Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 33

32842159_10156272323019763_322494250849665024_nRicapitolando… ho 38 anni e tutto quello che si potrebbe volere dalla vita.

A parte un lavoro retribuito (vita da giovani sceneggiatori in Italia: ti commissionano una sceneggiatura e mentre la produzione fa il suo lavoro ti chiede l’esclusiva senza però voler comprare l’opzione… vabbeh…). Un posto tutto mio. Una vita sociale. Un decente conto in banca. L’equilibrio per camminare sui tacchi alti. Qualcuno che mi porti il caffè a letto. Dei capelli con un senso. La pazienza per truccarmi. Una piscina vicina a casa. La capacità di far fuggire le zanzare con uno sguardo. La bacchetta magica. La macchina del tempo. Qualche botta di culo. Soprattutto, l’attitudine per vivere il quotidiano. (Voglio dire… c’è chi ama fare tutte quelle piccole faccende domestiche… a me viene il magone solo al pensiero di pulire la scrivania… ok, se la vedeste capireste che è davvero un casino ogni volta spostare tutto…)

A parte questo, dicevo, ho tutto quello che potrei desiderare.

E’ che per qualche motivo noi ci focalizziamo sempre su quello che manca. I nostri problemi sono insormontabili (non per altro a chi chiediamo consiglio se non ad un occhio esterno?). Le nostre litigate sempre catastrofiche, quelle che portano alla rottura di ogni rapporto. I nostri incidenti domestici simil-mortali. Un’influenza ci porta dritti all’ospedale. Una dieta ci fa morir di fame. Insomma, potrei continuare per ore. Fatto sta che tutto quello che ci capita di negativo viene ingigantito, che dico, viene elevato all’ennesima potenza. Un po’ come un uomo con 37.5 di febbre che si appresta a far testamento, insomma.

In compenso quello che abbiamo non è mai abbastanza, non è mai all’altezza, non è mai quello che diciamo di volere. C’è sempre un di più, un confronto con gli altri, una mania di possesso e potere che ci attanaglia lo stomaco e ci fa piegare in due mentre ci sussurra all’orecchio che la felicità è ad un passo, basterebbe avere quella cosa, quella persona, quelle attenzioni…

Appartengo a questa categoria? Assolutamente sì. Voglio sempre di più, non sono in grado di accontentarmi. Non credo neanche sia sbagliato, basta vivere bene questa sensazione di mancanza, basta cambiare prospettiva. Ci serve imparare intanto ad apprezzare quello che già abbiamo e continuare a desiderare, sì, ma senza per questo far sì che il desiderio si impossessi della nostra vita e della nostra anima portandoci ad annientare gli altri, a calpestarli, a superarli a suon di cazzotti. La verità è che tutti vogliamo di più. Se non altro, tutti vogliamo una vita migliore in un mondo migliore. Insomma, quello che voglio dire è che è umano desiderare qualcosa. Anche i più illuminati, anche i più saggi tra noi, quelli che tutti ammiriamo, amiamo o preghiamo. E’ che alla fine tutti vogliamo il meglio. Che sia un lavoro migliore o che sia la pace nel mondo. Desideriamo perchè sappiamo, anche se ce lo siamo dimenticati, che siamo anime infinite e siamo il riflesso di quel Dio (chiamatelo nel modo che volete) che è abbondanza.

Mi sono lamentata giusto ieri, no? Cavolo, sono stanca, cavolo, ho perso la storia, cavolo, non riuscirò a terminare due progetti nel tempo prefissato… Peggio, chissà quando arriveranno nuovi personaggi a trovarmi… Però ho fatto silenzio, mi sono abbandonata a questa sensazione di solitudine (è sempre così quando termini di scrivere una storia e i suoi personaggi si congedano da te), ho pure sparso qualche lacrima perchè… beh, non centrare un obiettivo per me è sempre un fallimento… Che poi insomma… sto blog si chiama 45 giorni UN progetto, che cavolo mi spacco la testa a fare? Comunque sia, ho accettato il tutto. Ho pensato che non fosse il momento. Ho riflettuto che probabilmente c’è qualcos’altro dietro l’angolo e per questo non posso essere impegnata in qualcosa.

Così mi sono preparata per riprendere in mano la sceneggiatura e fare la seconda stesura. E poi stamattina, mentre passeggiavo in spiaggia, ho capito. Ho capito che la storia effettivamente non è pronta per essere scritta perchè l’ho sempre vista “in piccolo”. Ci sono altri personaggi che ancora non si sono presentati, c’è un messaggio più grande di quello che pensavo, ci sono più destini che s’incrociano.

