Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 16

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Ok, post al volo questa sera perchè il mio ghostwriter oggi mi ha minacciata: se non gli promettevo che stasera si guardava la partita senza interferenze non mi avrebbe svelato come proseguiva la storia… (non una gran minaccia: chi se lo perdeva il ritorno contro il Monaco???)

Comunque questo mi ha fatto riflettere su un paio di cose. Punto 1: ho un protagonista che è anche un classico italiano con la fissa del pallone… Strano però, non riesco a vedermelo sugli spalti armato di bandiera e sciarpa… Fortuna che per la durata della storia non ci sono partite da seguire! Punto 2: i personaggi hanno mille e più sfacettature delle quali spesso tendiamo a dimenticarci, che rimuoviamo, finendo così per creare più bozzetti che figure a tuttotondo. Alla fine anche loro sono come noi: hanno le loro passioni, i loro vezzi, i loro vizi… E spesso dicono molto di più di un’infinità di pensieri che invadono una pagina. Ammetto che mi ero lasciata prendere la mano dai “pensieri”. Wow! Che goduria! Dopo aver scritto diverse sceneggiature è così rilassante non trovare piccoli gesti, inquadrature particolari, oggetti che entrano in campo, cambi di espressione e di intonazione e quant’altro per palesare in 2 secondi secchi un intero universo interiore. Ora però mi rendo conto di quanto siano in realtà importanti quei piccoli elementi anche quando si scrive un romanzo. E mi rendo conto che spesso vengono saltati a piè pari. Sto ripensando ai libri che ho letto nell’ultimo periodo e mi rendo conto quanto gli scrittori sottovalutino questo tipo di sintesi che pure colpisce più di mille parole (se ben fatta, chiaro!) Un semplice gesto che ti rivela un aspetto importante della psicologia di qualcuno. Che ne so, un anziano che continua a succhiare caramelle mi fa immediatamente pensare al fatto che non si sia mai concesso di crescere del tutto, che ha nostalgia degli anni dorati dell’infanzia e che probabilmente reagirà alle situazioni di stress in modo un po’ infantile anche se celato dalla voce rauca e il corpo massiccio. Un ragazzo che non si muove senza aver infilato gli auricolari mi parlerà invece di quel bisogno di rumore per non ascoltare tutte le sue stesse seghe mentali. E così via…

Mi sa che quando farò la prima revisione avrò un bell’impegno per trovare il giusto equilibrio ma ora che ho finalmente ritrovato la mia propensione probabilmente nelle prossime pagine già ci metterò più attenzione.

E’ anche per questo, credo, che chi scrive dovrebbe passare tanto tempo fuori, per strada, nei locali, nei luoghi pubblici, sui mezzi, al supermercato ect ect ect. L’osservazione della gente è un passaggio fondamentale. Quanti di noi colgono al volo i particolari? Quanti salendo su un autobus potrebbero dire a colpo quasi sicuro quale degli studenti presenti è preoccupato per un’interrogazione e chi invece sa di essere preparato? Quell’uomo in fondo è sereno? E se non lo è, quale campo della vita causa le sue preoccupazioni? La donna seduta accanto a noi ha i sensi di colpa nei confronti dei figli perchè il lavoro le porta via troppo tempo o nei confronti di se stessa perchè si è messa al secondo posto, togliendo energie preziose al lavoro per stare più dietro ai figli, atteggiamento che l’ha portata a non seguire più i suoi sogni? E le persone che più pensiamo vicine, quanto le conosciamo realmente? Sappiamo capire a prima vista come stanno?

Certo, scrivere per il cinema implica scrivere per qualcuno che trasformerà in immagine le tue parole: più dai indicazioni più sai che sul set i presenti si sbatteranno per rendere la storia quella che tu hai in testa. Ma anche il lettore si crea delle immagini in testa, quindi perchè non cercare di aiutarlo il più possibile a conoscere quei personaggi con cui, si spera, creerà un rapporto privilegiato prima di arrivare all’ultima pagina?

