Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Metti una notte al Circo Patuf

19105950_1241331985995499_6880920859267496264_nQueste sono le cose che mi piace vedere! Questi sono gli spettacoli che dimostrano che c’è chi sa alla perfezione quello che sta facendo. Questo è un “signor Show” al quale inviterei tutti i miei amici. “In Alto Mare”, questo il titolo della rappresentazione, è un incanto per gli occhi e per il cuore! E inizia ancora prima dell’inizio. Già, perchè tu arrivi quando il tendone è ancora chiuso ma già gli artisti t’intrattengono a suon di musica e i primi “buffi figuri” fanno la loro apparizione. Solo dopo che già hai rotto il ghiaccio e riso abbondantemente, pieno di curiosità, ti è concesso d’imbarcarti in quest’avventura.

Non è puramente Circo nè è puramente Teatro, è una perfetta commistione di arti sceniche come non ne vedevo da quando ero negli USA (e che mi sono mancate tanto, ma tanto, ma anche di più!) Del resto sono professionisti che (in buona parte) arrivano dall’Argentina e quel Paese, da almeno un paio di decenni, ha tanto da insegnarci per quel che riguarda il narrare storie (sì, l’ha fatto anche Julio Cortázar… ma ora sono molti di più: l’Oscar di qualche anno fa a El secreto de sus ojos di Campanella insegna)

Insomma: pollice alto in tutti i sensi! Perchè narrare l’emigrazione negli anni ’20 degli italiani diretti all’estero, in fuga da un passato doloroso o dalla fame o in cerca di un futuro luminoso e di qualcosa in cui credere e sperare, non è facile. Non lo è se vuoi farlo con delicatezza e al tempo stesso strappando un sorriso. Se poi fai ridere non solo i bambini ma anche gli adulti e, soprattutto, catalizzi l’attenzione di un gruppo di ragazzini delle medie… beh, sei un genio! (nessuno può mettere in discussione che fare il clown davanti a un pubblico di teen dev’essere il lavoro più difficile del mondo! io non saprei da dove partire per fare in modo che tengano gli occhi fissi su quello che scrivo!)

Insomma, il racconto è strutturato bene e vede un’intersecarsi di numeri comici con canzoni e danze aeree. L’insieme impedisce di staccare gli occhi da un palco che per quanto piccolo possa essere è in grado di ospitare gli stati d’animo di chi in passato si trovava a solcare l’Oceano, mentre la messa in scena è tanto semplice quanto significante.

E… e vorrei raccontarvi tutto, fin nei più piccoli dettagli ma non ho alcuna intenzione di rovinare la sorpresa a chi andrà a vedere lo spettacolo! 😉

Io vi metto anche il link, così sapete dove potete curiosare! Circo Patuf

Annunci
Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 45

18985133_10155327473279763_1068143171_n

L’alba… quale momento del giorno ha più promesse? Già, a volte mi danno dell’ingenua o dell’illusa ma in fondo, anche quando mi lamento, anche quando mi piango addosso, anche quando dico che va tutto storto… la verità è che sto bene con la mia base ottimistica/fiduciosa/speranzosa. Quindi questo 45° post non lo vedo come la fine di qualcosa, come l’arrivo di un percorso… è semplicemente tempo di bilanci, di un brindisi di “ce l’ho fatta” e di far spazio al nuovo. Non lo so che succederà domani. So solo che ormai è tempo di lasciar andare i miei personaggi, questi splendidi amici che mi hanno tenuto così tanta compagnia in queste settimane e mi hanno insegnato tanto e mi hanno obbligata a riflettere e mi hanno dato talmente tanta fiducia da permettermi di raccontare le loro storie.

Li lascio andare, con un sorriso un pochino triste perché mi ero abituata alla loro presenza rassicurante e divertente e illuminante. Forse torneranno a trovarmi un giorno (sì, dai, lo faranno: i veri amici non spariscono mai per sempre) ma per il momento anche loro hanno il diritto di essere liberi e riprendere in mano le loro vite. Sono cambiati anche loro con me, sono diversi rispetto a quando li ho incontrati la prima volta. E sono, a loro volta, pronti per una nuova alba. Perché quando scrivi una storia non è solo la tua vita quella che vedi modificarsi, è anche la loro. Alla fine tu ti limiti a mettere in pixel quello che loro ti mostrano. E magari a un lettore distratto sembra solo una concatenazione di eventi ma in realtà tu sei ben consapevole che quello che è accaduto li ha trasformati nel profondo. Non torneranno più ad essere gli ingenui, i meschini, i solitari, gli illusi (etc etc) che erano… Forse lo saranno ancora ma in modo diverso. I loro sguardi saranno cambiati. I loro pensieri suoneranno in modo nuovo.

