avrai imparato a guardare dove metti i piedi ma tanto la vita ha fantasia da vendere e se non l’hai fatto quella volta allora troverà il modo per farti imbattere in un gradino che non vedrai o in un marciapiede rovinato. E poi penso anche che amore sia ridere assieme, buttarsi a capofitto in nuove avventure (assieme o singolarmente, tanto se ci sia ama davvero poi si condivideranno le esperienze vissute), fare piccole pazzie da ricordare tra 10-20-50 anni, prendersi in giro a vicenda e giocare. Amare è essere felici assieme ed essere felici anche da soli. E volere, sperare che l’altro sia felice.

Ma questo non ce lo dicono. Per qualche buffa ragione “amore” dev’essere tuffo al cuore (sensazione fisica terribile, per quanto mi riguarda…) e fastidiose farfalle nello stomaco. E poi… beh, una specie di lavoro a tempo pieno. Perchè l’amore va innaffiato e concimato e potato e tenuto sotto controllo (specie se vivi in un appartamento con le pareti particolarmente sottili…). Amen!

Beh… dovremmo trovare la forma d’amore che è più giusta per noi, al diavolo quello che ci hanno insegnato. Del resto fino a pochi anni fa “famiglia” erano solo mamma e papà e figli, possibilmente tutti con la pelle dello stesso colore. Poi sono arrivate le coppie miste, poi le famiglie allargate, poi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E va bene così, è perfetto così. Proprio perchè amore è liberta ed essere se stessi.

E qui entra in gioco il coraggio: ci vuole un coraggio assurdo per essere se stessi, per manifestarsi. E’ più facile fidarsi di quello che ci è stato insegnato piuttosto che metterlo in discussione o trovare strade alternative. (Basta vedere i grandi rivoluzionari, in tutti i campi, del passato… o anche solo il dr. Gava al giorno d’oggi…) E ci vuole coraggio anche ad essere fedeli a se stessi quando sarebbe più facile farsi accettare dall’altro se ci omologassimo.

Però… quanto fa sentire vivi riuscirci!

(Sì, come avrete già capito… oggi ho “incontrato” Betsie, il mio personaggio che meglio rappresenta la libertà e la gioia di amare. Sì, ha preso delle batoste infernali dalla vita ma non si è piegata, non ha ceduto, ha ascoltato se stessa e non gli altri. E io l’adoro così, con la sua vita difficile ma non sprecata!)

Ah, quasi dimenticavo: e comunque sia… il vero coraggio, quello con la C maiuscola, sta proprio nell’amare, in quel lasciarsi andare, in quel mettere a tacere completamente il cervello e ignorare quella fitta al fianco che ti indica la paura di farti un male cane. Mi domando quanti, veramente, hanno il coraggio di amare davvero, anche solo per un giorno, anche solo per un’ora. Ragazzi, per amare ci vogliono davvero le palle, non c’è altro da dire…

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 3

18190793_10155197100159763_2095711983_nSe tutto questo (il mio scrivere un libro e raccontarne in un blog i progressi) invece che un tratto della mia vita fosse un film probabilmente questi post racconterebbero le avventure di una ragazza in una località turistica che, dopo aver fatto un po’ di fatica ad ambientarsi, viene travolta da un grande amore che in qualche modo si rispecchierebbe nelle pagine del libro che sta scrivendo.

Purtroppo per voi… io me ne sto barricata in casa per la maggior parte del tempo (e comunque sia non siamo ancora in stagione quindi il paese è pressochè deserto!) e al massimo vado a farmi una passeggiata in spiaggia (dove l’unica altra presenza è quella del fantasma della broncopolmonite visto il vento che tira…) Quindi, niente amori nè avventure travolgenti per me. Ma tanto, tanto tempo con i miei personaggi. Già, perchè per me sono incredibilmente reali, ci faccio delle grandi chiacchierate e loro vengono a trovarmi ogni volta che gli gira. Il bello di questa storia è che il mio protagonista è un sassofonista. Il che significa che, invece di essere “perseguitata” da gangster, tipi strani, folli con il cappello, ballerine, travestiti, nerd e quant’altro (tutti personaggi di soggetti o sceneggiature che ho scritto in passato) questa volta mi godo un sacco di buona musica e infinite serenate a ogni ora del giorno e della notte. 

Ed ammetto che tutto questo è estremamente rilassante ed eccitante al tempo stesso. Primo perchè è dannatamente bravo con il sax e poi mi fa conoscere dei brani che mi mandano completamente via di testa per quanto sono intensi. E forse un po’ fuori lo sono pure ma che ci posso fare se alla mia età ancora ho degli amici immaginari che sono la fine del mondo? 

Comunque sia, è affascinante tutto questo. Eccitante vedere quanta passione c’è ancora in lui, quanta energia nonostante l’età (piccolo spoiler: il protagonista non è proprio un ragazzetto, ecco…) E tutto questo non può non farmi pensare al valore della musica nella vita. Viviamo costantemente a ritmo. Anche solo del nostro cuore. Citando Dirty Dancing: “Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum…” Siamo in perenne connessione con questo battito che per noi è assolutamente tutto, è imprescindibile, fondamentale. E che poi è lo stesso battito dei tamburi tribali, lo stesso ritmo di infinite cerimonie indigene. Poi ci abbiamo messo sopra le note, altri strumenti, voci… Ma alla base c’è quel respiro che sembra arrivare dalla Terra e che ci porta avanti, ancora e ancora. Ci porta a raggiungere l’estasi così come ci accompagna al lavoro mentre in auto ascoltiamo la radio.

Sì, credo che la musica accompagni le nostre vite e in qualche modo molte canzoni sono messaggi che dobbiamo solo decifrare. Non so se a voi è mai capitato ma io ho fatto questa prova una volta: premesso che se vado a fare una passeggiata indosso inesorabilmente gli auricolari, una volta ho selezionato un gruppo di canzoni (tutte della band di un mio carissimo amico) e ogni volta che uscivo avviavo in modo casuale. Puntualmente, giorno dopo giorno, la prima canzone che mi trovavo ad ascoltare aveva un messaggio speciale tutto per me. Certo, bisogna fare attenzione al testo e accettare anche quell’idea che proprio non ci piace, ma ogni giorno si trattava, in qualche modo, del messaggio giusto, di quello che avevo bisogno di sentirmi dire o semplicemente di ricordare. Affascinante nella sua semplicità, no?

Beh, nulla… volevo solo dirvi che al momento la mia vita è ricca di fantastiche melodie e spero sia lo stesso per voi!