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Spiaggiarsi

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Quasi ci siamo… dalla settimana prossima s’inizia a mettere tutto su carta… o su schermo, come preferite. Nel frattempo prendo del tempo per familiarizzare ancora con i personaggi e, soprattutto, centrarmi in me stessa. Ho imparato da anni che essere pienamente presente a me stessa mi fa percepire in modo diverso quello che vedo, mi aiuta a dare un senso a tante cose che passerebbero altrimenti inosservate e a cogliere il messaggio. Oggi, per esempio, pensavo a quella, forte e al contempo debole, giovane donna che sarà la mia protagonista. (Hey, un anno fa avevo Chase, ora lasciatemi un personaggio femminile, mica posso sempre scrivere storie maschili!) Camminavo lungo la riva, mai lasciarsi scappare un pomeriggio d’aprile senza vento al mare, quando mi sono imbattuta in un tronco. Spiaggiato. Spiaggiato come lei. Lei che è un po’ una novella Dante alle prese con la sua personale “selva oscura”. No, niente altri mondi, piedi saldamente ancorati alla realtà e al momento contingente in questa storia. Ma l’inferno ce lo portiamo tutti dentro e il paradiso è ad un passo da noi, se solo decidiamo prima di scendere nello sprofondo…

Fatto sta che io l’ho incontrata in una situazione simile: portata in un luogo dagli eventi, come un tronco trascinato dalle acque. Ormai pregna di tutte le sensazioni e di tutti i sentimenti provati fino ad allora. Aveva due possibilità: restare ferma, immobile, continuando ad aspettare che fossero gli altri, che fosse la vita a decidere per lei. Oppure poteva alzarsi, scrollarsi la sabbia di dosso e iniziare a muoversi sulle proprie gambe, fare le sue scelte. Ora, visto che non credo che 200 pagine di seghe mentali di una donna travolta dagli eventi possano essere così avvincenti (o almeno, io non sono abbastanza brava per renderle tali), posso ritenermi fortunata per il fatto che abbia preso la decisione numero due. In poche parole, senza tanti francesismi, ha alzato il culo.

E io già la amo alla follia per questo. Vedo già troppe persone che sono totalmente spiaggiate e neanche se ne rendono conto perchè hey, tanto uno si può sempre sfogare via Facebook per sentirsi parte della società! Non lo so voi, ma a quanto pare io sono l’unico essere imperfetto in mezzo a tutti i miei contatti. Gli altri sono bravi, belli, intelligenti, la sanno più lunga, conoscono ogni tipo di argomento (altrimenti non si spiega come possano esprimere opinioni talmente categoriche su assolutamente tutto…) e, al tempo stesso, sono maestri di vita irreprensibili… L’unico passaggio che mi sfugge è come mai tutti quelli che parafrasano il detto dei nativi, il famoso “prima di giudicare cammina un miglio nelle mie scarpe” non si sono mai degnati di camminare per lo stesso famoso miglio indossando le scarpe altrui… Ah, questo fantastico passatempo tutto social di lanciare la prima pietra…

Ritornando a noi, o meglio, a lei… ecco, lei è una che se ne rende conto. Deve prima ricevere una mazzata bestiale però, tant’è, la cosa funziona. Non aspetta più che siano le onde ad andarla a prendere per portarla su un’altra spiaggia ancora più triste e spoglia, decide di mettersi lei in viaggio, alla ricerca del luogo che sia congeniale alla nuova donna forte e determinata che è destinata a diventare…

Non mi resta che augurarle uno splendido viaggio, per quanto sarà difficile e doloroso in alcuni momenti. E di auto augurarmi uno splendido viaggio in sua compagnia… già lo so, i nostri compagni di viaggio già ci attendono, tante chiacchiere verranno scambiate, tanti ostacoli verranno rimossi… e alla fine usciremo “a riveder le stelle”.

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La pescatrice di storie

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Non mi è mai piaciuta la pesca. Sì, ok, non mi piace il principio di questa “caccia” alla preda, che sia sulla terra o in acqua, ma ancor prima di buttarla sulla morale è proprio un punto di vista psicologico il mio. Da sempre ho un grande problema con la pazienza, con l’attesa. Immaginarmi ore e ore seduta davanti ad uno specchio d’acqua sperando che prima o poi qualcosa abbocchi quando tutto quello che posso fare è sventolare un’esca davanti, si spera, a qualche occhietto affamato…

No, grazie, non fa per me. Io vado via di testa anche solo se ho una persona davanti a me alla cassa del supermercato (che poi a mia discolpa va detto che quasi sempre quell’unica ha il carrello strapieno e il desiderio di svuotare il portafoglio dalle monetine…)

Eppure…

Eppure oggi stavo facendo due passi in spiaggia per sgranchirmi la testa e mi sono imbattuta in un anziano che invece di farsi rapire lo sguardo da quel lento ondeggiare dell’acqua aspettava speranzoso che ad ondeggiare fosse la punta della sua canna. E ho capito. Capito che non è poi diverso da me. Capito che, anzi, è proprio uguale a me. Quello che ci distingue è che lui aspetta l’arrivo dei pesci, io delle storie.

Però sono come lui: me ne resto appollaiata sul bordo dell’immenso in attesa di una storia da narrare, di personaggi che abbiano bisogno di una voce. La mia penna è la mia canna. Non ho mosche, vermicelli nè esche varie, eppure sono come quel pescatore: faccio la mia offerta in cambio di questa grande possibilità di essere un tramite tra la dimensione delle idee e il mondo. Niente esca, ma il mio tempo, la mia dedizione, il mio tentativo di comprensione e, per un periodo di tempo, tutta me stessa. E come il pescatore attendo. Non sono io ad andare in cerca della “preda”, resto sulla riva, sarà lei stessa, la mia storia, a venire da me, allettata dal fatto di poter tenermi in sua balìa per tutto il tempo necessario.

