Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 1

30705200_10156199851344763_1016860720240787456_nE finalmente il gran giorno. Quello in cui la mattina arriva il tempo di appena un rapido sogno che abbandoni all’alba là, su quel cuscino stropicciato dai tanti pensieri, dalle tante attese, dalla tanta emozione.

Il gran giorno è arrivato e rapidamente è volato via, scorrendo via rapido come le parole che si compongono sullo schermo. Non ho riletto ancora. Non lo faccio mai a caldo. Ma sorrido. Sorrido per tutti i personaggi che si sono accavallati, che si sono fregati il posto accanto a me per dire la loro, per bisbigliare qualcosa che gli altri non sentissero, per leggere le scritte che apparivano da sopra la mia spalla.

Insomma, una bella, allegra baraonda.

Del resto che altro potevo aspettarmi con due progetti da portare avanti? Però sapete che c’è? Che è ancora più produttivo il processo. Voglio dire, di solito i personaggi interagiscono direttamente con me, mi raccontano chi sono, cosa fanno, quali sono le loro emozioni. Appunto. “Loro parlano”. A me. Che devo scrivere la loro storia. Invece ora ci sono tutti questi personaggi che arrivano da due storie diverse, che non si conoscono, che si stupiscono di ritrovarsi nella stessa stanza… e iniziano ad interagire tra di loro e io non sono più solo quella che gli ascolta. Posso osservarli, studiarli da lontano, mentre sono distratti da altro. L’avessi saputo prima, avrei sempre scritto due storie contemporaneamente!

Uno di loro, però (strano eh, l’unico bimbo presente in mezzo a tanti adulti di diverse età) ha iniziato a farmi domande mettendo in evidenza la mia totale mancanza di metodo. Il tutto è partito dal fatto che ha notato che da un lato del computer c’era una pila assurda di libri, appunti, ritagli vari, dall’altra, qualche post-it sparso con frasi che neanche il più esperto di rebus riuscirebbe a decifrare. In effetti per la sceneggiatura ho studiato vagonate di libri, visto film su film, ascoltato musiche, preso appunti, preparato schemi, insomma, tutto l’armamentario della fase “pre”… per il manoscritto… e niente, se questa giovane donna mi deve raccontare la sua storia io l’ascolto e stop. Per il film è diverso. Sì, certo, ho già fatto amicizia (beh, più o meno amicizia direi… forse è più giusto “conoscenza”) con tutti i personaggi e a mano a mano ognuno dice la sua, ma avevo bisogno di conoscere meglio il loro universo per capirli appieno.

E io quando scrivo sono sempre così. A volte ricerche dettagliatissime, a volte un’infarinatura, a volte studio di immagini o ascolto infinito di determinate musiche, altre visioni di film e letture per entrare nel giusto mood… insomma… ogni storia è a sè, ha la sua vita. Decisamente, è un essere vivente. E in quanto tale non può mai essere identica ad un’altra. Partendo da questa premessa, trovo che avere sempre lo stesso approccio sia più un limite che altro. Se mai mi chiedessero di scrivere un manuale sulla sceneggiatura (chiariamo, io sono una signorina nessuno, non corro certo un simile rischio) credo che non potrei perchè tutto quello che mi verrebbe da dire sarebbe: creati la tua strada. Sì, indubbiamente, le regole vanno conosciute. Devi impararle a memoria e ripeterle ripeterle ripeterle fino alla nausea. E devi anche metterle in pratica finchè non fanno parte di te, fino a quando non ti servono più, fino a quando non occupano inutilmente spazio nella tua memoria e tu le archivi. Sai che ci sono, tanto ti basta.

Oh, certo. E’ la strada meno pratica, ci potete scommettere. Prendiamo solo la mia protagonista. Lei le regole della società non ama proprio seguirle, preferisce di gran lunga fare di testa sua. Poi però capita che proprio perchè vive in un contesto sociale che si adegua alle regole si becca delle mazzate assurde, ed è proprio per questo che la troviamo là, “spiaggiata” in una situazione che non ha scelto lei nè cercato. Ma è anche lo stesso punto da cui partirà per un viaggio all’interno di sè che la porterà ad essere la donna migliore che possa diventare.

Insomma… fa male, tanto… ma alla fin fine, a mio avviso, ne vale la pena…

PS: il donut… niente simbolismi vari nè sensi nascosti, solo che un nuovo inizio va sempre festeggiato e poi… qui ce lo meritavamo! 😀

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Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 4

18155704_10155200001874763_478296845_nPer amare bisogna essere liberi. Per amare ci vuole coraggio.