Quindi eccoci qui. E’ l’ultimo giorno di questo mio progetto e questo significa che domani sarà una nuova alba che decreterà l’inizio di un nuovo percorso. Quale sarà? Non lo so ancora, del resto ero un po’ troppo impegnata con questo per permettermi distrazioni 😉

Qualcosa arriverà. Forse stanotte, forse tra una settimana… Al momento ho solo accenni di idee che spaziano in vari campi: ho voglia di fare un po’ di riprese, non mi dispiacerebbe un progetto fotografico, ho tante altre storie che aspettano solo di uscire da un cassetto… Insomma, non credo trascorrerò molto tempo ad annoiarmi.

Che ne sarà di questo blog? Beh, che vi posso dire, mi ci sono affezionata a questo diario virtuale quindi, magari con qualche giorno di break mentre riordino i pensieri, non ho intenzione di abbandonarlo qui. Chissà, magari mi verrà in mente un altro progetto che richiede 45 giorni, magari scoprirò che mi manca imprecare contro la mia stessa idea di scrivere/tentare di disegnare su delle tazze-lavagna con i gessetti (sarò incapace io ma non è per nulla facile, credetemi! giuro che nella mia testa i risultati erano molto diversi… però è stato divertente tornare per un po’ bambina, ai tempi in cui con i gessetti facevi disegni per strada) e continuerò ad utilizzarle…

In ogni caso beh, per me scrivere è ossigeno allo stato puro e ben venga ogni possibilità di farlo!

Ora… beh, credo che sia tempo per me di prender commiato con calma dai miei personaggi (e li metto tutti a dita incrociate: dopo questa maratona di 45 giorni non vogliamo mica che questa storia sia nota solo a noi!)

Ci si vede nella nuova alba 😉

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 44

18944845_10155324112499763_688580942_nOk, bene, perfetto… penso che ci metterò più tempo a scrivere la sinossi che l’intero libro… e ho come l’impressione che alla fine più che una sinossi sarà un soggetto cinematografico: speriamo qualche editore apprezzi la commistione di generi… 😛

Sbattimenti di testa al muro a parte, oggi è la giornata “e ora a chi la faccio leggere?” Sì, ok, sto cercando di capire a grandi linee a che case editrici proporre questa storia (che fretta c’è? tanto tutte si prendono almeno sei mesi di tempo… praticamente se va bene mi fanno il regalo di Natale e se no… beh, chiedo a Babbo Natale di portarmi una nuova idea tutta bella infiochettata!) Però vorrei anche qualche feedback da parte di qualche persona del cui parere mi fido. Già, peccato che i primi tre nomi che mi sono venuti in testa sono di amici americani che ovviamente non sanno una parola di italiano e… beh, tradurre il tutto mi sembra un’impresa un po’ improba al momento!

E’ che molte persone che conosco hanno con la letteratura lo stesso approccio che ho io con la musica: posso dire se un pezzo mi arriva o non mi arriva ma non chiedetemi commenti tecnici. Invece in questo momento non ho bisogno di sentirmi dire se la storia piace/non piace, piuttosto di almeno un abbozzo di analisi/critica. E non è facile! Io me ne accorgo anche solo stando due minuti su Facebook: impressione mia o stiamo diventando un popolo di semi analfabeti? Cioè… sento un casino di gente che “io ho un libro nel cassetto” o “io voglio scrivere un libro” ma poi non sanno metter giù un post di due righe senza errori grammaticali o sintattici… Whops! Ma se questo è grave trovo ancora più raccapricciante il fatto che condividono a nastro le immagini con impresse citazioni… a loro volta zeppe di errori! OMG! Ok, lo so… io sono terribile in certi casi. La maestra con la penna rossa mi fa un baffo! Chiudo un occhio sugli errori di battitura (fortuna che con il cell ti corregge automaticamente… oppure ti mette una parola che non c’entra assolutamente nulla!), a me per prima ne sfuggono a migliaia (non oso neanche pensare se un giorno mi mettessi a rileggere tutti questi post con calma cosa scoprirei! Mi spiace un casino per tutti i cultori dell’italiano che si sono sentiti offesi!) Ma accenti, h, modi verbali… ARGH!!! Dovrebbero fare degli esami prima di permettere a chiunque di iscriversi ad un social…

Comunque, se già abbiamo seri problemi con la lingua figuriamoci che può accadere con gli aspetti tecnici di un romanzo. Ahhh… Che poi non è solo il trovare qualcuno di competente a livello tecnico, è anche beccare una persona che comunque possa apprezzare il genere. Cioè, di certo un cultore di Star Trek o dei gialli scandinavi potrebbe uccidermi se gli mettessi in mano un manoscritto del genere!