A volte le grandi cose nascono dal fallimento delle piccole. A volte c’impuntiamo nell’inseguire una meta senza guardarci attorno e vedere se ce ne sono altre più appetibili. A volte sogniamo troppo in piccolo, desideriamo troppo in piccolo. E la vita, in qualche modo, ci riporta all’ordine, ci rimette nella giusta prospettiva. Quindi ecco qua… nessun fallimento, solo un po’ di pazienza aspettando gli altri personaggi si palesino e quel piccolo dipinto che pensavo di dover scrivere si trasformi in un quadro più grande e articolato.

Quindi sì. Ho 38 anni, non la vita più invidiabile del mondo, ma ho tutto quello che mi serve per creare la vita che voglio e tutti i desideri necessari per riempirla e decorarla come ho in mente io.

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Giorno 15

18386671_10155233647739763_101570884_nIncomprensioni, fraintendimenti, equivoci… Cosa c’è più all’ordine del giorno se non fallire totalmente nel capire/farsi capire? Non so se capita solo a me ma se c’è una cosa che mi manda in bestia son le risposte che non c’azzeccano nulla con quanto ho detto. Divento una iena, ho la tentazione di chiudere la discussione (cosa che poi sistematicamente non faccio perchè voglio avere l’ultima parola) e di prendere a bastonate in testa il mio interlocutore solo per spaccargli la testa e vedere di cos’è foderata (altra cosa che sistematicamente non faccio per… beh, ovvi motivi giudiziari direi…) Confesso che dubito di dare sempre risposte a tono ma questo dovrebbero dirlo gli altri, non io…

Che poi parliamo la stessa lingua, quindi viene naturale chiedersi dove diavolo sta sto inghippo che non riusciamo a intercettare. Forse uno a volte si spiega male, forse a volte chi ascolta è troppo incasinato dai suoi problemi per ascoltare veramente, forse a volte è più facile riproporre affermazioni già fatte in passato sperando che il contesto sia quello giusto. E poi ci sono tutte le barriere che mettiamo in mezzo noi quando cerchiamo di comunicare. Pregiudizi, luoghi comuni, paure ancestrali, paure derivate dai tg… A volte penso che una reazione non in linea con la situazione sia comunque una delle tante forme di non comunicazione in cui siamo immersi. E’ ancora una volta il ricercare una propria zona confort perchè riflettere veramente su quello che ci viene detto potrebbe rappresentare imboccare nuovi percorsi e lo sappiamo fin troppo bene che la strada conosciuta è sempre la più sicura (che poi sia anche la più noiosamente obsoleta è un altri discorso: non è che tutti possano essere irrequieti come me, giusto? C’è chi nelle proprie certezze ci sta bene!)

Però mi pesa. Mi pesa da morire quando quello che dico cade nel nulla. Mi pesa perchè sono una cultrice del dialogo, dello scambio, e vorrei che ogni volta che m’interfaccio con qualcuno fosse un modo per imparare qualcosa, per crescere in un qualche modo, per poter aggiungere un nuovo punto di vista alla mia visuale. Lo ammetto, a volte il sentir rispondere alla cavolo mi fa sentire dannatamente sola. Mi fa sentire come se stessi solo perdendo tempo e come se non fossi degna di quei due minuti che chiedo di attenzione. Poi certo, dopo la botta cerco anche di riprendermi e andare avanti, come sempre. E cerco di togliermi gli occhiali mentali che tendiamo tutti ad infilarci. Perchè penso che quando fraintendiamo qualcuno spesso questo dipenda da un paio di occhiali particolarmente neri che stiamo indossando (l’opposto di quelli rosa con cui invece diventa così piacevole guardare il mondo, per intenderci…) Cerco di capire il perchè di quella risposta, di capire cosa si nasconda dietro, di capire di cosa la persona con cui mi stavo interfacciando stava invece cercando di comunicarmi. Poi ok, non è che ci sia sempre speranza: a volte una risposta alla cavolo è sinonimo di… testa di cavolo, ecco!

Ma non si tratta solo di parole, di discorsi, di qualcosa di astratto. Spesso anche i gesti e le intenzioni vengono fraintesi. Un atto di gentilezza, un favore non richiesto, un gesto di amicizia vengono letti attraverso le lenti della malizia, ancora una volta del sospetto e della paura. E anche due dei miei personaggi hanno questo problema: subiscono il giudizio, vengono additati, vengono ritenuti colpevoli di fatti neanche accaduti. Nessuno chiede loro qualcosa, si limitano a decidere che “dev’essere così”, punto e basta. E’ un po’ come la storia di Lucifero, no? Cacciato dal Paradiso, mandato nelle fiamme eterne (che poi fiamme=fuoco=luce… a me qualcosa non torna qui dentro… il fuoco che purifica, la luce che illumina… non lo so, secondo me qualcuno ha cannato di brutto con la simbologia…) Ma se si voleva ribellare, se non voleva essere inferiore… ma nessuno si è mai chiesto sto povero angelo (poi caduto) che problemi di bassa autostima avesse? Che alla fin fine spesso si attacca solo perchè si teme di venire attaccati, si giudica perchè si teme di essere giudicati…