E’ affascinante tutto questo. Accattivante la capacità della realtà di mostrarci davvero a noi stessi. Se anche un anziano pescatore sconosciuto ha così tanto in comune con me, chissà quanti punti in comune ho con tutte le altre persone che incontro ogni giorno per strada… Magico, no? Voglio dire, rispecchiarci negli altri, anche in quelli che di solito giudichiamo senza renderci conto di puntare il dito contro aspetti di noi stessi.

Comunque, riflessioni universali a parte, io continuo a non amare le attese e sono più che entusiasta che una nuova storia mi abbia fatta cadere nella sua rete, assieme a perle, conchiglie, qualche bastoncino rigonfio d’acqua e chissà, magari anche ad una sirena.

 

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Giorno 10

18302337_10155217527379763_1741035543_nNon credo che il mare sia meglio della montagna. Non credo neanche sia vero l’opposto. Credo che, semplicemente, ognuno di noi sia portato a sentirsi più a suo agio in presenza dell’uno o in contemplazione dell’altra.

Per quel che mi riguarda, il mare è la dimensione a cui sento di appartenere, quel luogo che, ovunque esso sia, mi sento di chiamare “casa”.

Personalmente, ma è un’idea tutta mia, trovo che il mare abbia più a che fare con le emozioni mentre la montagna, con le sue vette frastagliate, sia più collegata alla vita e alle sue sfide. Sono due modi diversi di affrontare la quotidianità. C’è chi è più predisposto a scandagliare le emozioni e chi lo è più per il fare, l’agire. Non significa che gli amanti del mare si limitano a sedersi e riflettere, anche se in effetti probabilmente sono bravi in questo e trovano vitali per loro simili pause. Una sfida è pur sempre una sfida e per quel che mi riguarda amo raccogliere quelle più ostiche. Non per nulla la mia metafora preferita mentre avanzo in questa esistenza è la marcia verso la vetta. Da anni mi sento come se stessi camminando in salita, chiedendomi quanto dista la cima, curiosa di ammirare il panorama da lassù ma al tempo stesso concedendomi di godere della bellezza del percorso che scopro giorno per giorno.

Ma quello che mi affascina realmente sono gli abissi, le profondità, il mistero che ti avvolge quando arrivi dove il sole non riesce più ad illuminare la tua prossima spinta in avanti. Sono quelle emozioni a cui mi piace dare un nome e percepire sulla pelle, è la voglia di vedere quello che generalmente è nascosto allo sguardo umano.

 A volte mi chiedo anche quanto possa essere “sano” questo mio approccio. Se il sole rappresenta la realtà per come tutti la possono toccare, inabissarsi in quel mondo spesso oscuro chiamato inconscio come può portarmi a vivere la vita? Se la realtà la vedo filtrata dall’acqua emozionale, quanto posso realmente capirla? Come posso capire davvero gli altri se la mia maschera crea un filtro tra me e loro?

Del resto, se salgo sulla vetta più alta e mi godo il calore del sole cocente sulla faccia, se osservo tutte quelle cime, imbiancate o verdi che siano, che mi circondano, come faccio a capire cosa sto provando in quel momento se tutto quello che sperimento è in qualche modo tangibile e razionale?

Credo che mi sentirò una persona completa quando mi troverò a vivere su una spiaggia che ha alle spalle delle imponenti montagne. Le potrò così osservare anche attraverso l’acqua o potrò trovare riparo tra le sue rocce osservando il mare.

No, non credo ci possano essere reali detrattori del mare o della montagna, qualcuno che, tassativamente, rifiuta l’uno o l’altra. Possiamo avere delle preferenze, sentirci più o meno a nostro agio, ma “odiare”… beh, è una parola grossa. E’ un respingere in modo assoluto una parte di noi stessi, che sia quella emotiva o quella fisica. E’ il totale rifiuto per analizzarci dentro o agire fuori. E del resto, se ci pensiamo, il mare è un’esperienza che spesso si fa da soli. Sì, certo, ci si va in compagnia e non potremmo mai governare una nave in solitudine, ma quando nuoti, quando t’immergi, sei a contatto con te stesso. D’altro canto, puoi sicuramente fare un’escursione in montagna da solo ma quando davvero ti ci addentri, quando vuoi raggiungere quei picchi più alti, allora c’è bisogno di qualche compagno di avventure, altri scalatori con cui mettersi in cordata. E del resto le nostre esperienze quotidiane sono queste: riflettiamo da soli ma poi, quando si tratta di agire, si tratta d’incontrare altre persone, di lavorare magari in team o anche solo fare affidamento su un barista che ti prepari un caffè.

Forse anche i miei personaggi sono, in questo momento, in cammino. Come me. C’è chi è più pratico e sta scendendo dalle sue vette (o ancora sta dando le ultime indicazioni ad Heidi su come prendersi cura delle caprette) per andare a vedere per la prima volta il mare e chi, al contrario sta nuotando verso riva. In ogni caso, è un bel viaggio e vale la pena di compierlo, anche solo per provare poi la nostalgia del punto di partenza.

Per quel che mi riguarda, continuo ad avanzare ricercando quella spiaggia e per strada incontro nuovi, interessanti compagni di viaggio. Alcuni si aggregano, altri tornano sui loro passi, altri ancora prendono una deviazione perchè chi mai l’ha detto che anche una vallata con un lago che rispecchia le montagne non sia un buon posto dove vivere?

Buon viaggio, viandanti.