Al momento però penso di aver individuato una giusta “vittima sacrificale”… devo solo aver il tempo di andare a stampare il tutto e poi sentire se è d’accordo con il fare la cavia. 🙂 Vedremo! E comunque spero che nelle prossime notti mi appaiano in sogno altri nomi! Ecco, questo è il casino di avere amici/conoscenti con interessi diversi dai tuoi. Almeno al mio ghostwriter va alla stragrande, ha la sua migliore amica che lavora nello stesso ambito. Io se sento qualche “collega” italiano… mi risponde che prima devo mettere il tutto sotto forma di sceneggiatura e poi riprovare a passargli il malloppo!

Bah, ma che mi fascio la testa a fare? Tanto alla fine tendo al fatalismo: se dev’esserci la persona adatta per leggerlo e farmi delle critiche… in qualche modo arriverà!

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 43

18928539_10155320529079763_1206407933_n

Alla fine, incredibile ma vero, nonostante il periodo mega incasinato sono riuscita a fare gli ultimi aggiustamenti al romanzo. Ok, c’è, la storia fila, i dialoghi possono andare, i personaggi sono dettagliati, le descrizioni danno un’idea generale ma senza ammorbare, il ritmo mi sembra valido con i suoi cambi di velocità… Direi che ufficialmente posso mettere il manoscritto a macerare per un po’ in un angolo della mia testa prima di riprenderlo in mano a mente fredda…

Peccato solo che ora… mi tocca! Argh!!! Io ho seeeri problemi di sintesi quindi vi lascio immaginare il mio rapporto con la sinossi… solo al pensiero percepisco l’allergia galoppare allegramente verso di me… Non è che non ho le idee chiare, la fabula la conosco a menadito, posso descrivere puntualmente i personaggi con pochi aggettivi, per le locations bastano praticamente i nomi tanto sono evocative… Però… però di mezzo c’è anche l’inghippo che sono abituata a scrivere soggetti per film, a mettere in risalto scene forti, a comunicare più creando immagini che non sintetizzando un’intera storia…

Insomma, avrete capito che al solo pensiero mi prende alquanto male quindi ho pensato bene di concentrarmi su qualcosa più creativo e simpatico… la copertina!!! Oh, dai, ho appena finito un manoscritto, e lasciatemi sognare per un po’ in pace! Ok, si dice che un libro non va giudicato dalla copertina ma sfido chiunque a dire che questa non ha alcun valore! Alla fine è un po’ come un trailer o la locandina di un film: con me funziona qualcosa che sia evocativo, che mi cattura l’attenzione. Possibilmente minimal.

Anche il mio ghostwriter è un po’ così: quando deve acquistare dei dischi, se non parte già con le idee ben chiare ma vuole semplicemente sperimentare qualcosa di nuovo, si lascia contagiare dai titoli dell’album e delle canzoni, dalle immagini riprodotte, dal nome della band. In questo momento, se dovessi fare io una bozza, starei molto sul minimal: pochi tratti simbolici su sfondo neutro e… beh, a dirla tutta non ci scriverei proprio nulla. Il titolo… uno se vuole lo scopre all’interno! (Sì, lo so… sono strana forte!)

E’ buffo perché proprio in questi giorni sto leggendo la biografia di Steve Jobs e lui ha sempre avuto proprio quest’ossessione per un design minimal. E una cura dei dettagli a dir poco morbosa, con anche tutto quello che non si vede curato fin nel dettaglio e “stiloso”. Ok, una persona con un carattere come il suo probabilmente è meglio se non la incontro perché ci salteremmo alla gola in 5 secondi netti, però devo ammettere che… wow! non c’è nulla nella vita che mi ecciti di più di una testa che funziona strabene! E la sua… beh… non servono commenti!