Sempre più mi convinco che una storia dev’essere un frammento di vita di diverse persone che, in quel periodo, accettano di essere osservate da chi scrive. Ma non fingono, non si irrigidiscono, continuano a vivere come hanno sempre fatto e come continueranno a fare anche quando noi smetteremo di curiosare nelle loro esistenze neanche fossimo le telecamere di un reality…

Ok, il ghostwriter reclama che io mantenga fede alla mia promessa! 😉

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Giorno 11

18280895_10155221684594763_513748336_nIncontriamoci… con qualcuno che fino ad oggi non sapevamo esistesse, con qualcuno di cui conosciamo l’esistenza ma ignoriamo il nome, con qualcuno di cui conosciamo il nome ma che non abbiamo idea di cos’abbia fatto negli ultimi quindici anni, con qualcuno di cui sappiamo assolutamente tutto ma che ancora non ci basta…

Mi piacciono gli incontri, quelli nuovi così come i revival. Ma mi piacciono gli incontri veri, quelli autentici, quelli che per quanto possibile ti portano a metterti a nudo e a veder cadere le maschere dell’altro. Quelli, in poche parole, che se davvero abbiamo la più fortunata delle vite possibili si possono contare sulle dita di una mano. Perchè tanto non ce ne accorgiamo neanche noi delle maschere che portiamo, delle bugie che ci raccontiamo, delle paure che reprimiamo.

L’incontro, quello con la I maiuscola, è una delle armi più potenti che abbiamo per conoscere davvero noi stessi. E’ quando vedi una che se la tira e ti sta antipatica a pelle perchè… perchè se sei onesta devi ammettere che tu non ce l’hai quella autoconsapevolezza che lei dimostra, non hai quella stima di te stessa, non hai neanche il coraggio di deludere/dire no ad un’altra persona. Ok, non avrai neanche l’ego che ti fa sentire 10 gradini sopra il resto del mondo ma non hai neanche un ego sano che ti permetta di vedere chi sei realmente, il tuo ti porta a posizionarti 15 gradini sotto la media. A pelle non la sopporti perchè, sotto sotto, al riparo della tua bella maschera di umiltà, vorresti avere la stessa faccia tosta. Quindi ok, passerà anche per la stronza di turno ma tu non vuoi ammettere con te stessa che in fin dei conti ambiresti a quel titolo fosse solo per un giorno…

Ma l’incontro, sempre quello con la I maiuscola, è anche quello che ti mostra delle doti che non riconosci in te, che non vuoi vedere perchè avere delle doti significa anche sbattersi per usarle e fare i conti con standard di gran lunga al di fuori della tua zona comfort. Allora scatta l’ammirazione, il “quanto sarebbe bello se io fossi”… intelligente, caparbia, coraggiosa, generosa, altruista e tutto il pacchetto completo degli optional extralusso di un’anima, come l’oggetto della tua adorazione.

In poche parole, un incontro ci mette in comunicazione con noi stessi… se solo abbiamo la forza di scandagliarci dentro.

Per questo gli incontri più improbabili sono i migliori. Sì, certo, potevo facilitarmi la vita e prendere dei protagonisti più o meno della stessa età e far scoccare amicizie e amori come se piovesse, wow! che abbondanza di buoni sentimenti! Simili che incontrano simili, vivono straordinarie esperienze che magari li segnano a vita, tornano al punto di partenza e vedono il mondo con occhi diversi… Eccolo, il Viaggio dell’Eroe è salvo! E tutti i miei personaggi sono a loro agio, si godono quel bel bozzolo del “conosciamo l’altro”. Ehhh… un po’ stronza lo sono, non c’è che dire… Per me meglio metterli in condizioni scomode, quelle che ti portano a non accorgerti che si è aperta una botola e che la caduta ti lascerà qualche livido. Ma so anche che questo li porterà a cambiare sul serio, a cambiare in profondità. A fare i conti dentro di loro e tra di loro e con i loro demoni.

Brindo agli incontri, ai loro, ai vostri, ai miei. E agli scheletri nell’armadio, che di solito hanno interessantissime storie da raccontare! 😉

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Giorno 4

18155704_10155200001874763_478296845_nPer amare bisogna essere liberi. Per amare ci vuole coraggio.