Ecco… a volte invece di andare su tutte le furie per stupidi fraintendimenti dovremmo (io per prima dovrei) togliere quegli occhiali e cercare di capire cosa ci sta sotto. Magari scoprirò di avere a che fare con una persona con la quale è inutile continuare a parlare, ma magari scoprirò che c’è un universo dietro a quella frase che a me sembrava fuoritema e invece metteva in luce tanti aspetti nascosti di qualcuno che non voleva metterli in luce ma l’ha fatto inconsciamente. Sì, dovrei fare così. Accettare. E accettando amare… (del resto continuando con il mio romanzo “svelerò” anche i reali punti di vista quindi… se gli altri personaggi equivocano, perchè non può capitare anche a me?)

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Giorno 13

18360616_10155228073539763_154454898_nA che punto sono della mia vita? Se dessi ascolto a Dante direi poco oltre il mezzo del cammin, ma considerato che la scienza ha fatto passi da gigante da allora, direi che… sono al punto in cui scrivere un libro mi porta a farmi mille e più seghe mentali. Oggi mi sono resa conto che forse non mi dispiacerebbe essere a mia volta un personaggio di qualcuno. Voglio dire, sapere che c’è un’entità di qualche tipo che ha le idee chiare su dove sto andando a parare, su che lezioni imparerò, su che strade imboccherò da qua ai prossimi 70 anni (e saranno 70 anni strafighi e stracolmi di salute, perchè io sono ottimista, ecco!) Sì, insomma, vorrei essere un personaggio di uno scrittore che mi coccola e mi sostiene pur se mi fa passare mille e più disavventure e se trova estremamente divertente sbattermi in mezzo ai casini più assurdi. Purchè mi dia solo forza e coraggio senza spoilerarmi nulla però: non vorrei mai sapere troppo in anticipo che succederà dopo, so già che mi farei un incredibilmente lungo sonno sugli allori in quel caso.

Però ok, a quanto pare sono solo una persona e non un personaggio (beh, ok… a meno che il mio autore non stia scrivendo una storia su una sceneggiatrice prestata al mondo della letteratura che sta scrivendo un blog raccontando dei progressi che sta facendo con il suo romanzo. In questo caso, caro autore, te lo dico con il cuore: sei un gran figo!) Dicevo che sono una persona e in quanto tale non ho nessuno che abbia uno sguardo d’insieme e sappia tirarmi una corda in modo che io non riesca a battere il record di casini vissuti in un’unica esistenza. Il che a volerla dire tutta è un ragionamento altamente assurdo se penso che sto godendo un periodo da favola: per i fatti miei, senza obblighi di alcun tipo, a fare quello che più amo fare nella vita. Eppure… eppure scrivere resta comunque farsi una sorta di autoanalisi quotidiana. Almeno a me sta succedendo. Anche se i miei personaggi vivono le loro vite comunque alla base le dinamiche, le emozioni, sono quelle che tutti noi viviamo. Voglio dire, che altro c’è alla base dei grandi romanzi, alla base dei capolavori cinematografici, alla base di tutte le opere d’arte, le scoperte scientifiche, le invenzioni che hanno modificato in maniera irreversibile la storia dell’umanità? Ci sono sentimenti condivisi, scopi comuni, un andare verso il miglioramento. C’è tutto quello che c’innalza, in un certo senso. Tutto quello che ci spinge ad elevarci, sotto tutti i punti di vista.

Solo che per quanto si possa avere una direzione le testate da tirare contro le pareti sono sempre all’ordine del giorno. I rimpianti, i rimorsi, i “avrei potuto far meglio” o i “avrei potuto farlo in modo diverso”. Quello che più conta, alla fine, è non continuare a girare intorno a questi pensieri, non fare un solco lungo tre passi continuando ad andare avanti ed indietro borbottando tra noi stessi. Perchè la verità è che una qualche direzione ce l’abbiamo tutti. E’ quella meta che dobbiamo/vogliamo raggiungere, e siamo estremamente fortunati se l’abbiamo scelta noi e non ci è stata imposta/suggerita/indicata da altri. In un qualche modo la direzione te la dà il tuo vero essere, la tua natura. E’ una strada che “devi” seguire, per sentirti tutt’intero. E’ quella passione che “devi” nutrire ogni giorno se vuoi sentirti vivo. E’ quella che lascio seguire ai miei personaggi, perchè loro l’hanno scelta. Anche se so che c’è qualcosa di sbagliato, anche se so che stanno prendendo il percorso più arzigogolato, quello con più ostacoli o quello che li farà soffrire di più. Perchè potrò anche essere io a dar loro una voce ma di certo non mi arrogo il diritto di scegliere al posto loro. E’ il libero arbitrio, bellezza, e di certo non sarò io a toglierglielo.