Comunque, tornando alla copertina… per me è importante. Certo, poi puoi trovare un capolavoro impachettato dentro carta di giornale e copertine stratosferiche che quando leggi la delusione di libro che proteggono ti chiedi che c’entrano… Però credo che questo faccia parte anche dell’onestà dell’editore e dell’autore. E’ un po’ come con i trailer, no? Quante volte capita di decidere di andare a vedere un film perché quel minuto e mezzo di filmato ti ha lasciato con la bava alla bocca e poi scopri che quel minuto e mezzo era praticamente tutto quello che valeva la pena di vedere? (Giuro… quando succede davvero mi vengono istinti omicida…)

E comunque per le persone è la stessa cosa. Direte l’apparenza non conta, non giudicare una persona per come appare, l’abito non fa il monaco… Tutto giusto, tutto vero… in parte. Perché la stessa onestà che dovrebbero dimostrare un editore (o un produttore) sarebbe carino se la mostrassimo tutti quanti noi. Perché dovremmo tirarci/truccarci/doparci/etc etc quando i nostri pensieri sono sciatti? Se “mens sana in corpore sano”… perchè questa salute non traspare anche attraverso quello che indossiamo, gli accessori (una certezza su di me: mai senza orologio!), come portiamo i capelli… No, non voglio dire che dobbiamo uscire di casa come se stessimo andando ad una sfilata di moda (in questo caso non dovrei mettere il naso fuori di casa praticamente mai!) Dico che beh… io sono un’estimatrice del cervello e dell’anima e del cuore ma viviamo pur sempre in un mondo fisico e con questo ci dobbiamo rapportare. Quindi beh… forse non dovremmo fingere di essere quello che non siamo, in nessun modo. Sì, lo so… a metterla così viene subito voglia di carnevale per poter indossare una maschera in santa pace! 😉

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 42

18944959_10155317541889763_1402196932_nIl mondo si divide in tantissime coppie di opposti tra i quali: i sensi di colpa mi devastano vs senso di colpa, e che è? Avanti, su la mano chi non si è mai puntato un dito contro accusandosi delle peggiori nefandezze! Perché ammettiamo: a volte soffriamo di manie di onnipotenza così assurde che ci colpevolizziamo pure se becchiamo una mega grandinata mentre siamo in auto.

Avete mai notato che quelli che finiscono dilaniati dai loro sensi di colpa hanno la tendenza a credersi davvero il centro dell’universo? Non che se ne rendano conto, cioè, non hanno un ego che fa a cazzotti con quello di Trump perché sono ingombranti nello stesso modo, è che se ogni male del mondo è colpa loro beh… dove altro potrebbe ruotare la Terra se non attorno al loro asse? Alla fine distruggersi le spalle con tutte le zavorre di sensi di colpa che si sommano è pure un deresponsabilizzare gli altri, negare loro una testa con cui prendere delle decisioni, privarli del libero arbitrio, toglier loro la possibilità di rialzarsi se fanno un passo falso e finiscono nel burrone (sì, ok, non in senso letterario, se no come diamine fanno a rialzarsi?)

Io non me la cavo male a colpevolizzarmi per il nulla empirico, più che altro se riguarda la mia famiglia. Già con le persone con cui non ho legami di sangue, anche se sono i miei migliori amici, riesco ad essere più obiettiva. Con la famiglia proprio non mi riesce. Il guaio è che a volte capita che se ripondi “sì” a loro stai dicendo un “no” a te stessa e viceversa. In ogni caso c’è il senso di colpa nei confronti di chi si becca il no. Ecco… forse forse è peggio sentirsi in colpa con se stessi, visto che a rigor di logica se non siamo noi a prenderci cura di noi chi altro dovrebbe farlo? Poi ci sono i supereroi che oltre a prendersi cura di se stessi lo fanno anche degli altri. E poi ci sono i martiri che se ne fregano di loro stessi ma hey, il resto dell’umanità io la salverò!

Insomma, in ogni caso gli eccessi non vanno mai bene (però applaudo chi vive un sano egoismo perché secondo me è l’atteggiamento più salutare che esista!)

Parlando dei miei personaggi, comunque, ho una coppia fantastica che vive agli antipodi: il nonno si sente in colpa anche per le sette piaghe d’Egitto e i campi di sterminio (oh, sì! il suo ego non è smisurato, figuriamoci! neanche la Nasa riuscirebbe a tracciarne i confini!), il ghostwriter… io? ho fatto qualcosa di male? qualcuno ci sta male? e che colpa ne ho io se l’ha presa in questo modo? No, dai, in realtà non è così. In realtà se ne frega talmente tanto degli altri che neanche ha mai capito cosa significa “senso di colpa”. Alla fine, comunque, con i loro eccessi, nessuno dei due vive bene. Il povero nonno neanche riesce a tener dritta la schiena per il peso che si è imposto di sostenere (tipo che Atlante aveva uno zainetto in spalla al confronto) mentre il ghostwriter continua a orbitare sulla superficie delle vite altrui senza mai entrarci veramente in contatto (no, non preoccupatevi troppo per lui, un po’ alla volta un piccolo miglioramente lo farà… piccolo però, che non vogliamo esagerare!)