Ok, non sto dicendo che è legale innamorarsi di qualcuno solo se si è single. Voglio dire che aiuterebbe molto se tutti noi riuscissimo a liberare la testa dai condizionamenti che abbiamo ricevuto nel corso della vita. Vedo in giro tantissimi post sul tema “i bambini ci guardano”, “sii un buon esempio per i tuoi figli” etc etc. Così, a ragione, ci preoccupiamo di come cresceranno le generazioni di domani, ma come siamo cresciuti noi? Che esempi abbiamo avuto? Ci hanno insegnato che “amore” sono mamma e papà che ancora si vogliono bene. Che “amore” è sacrificarsi per la famiglia. Che “amore” è rispetto e perdono e fiducia e… Che “amore” può essere declinato in “amicizia” e che lo si può provare per il proprio animale domestico tanto quanto per un lavoro, un luogo, un’opera d’arte (di qualsiasi genere essa sia), un paio di scarpe, un ricordo, piuttosto che l’intera umanità o addirittura l’intero creato (che qui, secondo me, siamo comunque ai limiti della santità…) E ci hanno detto che lo si manifesta dedicandosi all’altro, andandogli incontro, concedendogli libertà, essendo sinceri, magari prendendosi cura della casa e dei figli o “procurando il pane”, sostenendosi a vicenda (anche nelle faccende domestiche e nell’educazione della prole in epoca più recente) e via dicendo.

Così ci hanno detto. Così ci hanno insegnato.

Appunto.

Non dico che sia un’idea d’amore sbagliata. Mi chiedo dove risiede la felicità in tutto questo. Mi chiedo dove si trovano i concetti più ludici in tutto questo. Mi chiedo dove siano le risposte fisiologiche in tutto questo…

Il punto, a mio avviso, è che ognuno è libero di amare in modo diverso, secondo la sua natura, secondo il suo modo di essere. Possono esistere persone che si amano alla follia ma decidono di non sposarsi, di non creare una famiglia, addirittura di non vivere assieme. Così come possono esserci coppie che vivono in perfetta simbiosi. Amare può essere un’infinità di cosa e si può dimostrare amore in un’infinità di modi. C’è chi lo fa programmando un futuro comune, chi senza mai trovare le parole per esprimerlo, chi nell’ombra, chi alla luce del sole. C’è chi urla quello che prova e chi lo dimostra prendendoti al volo ancora prima che tu possa cadere. Dicono che chi ti vuole bene non ti abbandona prima che tu ti sia rialzato. Credo che si possa anche voler bene spostando il ramo che sta per farti inciampare. Certo, forse non avrai imparato a guardare dove metti i piedi ma tanto la vita ha fantasia da vendere e se non l’hai fatto quella volta allora troverà il modo per farti imbattere in un gradino che non vedrai o in un marciapiede rovinato. E poi penso anche che amore sia ridere assieme, buttarsi a capofitto in nuove avventure (assieme o singolarmente, tanto se ci sia ama davvero poi si condivideranno le esperienze vissute), fare piccole pazzie da ricordare tra 10-20-50 anni, prendersi in giro a vicenda e giocare. Amare è essere felici assieme ed essere felici anche da soli. E volere, sperare che l’altro sia felice.

Ma questo non ce lo dicono. Per qualche buffa ragione “amore” dev’essere tuffo al cuore (sensazione fisica terribile, per quanto mi riguarda…) e fastidiose farfalle nello stomaco. E poi… beh, una specie di lavoro a tempo pieno. Perchè l’amore va innaffiato e concimato e potato e tenuto sotto controllo (specie se vivi in un appartamento con le pareti particolarmente sottili…). Amen!

Beh… dovremmo trovare la forma d’amore che è più giusta per noi, al diavolo quello che ci hanno insegnato. Del resto fino a pochi anni fa “famiglia” erano solo mamma e papà e figli, possibilmente tutti con la pelle dello stesso colore. Poi sono arrivate le coppie miste, poi le famiglie allargate, poi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E va bene così, è perfetto così. Proprio perchè amore è liberta ed essere se stessi.

E qui entra in gioco il coraggio: ci vuole un coraggio assurdo per essere se stessi, per manifestarsi. E’ più facile fidarsi di quello che ci è stato insegnato piuttosto che metterlo in discussione o trovare strade alternative. (Basta vedere i grandi rivoluzionari, in tutti i campi, del passato… o anche solo il dr. Gava al giorno d’oggi…) E ci vuole coraggio anche ad essere fedeli a se stessi quando sarebbe più facile farsi accettare dall’altro se ci omologassimo.