Chissà, forse essere un bravo scrittore (e con questo intendo in grado di seguire i personaggi e non di sostituirsi a loro, di non farli diventare marionette) equivale un po’ ad essere un bravo genitore. Sai che i figli li metti al mondo, li aiuti a crescere ma non ti appartengono, come non ti appartengono le loro vite. Hanno una loro identità e la strada che sceglieresti tu potrebbe non essere la più indicata per loro. Così al momento me ne sto qui, aspettando che si tirino fuori dalle fosse che si sono allegramente scavati con le loro stesse mani e con le loro stesse scelte. Sto seduta accanto a quei pozzi, ogni tanto lancio un “heylà, come va là sotto? serve qualcosa?” continuo a scrivere e mi chiedo io a che punto sono del mio percorso. Ho già scavato abbastanza fosse da ritenermi soddisfatta o quante ancora dovrò scavarne prima d’imboccare la via giusta? E in quali campi ne ho scavate in quantità maggiore? (Io un sospetto ce l’avrei pure ma hey… questa è un’altra storia…)

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Giorno 12

18336951_10155224970334763_178163686_nCosa c’è di più rassicurante e avvolgente di una comfort zone? Solo a scrivelo mi viene in mente una bella tazza di the bollente, un avvolgente plaid e due belle pile di libri e dvd… Una meraviglia! Davvero, potrei trascorrere la vita leggendo e guardando film (forse ho sbagliato qualcosa, dovevo fare la critica letteraria o cinematografica invece di provare a passare dall’altra parte della barricata…) Ma a quanto pare tutto questo non fa per me.

E a quanto pare non mi piace neanche lasciare i miei personaggi a crogiolarsi nella loro comfort zone. (In realtà non mi piace lasciarci nessuno: se c’è una che punzecchia quella sono proprio io: probabilmente se fossi stata presente all’epoca neanche Dio si sarebbe potuto rilassare in santa pace nel fatidico settimo giorno!) Manie di onnipotenza a parte, la comfort zone per come la vedo io è un luogo spettacolare dove rifugiarsi per qualche ora ogni tanto (basta che questo “ogni tanto” equivalga più a un “raramente”) ma per il resto dopo un po’ inizia a soffocarmi. Va benissimo riacquistare energia e vigore e lucidità ma poi… fuori da là, mostra al mondo chi sei! In fin dei conti per me la comfort zone per antonomasia è l’utero materno, quella fase in cui ci “prepariamo” e “corazziamo” per quel che avverrà poi. Però… se ci siamo agitati come pazzi mentre ci stavamo dentro e non abbiamo perso tempo una volta pronti ad uscirne fuori… perchè ricrearne uno immenso ora che siamo al mondo? Per quanto comodo sia. Per quanto invogliante sia. Soprattutto: per quanto sicuro sia.

Sì, avete indovinato: oggi ho preso il mio ghostwriter e l’ho fatto uscire a forza da quell’utero su misura che si era costruito, fatto di dedizione al lavoro e ai suoi obiettivi, e l’ho dato in pasto al mondo. Quello dove per forza devi confrontarti con gli altri e che ogni tanto ti fa ritrovare con tutte le ossa rotte. Perchè so che questo lo renderà un uomo migliore. Lo renderà un uomo più completo. Lo porterà a brillare di una luce che neanche sapeva di avere. Perchè in fin dei conti tutti i limiti che ancora crede di avere se li è creati da solo, con le sue insicurezze e incertezze e paure e proiezioni sul futuro. Invece se si concede di fare un passo oltre, di scoprire nuovi punti di vista e modi di vivere, allora sarà più libero di scegliere cos’è più adatto a lui.

E’ una delle cose che più mi affascina della scrittura: puoi sperimentare tutto, essere tutto nella vita. Puoi visitare luoghi dove forse non metterai mai piede e vivere quei brividi che non proverai mai direttamente sulla tua pelle perchè le situazioni non te lo permettono. Puoi dare corpo a universi che non esistono e popolarli con qualsiasi specie di tua invenzione. E puoi lanciarti. Senza paracadute, senza elastico… senza neanche una rete di sicurezza sotto ad attenderti. E forse scrivere è proprio questo: uscire costantemente dalla tua comfort zone e metterti in gioco, in ogni modo. Per quel che riguarda la tua vita, perchè comunque sai che dovrai poi fare i conti con chi leggerà il tuo romanzo, fare i conti con le loro reazioni, fare i conti con il tempo che passa e tu, impotente, attendi una risposta dagli editori a cui hai mandato il tuo lavoro. E al tempo stesso metti in gioco quelle parti di te più avventurose che vorrebbero esplorare il mondo, scoprire realtà nuove, vivere avventure che ti lasciano un segno indelebile dentro. C’è chi dirà che no, scrivere invece è proprio restare nell’utero più sperduto che c’è, che è appunto un raccontare e non un vivere. Ogni punto di vista è legittimo. Ma il mio è che in quel momento tu “sei” quel personaggio, tu stai vivendo quello che sta vivendo lui, le sue emozioni ti creano crampi nello stomaco o ti fanno vibrare di eccitazione, i suoi pensieri ti fanno scoppiare la testa e le sue folli corse ti fanno bruciare i muscoli. Non conosco altro modo di scrivere se non quello di “essere” ogni mio personaggio. E’ come quando guardi un film e ti immedesimi nel protagonista, solo all’ennesima potenza e con tutti i personaggi, anche quelli più oscuri e scomodi e bastardi. E’ strizzare l’occhio anche al lato oscuro, quello che reprimiamo ma che in fin dei conti ognuno di noi ha. Ma se lo portiamo alla luce, beh… sotto il sole non può far altro che brillare anche lui.