Ok, non sto dicendo che è legale innamorarsi di qualcuno solo se si è single. Voglio dire che aiuterebbe molto se tutti noi riuscissimo a liberare la testa dai condizionamenti che abbiamo ricevuto nel corso della vita. Vedo in giro tantissimi post sul tema “i bambini ci guardano”, “sii un buon esempio per i tuoi figli” etc etc. Così, a ragione, ci preoccupiamo di come cresceranno le generazioni di domani, ma come siamo cresciuti noi? Che esempi abbiamo avuto? Ci hanno insegnato che “amore” sono mamma e papà che ancora si vogliono bene. Che “amore” è sacrificarsi per la famiglia. Che “amore” è rispetto e perdono e fiducia e… Che “amore” può essere declinato in “amicizia” e che lo si può provare per il proprio animale domestico tanto quanto per un lavoro, un luogo, un’opera d’arte (di qualsiasi genere essa sia), un paio di scarpe, un ricordo, piuttosto che l’intera umanità o addirittura l’intero creato (che qui, secondo me, siamo comunque ai limiti della santità…) E ci hanno detto che lo si manifesta dedicandosi all’altro, andandogli incontro, concedendogli libertà, essendo sinceri, magari prendendosi cura della casa e dei figli o “procurando il pane”, sostenendosi a vicenda (anche nelle faccende domestiche e nell’educazione della prole in epoca più recente) e via dicendo.

Così ci hanno detto. Così ci hanno insegnato.

Appunto.

Non dico che sia un’idea d’amore sbagliata. Mi chiedo dove risiede la felicità in tutto questo. Mi chiedo dove si trovano i concetti più ludici in tutto questo. Mi chiedo dove siano le risposte fisiologiche in tutto questo…

Il punto, a mio avviso, è che ognuno è libero di amare in modo diverso, secondo la sua natura, secondo il suo modo di essere. Possono esistere persone che si amano alla follia ma decidono di non sposarsi, di non creare una famiglia, addirittura di non vivere assieme. Così come possono esserci coppie che vivono in perfetta simbiosi. Amare può essere un’infinità di cosa e si può dimostrare amore in un’infinità di modi. C’è chi lo fa programmando un futuro comune, chi senza mai trovare le parole per esprimerlo, chi nell’ombra, chi alla luce del sole. C’è chi urla quello che prova e chi lo dimostra prendendoti al volo ancora prima che tu possa cadere. Dicono che chi ti vuole bene non ti abbandona prima che tu ti sia rialzato. Credo che si possa anche voler bene spostando il ramo che sta per farti inciampare. Certo, forse non avrai imparato a guardare dove metti i piedi ma tanto la vita ha fantasia da vendere e se non l’hai fatto quella volta allora troverà il modo per farti imbattere in un gradino che non vedrai o in un marciapiede rovinato. E poi penso anche che amore sia ridere assieme, buttarsi a capofitto in nuove avventure (assieme o singolarmente, tanto se ci sia ama davvero poi si condivideranno le esperienze vissute), fare piccole pazzie da ricordare tra 10-20-50 anni, prendersi in giro a vicenda e giocare. Amare è essere felici assieme ed essere felici anche da soli. E volere, sperare che l’altro sia felice.

Ma questo non ce lo dicono. Per qualche buffa ragione “amore” dev’essere tuffo al cuore (sensazione fisica terribile, per quanto mi riguarda…) e fastidiose farfalle nello stomaco. E poi… beh, una specie di lavoro a tempo pieno. Perchè l’amore va innaffiato e concimato e potato e tenuto sotto controllo (specie se vivi in un appartamento con le pareti particolarmente sottili…). Amen!

Beh… dovremmo trovare la forma d’amore che è più giusta per noi, al diavolo quello che ci hanno insegnato. Del resto fino a pochi anni fa “famiglia” erano solo mamma e papà e figli, possibilmente tutti con la pelle dello stesso colore. Poi sono arrivate le coppie miste, poi le famiglie allargate, poi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E va bene così, è perfetto così. Proprio perchè amore è liberta ed essere se stessi.

E qui entra in gioco il coraggio: ci vuole un coraggio assurdo per essere se stessi, per manifestarsi. E’ più facile fidarsi di quello che ci è stato insegnato piuttosto che metterlo in discussione o trovare strade alternative. (Basta vedere i grandi rivoluzionari, in tutti i campi, del passato… o anche solo il dr. Gava al giorno d’oggi…) E ci vuole coraggio anche ad essere fedeli a se stessi quando sarebbe più facile farsi accettare dall’altro se ci omologassimo.

Però… quanto fa sentire vivi riuscirci!

(Sì, come avrete già capito… oggi ho “incontrato” Betsie, il mio personaggio che meglio rappresenta la libertà e la gioia di amare. Sì, ha preso delle batoste infernali dalla vita ma non si è piegata, non ha ceduto, ha ascoltato se stessa e non gli altri. E io l’adoro così, con la sua vita difficile ma non sprecata!)

Ah, quasi dimenticavo: e comunque sia… il vero coraggio, quello con la C maiuscola, sta proprio nell’amare, in quel lasciarsi andare, in quel mettere a tacere completamente il cervello e ignorare quella fitta al fianco che ti indica la paura di farti un male cane. Mi domando quanti, veramente, hanno il coraggio di amare davvero, anche solo per un giorno, anche solo per un’ora. Ragazzi, per amare ci vogliono davvero le palle, non c’è altro da dire…