Però… quanto fa sentire vivi riuscirci!

(Sì, come avrete già capito… oggi ho “incontrato” Betsie, il mio personaggio che meglio rappresenta la libertà e la gioia di amare. Sì, ha preso delle batoste infernali dalla vita ma non si è piegata, non ha ceduto, ha ascoltato se stessa e non gli altri. E io l’adoro così, con la sua vita difficile ma non sprecata!)

Ah, quasi dimenticavo: e comunque sia… il vero coraggio, quello con la C maiuscola, sta proprio nell’amare, in quel lasciarsi andare, in quel mettere a tacere completamente il cervello e ignorare quella fitta al fianco che ti indica la paura di farti un male cane. Mi domando quanti, veramente, hanno il coraggio di amare davvero, anche solo per un giorno, anche solo per un’ora. Ragazzi, per amare ci vogliono davvero le palle, non c’è altro da dire…

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 1

18058104_10155191425034763_8065439627656136122_nE così ci siamo: il domani è oggi e come da programma mi sono passata un’interessante giornata in compagnia del mio computer. Il bello d’iniziare a scrivere quand’è il momento giusto (non prima, quando la storia non è pronta a sgorgare, non dopo, quando la stessa storia è ormai un fiore appassito) è che si evita il terribile blocco dello scrittore. Voglio dire: le scene le hai già in testa, il percorso dei tuoi personaggi pure. Certo, poi capiterà che ti spingano a scegliere per loro strade diverse ma intanto hanno un luogo, una situazione da cui partire. E tutto è più semplice. Le parole zampillano, passano dalla tua testa allo schermo. E’ facile, è divertente, è gioioso.

Fatto sta che oggi la scrittura è andata bene e così mi sono premiata con una lunga passeggiata (ok, anche con una pizza, ma è la passeggiata il punto su cui voglio focalizzarmi ora!). E cos’è il camminare in riva al mare o aggirarsi per un porto se non una forma di meditazione? E come fai a non imbatterti in coppie di ogni età senza pensare all’amore? E così, mentre incrociavo adolescenti, non più adolescenti, furono una volta adolescenti di tutti i tipi, chi tenendosi per mano, chi procedendo abbracciato, chi scambiando occhiate di una complicità data solo dal tempo, mi sono chiesta dov’è l’amore nel libro che sto scrivendo. E mi sono resa conto che è ovunque. Non perchè sia una storia romantica, tutt’altro. Ma perchè è una storia che parla di amore in tutte le sue forme, in tutte le sue sfumature. Non credo, ora come ora, che sarei in grado di scrivere di un amore travolgente, di quelli che a prima vista ti manda subito via di testa e che ti fa battere il cuore talmente forte da temere un imminente infarto. Di quelli che perdi fame, sonno, lucidità e forza di gravità. Non sarei in grado perchè non saprei di cosa sto parlando: dovrei creare un puzzle con ricordi di film visti e di libri letti e di emozioni percepite negli sguardi di altre persone. Però so cosa significa amare follemente qualcosa, e amare totalmente qualcuno ma non in modo romantico. E allora sì, la mia storia è carica d’amore, fuoriesce ovunque. Assieme al non-amore. All’amore non ricambiato. All’amore che ormai è stato disilluso e tradito e rinnegato. E all’amore per se stessi, che è la forma più pura e originale e più difficile da percepire. Ma è da dove tutto sgorga. E senza questa forma non ci può essere amore. Ed è anche l’unica forma riguardo alla quale non puoi mentire. Perchè è facile dire “amo”. E’ una bugia che puoi raccontare quotidianamente. Ma dire “mi amo”… quella è una bugia a cui non crederai se non è quello che realmente provi.

La musica ti salva la vita. Ma te la può anche fottere. Dipende da te, da quanto ti fai amare da lei.

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Pronta a spiegare le ali

17991781_10155188174299763_9166057669501077356_nCi siamo, domani è il gran giorno… Domani non ci sono altri futuri da attendere, altri pensieri da selezionare, altre idee da considerare. Domani è il giorno 1. Domani è il giorno in cui si spicca il volo, si salpa dal porto, s’inizia a correre allo sparo dello starter. Domani… che pensiero stupendo e terrificante allo stesso tempo. Domani… il giorno in cui tutto ha inizio…