 

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Giorno 5

18197897_10155202661624763_267605573_nDivieto di accesso agli adulatori. Assolutamente! A quanto pare è un cartello che il mio protagonista potrebbe tranquillamente piantare in giardino (certo, ammesso che prima si decida a tagliare l’erba. Così, giusto per sapere dove sta mettendo i piedi. Ma hey, che vi aspettate, è un artista, mica si può far distrarre da simili, banali ed umane incombenze!)

Io personalmente non me la sento di dargli torto. Oddio, non che abbia di questi problemi, nel senso: mica sono una musicista di (ex) fama mondiale… Al massimo posso parlare delle risate che mi faccio (non credete, che buona parte di noi ragazze/ex ragazze/donne ci facciamo, in realtà…) quando il maschio di turno è convinto di far breccia a suon di complimenti. Il più gettonato: “che begli occhi” (sì, guarda, sei più credibile se smetti di fissarmi le tette però!), passando per “che bel sorriso” (grazie, l’avresti anche tu se avessi messo l’apparecchio a 10 anni), allargandosi a “ma sei una modella?” Se invece le sviolinate partono dopo dieci minuti di conversazione c’è lo storico “quanto sei intelligente”. Uhm, sì, beh… abbastanza da comprendere che non hai capito quanto in realtà io lo sia veramente (anche perchè di certo dopo dieci minuti non è che possiamo aver fatto chissà che dissertazione filosofica)… Già, perchè il problema di uno che ci sta provando è che use le stesse trite e ritrite frasi di repertorio che tutte conosciamo a memoria dall’età di 13 anni. (Ma vi danno un manuale da imparare a memoria quando entrate nella fase della pubertà?) Beh, certo, a meno che la ragazza di turno non sia davvero convinta di essersi incarnata nel corpo di una top model con il cervello di un premio Nobel e sia disposta a credere assolutamente a tutto quello che le viene detto. “Hey, guarda… c’è un gabbiano con un cappello da marinaio e una pipa” “Dove, dove? Devo assolutamente farmi un selfie!”

Dicevo, non sono una da adulare ma, almeno, non sono neanche una che adula (motivo per il quale con il mio protagonista andiamo d’accordissimo: leccarti dove non batte il sole? mai!) Ammetto che chi riesce a farlo senza farsi beccare ha un suo stile invidiabile: non è facile leggere nel pensiero di un altro e dirgli esattamente quello che vuole sentirsi dire quando lui per primo non ammetterebbe mai di essere convinto di avere tutta quella lista di incredibili pregi. Il problema è che la maggior parte degli adulatori non sono simili cime (e se lo sono allora beh, presto sono destinati a passare nella categoria “adulati”) e quindi vanno di frasi fatte, a seconda del soggetto in questione. Certo, non vai a dire ad un manager che ha due polpacci stratosferici come non dici ad un calciatore che ha un incredibile fiuto per gli affari… In poche parole: gli adulatori sono, sintetizzando e semplificando, bugiardi con secondi fini. Che possono essere anche, semplicemente, quelli di entrar a far parte della cerchia ristretta del “potente” di turno (o se adulano un pizzaiolo sono affamati che sperano in un condimento extra…). Poi ci sono quelli che mirano ad avanzamenti di carriera, a un posto in qualche show, a finanziamenti, un posto in squadra… Insomma, generalmente è una qualche sorta di avanzata sociale. Ora, gli arrampicatori sociali sono sempre esistiti, basta pensare anche solo a Cenerentola, non vorremo mica eliminare una categoria dalla faccia della terra…

Dal mio punto di vista sono contenta che il mio adorato musicista non faccia parte di questo folto gruppetto (hey, ghostwriter, sei avvisato… lo so, ci cadrai in questa trappola, ahime!) ma piuttosto dell’altra. Fortunatamente, e non ha bisogno di sentirselo dire, è troppo scafato per cascare in così mediocri tranelli. Già… Ammetto che per me hanno problemi ben più gravi quelli che credono/cedono a chi li adula. A chi vede il proprio ego gonfiarsi un po’ di più quando in giro c’è qualcuno di questi distributori ambulanti di falsi complimenti. A chi agogna ad accrescrere la sua schiera di adulatori… Insomma, a parte avere problemi con l’arte oratoria (altrimenti non mi spiego come non trovino eccitante l’idea di avere a che fare con qualcuno con idee opposte che dia loro contro: come resistere al fascino di una bella discussione?) Avete mai notato quanto quelli che amano essere adulati usino frasi del tipo “Non capisci, non ha senso discutere/parlare/continuare la conversazione?” appena una persona si permette di dimostrare di avere una testa che funziona autonomamente? All’epoca dei social poi è facilissimo sgamarli: i commenti scomodi vengono glissati, gli altri… oh… quanti cuoricini/bacini/salutini ricevono…

Alla fine ammetto che più che la falsità destinata a scopo x quello che mi fa più rabbrividire è la sensazione di pochezza che devono vivere nel profondo gli adulati… Non sto scherzando, sono veramente dispiaciuta per loro. Pensate solo per un attimo al senso di solitudine che li deve attanagliare: sapere che se dovessero solo scendere di un gradino dal loro Olimpo personale si ritroverebbero soli… Perchè gli adulatori alla fine sono solo una specie parassitaria: si sposterebbero dove c’è più linfa da succhiare… E tutto questo solo per sentirsi dire che si è il migliore nel proprio campo e che si è perfetti etc etc etc… Chiudendo così ogni strada al cambiamento. “Hey, sono il numero 1, perchè dovrei cambiare?”… andiamo ragazzi… perchè tutto è cambiamento! Le montagne cambiano, il clima cambia, chi siamo noi per non farlo?

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Giorno 4

18155704_10155200001874763_478296845_nPer amare bisogna essere liberi. Per amare ci vuole coraggio.

Ok, non sto dicendo che è legale innamorarsi di qualcuno solo se si è single. Voglio dire che aiuterebbe molto se tutti noi riuscissimo a liberare la testa dai condizionamenti che abbiamo ricevuto nel corso della vita. Vedo in giro tantissimi post sul tema “i bambini ci guardano”, “sii un buon esempio per i tuoi figli” etc etc. Così, a ragione, ci preoccupiamo di come cresceranno le generazioni di domani, ma come siamo cresciuti noi? Che esempi abbiamo avuto? Ci hanno insegnato che “amore” sono mamma e papà che ancora si vogliono bene. Che “amore” è sacrificarsi per la famiglia. Che “amore” è rispetto e perdono e fiducia e… Che “amore” può essere declinato in “amicizia” e che lo si può provare per il proprio animale domestico tanto quanto per un lavoro, un luogo, un’opera d’arte (di qualsiasi genere essa sia), un paio di scarpe, un ricordo, piuttosto che l’intera umanità o addirittura l’intero creato (che qui, secondo me, siamo comunque ai limiti della santità…) E ci hanno detto che lo si manifesta dedicandosi all’altro, andandogli incontro, concedendogli libertà, essendo sinceri, magari prendendosi cura della casa e dei figli o “procurando il pane”, sostenendosi a vicenda (anche nelle faccende domestiche e nell’educazione della prole in epoca più recente) e via dicendo.

Così ci hanno detto. Così ci hanno insegnato.

Appunto.

Non dico che sia un’idea d’amore sbagliata. Mi chiedo dove risiede la felicità in tutto questo. Mi chiedo dove si trovano i concetti più ludici in tutto questo. Mi chiedo dove siano le risposte fisiologiche in tutto questo…

Il punto, a mio avviso, è che ognuno è libero di amare in modo diverso, secondo la sua natura, secondo il suo modo di essere. Possono esistere persone che si amano alla follia ma decidono di non sposarsi, di non creare una famiglia, addirittura di non vivere assieme. Così come possono esserci coppie che vivono in perfetta simbiosi. Amare può essere un’infinità di cosa e si può dimostrare amore in un’infinità di modi. C’è chi lo fa programmando un futuro comune, chi senza mai trovare le parole per esprimerlo, chi nell’ombra, chi alla luce del sole. C’è chi urla quello che prova e chi lo dimostra prendendoti al volo ancora prima che tu possa cadere. Dicono che chi ti vuole bene non ti abbandona prima che tu ti sia rialzato. Credo che si possa anche voler bene spostando il ramo che sta per farti inciampare. Certo, forse non avrai imparato a guardare dove metti i piedi ma tanto la vita ha fantasia da vendere e se non l’hai fatto quella volta allora troverà il modo per farti imbattere in un gradino che non vedrai o in un marciapiede rovinato. E poi penso anche che amore sia ridere assieme, buttarsi a capofitto in nuove avventure (assieme o singolarmente, tanto se ci sia ama davvero poi si condivideranno le esperienze vissute), fare piccole pazzie da ricordare tra 10-20-50 anni, prendersi in giro a vicenda e giocare. Amare è essere felici assieme ed essere felici anche da soli. E volere, sperare che l’altro sia felice.

Ma questo non ce lo dicono. Per qualche buffa ragione “amore” dev’essere tuffo al cuore (sensazione fisica terribile, per quanto mi riguarda…) e fastidiose farfalle nello stomaco. E poi… beh, una specie di lavoro a tempo pieno. Perchè l’amore va innaffiato e concimato e potato e tenuto sotto controllo (specie se vivi in un appartamento con le pareti particolarmente sottili…). Amen!

Beh… dovremmo trovare la forma d’amore che è più giusta per noi, al diavolo quello che ci hanno insegnato. Del resto fino a pochi anni fa “famiglia” erano solo mamma e papà e figli, possibilmente tutti con la pelle dello stesso colore. Poi sono arrivate le coppie miste, poi le famiglie allargate, poi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E va bene così, è perfetto così. Proprio perchè amore è liberta ed essere se stessi.

E qui entra in gioco il coraggio: ci vuole un coraggio assurdo per essere se stessi, per manifestarsi. E’ più facile fidarsi di quello che ci è stato insegnato piuttosto che metterlo in discussione o trovare strade alternative. (Basta vedere i grandi rivoluzionari, in tutti i campi, del passato… o anche solo il dr. Gava al giorno d’oggi…) E ci vuole coraggio anche ad essere fedeli a se stessi quando sarebbe più facile farsi accettare dall’altro se ci omologassimo.

Però… quanto fa sentire vivi riuscirci!

(Sì, come avrete già capito… oggi ho “incontrato” Betsie, il mio personaggio che meglio rappresenta la libertà e la gioia di amare. Sì, ha preso delle batoste infernali dalla vita ma non si è piegata, non ha ceduto, ha ascoltato se stessa e non gli altri. E io l’adoro così, con la sua vita difficile ma non sprecata!)

Ah, quasi dimenticavo: e comunque sia… il vero coraggio, quello con la C maiuscola, sta proprio nell’amare, in quel lasciarsi andare, in quel mettere a tacere completamente il cervello e ignorare quella fitta al fianco che ti indica la paura di farti un male cane. Mi domando quanti, veramente, hanno il coraggio di amare davvero, anche solo per un giorno, anche solo per un’ora. Ragazzi, per amare ci vogliono davvero le palle, non c’è altro da dire…

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Giorno 3

18190793_10155197100159763_2095711983_nSe tutto questo (il mio scrivere un libro e raccontarne in un blog i progressi) invece che un tratto della mia vita fosse un film probabilmente questi post racconterebbero le avventure di una ragazza in una località turistica che, dopo aver fatto un po’ di fatica ad ambientarsi, viene travolta da un grande amore che in qualche modo si rispecchierebbe nelle pagine del libro che sta scrivendo.

Purtroppo per voi… io me ne sto barricata in casa per la maggior parte del tempo (e comunque sia non siamo ancora in stagione quindi il paese è pressochè deserto!) e al massimo vado a farmi una passeggiata in spiaggia (dove l’unica altra presenza è quella del fantasma della broncopolmonite visto il vento che tira…) Quindi, niente amori nè avventure travolgenti per me. Ma tanto, tanto tempo con i miei personaggi. Già, perchè per me sono incredibilmente reali, ci faccio delle grandi chiacchierate e loro vengono a trovarmi ogni volta che gli gira. Il bello di questa storia è che il mio protagonista è un sassofonista. Il che significa che, invece di essere “perseguitata” da gangster, tipi strani, folli con il cappello, ballerine, travestiti, nerd e quant’altro (tutti personaggi di soggetti o sceneggiature che ho scritto in passato) questa volta mi godo un sacco di buona musica e infinite serenate a ogni ora del giorno e della notte. 

Ed ammetto che tutto questo è estremamente rilassante ed eccitante al tempo stesso. Primo perchè è dannatamente bravo con il sax e poi mi fa conoscere dei brani che mi mandano completamente via di testa per quanto sono intensi. E forse un po’ fuori lo sono pure ma che ci posso fare se alla mia età ancora ho degli amici immaginari che sono la fine del mondo? 

Comunque sia, è affascinante tutto questo. Eccitante vedere quanta passione c’è ancora in lui, quanta energia nonostante l’età (piccolo spoiler: il protagonista non è proprio un ragazzetto, ecco…) E tutto questo non può non farmi pensare al valore della musica nella vita. Viviamo costantemente a ritmo. Anche solo del nostro cuore. Citando Dirty Dancing: “Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum…” Siamo in perenne connessione con questo battito che per noi è assolutamente tutto, è imprescindibile, fondamentale. E che poi è lo stesso battito dei tamburi tribali, lo stesso ritmo di infinite cerimonie indigene. Poi ci abbiamo messo sopra le note, altri strumenti, voci… Ma alla base c’è quel respiro che sembra arrivare dalla Terra e che ci porta avanti, ancora e ancora. Ci porta a raggiungere l’estasi così come ci accompagna al lavoro mentre in auto ascoltiamo la radio.

Sì, credo che la musica accompagni le nostre vite e in qualche modo molte canzoni sono messaggi che dobbiamo solo decifrare. Non so se a voi è mai capitato ma io ho fatto questa prova una volta: premesso che se vado a fare una passeggiata indosso inesorabilmente gli auricolari, una volta ho selezionato un gruppo di canzoni (tutte della band di un mio carissimo amico) e ogni volta che uscivo avviavo in modo casuale. Puntualmente, giorno dopo giorno, la prima canzone che mi trovavo ad ascoltare aveva un messaggio speciale tutto per me. Certo, bisogna fare attenzione al testo e accettare anche quell’idea che proprio non ci piace, ma ogni giorno si trattava, in qualche modo, del messaggio giusto, di quello che avevo bisogno di sentirmi dire o semplicemente di ricordare. Affascinante nella sua semplicità, no?

Beh, nulla… volevo solo dirvi che al momento la mia vita è ricca di fantastiche melodie e spero sia lo stesso per voi!

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 2

2Per la serie: i miei segreti da scrittrice…

Stamattina stavo impazzendo alla ricerca di una soluzione. Conosco quasi alla perfezione i miei protagonisti, sono come vecchi amici ormai… Però vedevo uno di loro “scomodo”. La sensazione era che io gli avessi affibbiato un lavoro che non lo rispecchiava, non in pieno almeno. Non gli calzava come un guanto, non gli permetteva di essere totalmente se stesso. La cosa più ovvia da fare, finchè sono ancora all’inizio, era dargliene uno che lui potesse apprezzare. Ma quale? Ho passato un bel po’ di tempo a chiedermi cosa potesse fare nella vita e come questa scelta professionale l’avesse portato al punto in cui lo incontriamo per la prima volta nella storia. Niente, andavo a sbattere sempre nella stessa professione, quella non totalmente adatta a lui. Pensa e ripensa mi sono improvvisamente resa conto che stavo percorrendo la strada più difficile mentre bastava fare la cosa più ovvia di tutte: chiedere direttamente a lui quale fosse il suo lavoro. Detto fatto. In meno di un minuto la risposta era scritta a lettere cubitali nella mia testa: ghostwriter! A quel punto però un’altra domanda cercava risposta: “e perchè allora ti trovi dall’altra parte dell’oceano adesso?” Se è ancora valido il detto che è da maleducati rispondere a una domanda con un’altra domanda, allora devo dire che il mio personaggio rientra in questa categoria. Però il mio maleducato mi piace un casino perchè mi stimola. La sua non-risposta, infatti, è stata: “e perchè tu fai quello che fai?”

Io… io cerco risposte a domande che neppure conosco, cerco di capire chi sono veramente, nel profondo più profondo di me.

Ecco, scrivere è proprio questo, secondo me. Entrare in contatto con tutti i tuoi personaggi, le mille e più sfumature di te stessa. Narrare la loro storia per conoscerti più a fondo, per imparare ad accettarti, a rispettarti. E perchè no, per scoprire quanto immensi possiamo essere. No. Non credo che scrivere sia una qualche forma di terapia. Credo piuttosto che scrivere sia un continuo scavo che permette di capire meglio noi e gli altri, che in un certo senso ti fa anche apprendere lezioni che sarebbero molto più pesanti da apprendere vivendo quelle stesse situazioni.

Fatto sta che è affascinante questa domanda: “perchè?”. Perchè fai quello che fai? Perchè sei quello che sei? Cosa ti ha spinto a compiere quelle scelte, in base a cosa hai scelto proprio questo sentiero al bivio? Le risposte sono infinite, variano per ognuno di noi. Ma ogni “perchè” ci porta più vicini alla meta, qualsiasi essa sia. Ogni perchè ci fa essere un po’ più noi stessi o ci porta ad essere un po’ più lontani da noi stessi. Credo che andrebbero scelti i primi, se la fretta di raggiungere il nostro obiettivo è tanta. Ma non penso che i secondi siano poi così terribili: cosa c’è di spaventoso nell’assomigliarsi un po’ meno? Magari questo ci aiuta a scoprire che in realtà non ci siamo mai realmente rispecchiati ma ci siamo limitati a indossare i perchè altrui: quelli della famiglia, quelli della società, quelli di qualche persona importante per noi.

Scegli i tuoi perchè con cura o lasciati guidare dall’istinto e buttati in quello che più ti attira… Non importa come ti comporterai, se sei tu a scegliere, sarai comunque sempre fedele a te stesso!