Comunque trovo che davvero l’equilibrio sia la situazione più difficile da raggiungere. Non solo riguardo ai sensi di colpa, ma un po’ in tutto. Siamo sempre sbilanciati tra il troppo e il troppo poco, tra il fare tutto e il fare nulla, tra il dovere e il piacere, tra l’euforia e la depressione, tra l’abbuffata e il digiuno. Etc etc etc… Creatura meravigliosamente complicata l’essere umano… Ci dev’essere un trucco da qualche parte, una noticina in caratteri straminuscoli nel manuale di istruzioni per l’uso della vita che devono averci fatto leggere prima che nascessimo ma che ci siamo completamente scordati (dai, andiamo, non è possibile che davvero ci sia qualcuno che ci schiaffa qui senza prepararci neanche un po’… avrebbe un senso dell’umorismo davvero terribile e incomprensibile!)

Chissà, forse è per questo che siamo tanto eletrizzati all’idea di formare una coppia: mancando da soli di equilibrio cerchiamo chi ha atteggiamenti opposti ai nostri così ci equilibriamo in due… (non io… io sono totalmente squilibrata ma mi va bene anche così, anzi, a vedere le situazioni in cui versano tante persone che conosco alla fine mi viene da sospettare che sto meglio io squilibrata che loro che si equilibrano in due a tempo determinato.) Chi lo sa… forse lo squilibrio è il mio equilibrio… 🙂

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 41

18902576_10155314315819763_2005584507_n

Direi che tra i personaggi del mio romanzo quello con cui ho meno in comune è il ragazzino. Mi piace un casino lui e francamente ci escono belle chiacchierate. Ha un carattere tosto, determinato, con le idee chiare nonostante la giovanissima età. E’ un grande, anche se è ancora bimbo… Però a livello caratteriale davvero tendiamo ad essere agli antipodi. Se c’è una cosa che abbiamo in comune, tuttavia, è il bisogno fisiologico di andarcene dal luogo in cui viviamo. Per lui la sua città è marcia e puzzolente e poco importa se non è mai uscito da là, sa per certo che oltre quei confini tutto quello che esiste è un mondo migliore dove avere una vita (di gran lunga) migliore. Ho già detto che non ha tutti sti amici, non ha grandi legami, di genitori gliene è rimasto solo uno e di sicuro lo porterebbe con se. Per il resto, se ne andrebbe anche in questo istante senza alcun rimpianto, senza voltarsi indietro, possibilmente con il minimo indispensabile perché tutto quello che si è trovato a contatto con quella vita è in qualche modo “contaminato” da tutto quello schifo.

Beh… se non fosse che ho un’altra età e degli impegni e che i tempi per i colpi di testa sono terminati (alt! non sto dicendo che non ne farò più, figuriamoci! non vedo l’ora che arrivi il momento del prossimo! solo che ormai se si parla di trasferimento a lungo termine non decido più in 30 secondi netti, prima mi prendo diciamo un giorno di riflessione)… io farei le valigie ancora più rapidamente di lui! Perché se c’è un luogo nell’universo dove mi sento soffocare è proprio il mio paese. Sto posto è carinissimo, un vero gioiellino se lo volete sapere. Piccolo, coccolo, con molto verde, un canale, una villa, un castello, un parco che potrebbe essere fantastico se si decidessero a mantenerlo in maniera decente… Però succhia l’anima. E’ bello da vedere, in tre ore lo visiti praticamente tutto, poi però è meglio andarsene e lasciare che i suoi vecchi continuino con i loro discorsi triti e ritriti (che aggiornarsi mai, stare al passo con i tempi mai, farsi un’opinione personale mai…), che i suoi giovani restino a bearsi nella loro ignoranza (mica tutti così, per carità… quelli con un minimo di testa se ne sono andati…) e a macerare nello spritz, che le badanti si godano le chiacchiere in panchina con parcheggiati in sedia a rotelle gli anziani a cui badano (dei capannelli meravigliosi: quattro badanti che chiacchierano tra loro e altrettanti vecchietti che si chiedono come hanno fatto a ritrovarsi in una simile situazione), che le casalinghe continuino a far gossip appena ne hanno l’occasione (ammetto però che non sono male come antifurti: avere una dirimpettaia sempre piazzata accanto alla finestra, con la tenda un filo scostata, è il miglior deterrente di sempre per i ladri)… E così via.

Diciamo che farei volentieri a cambio con il mio ragazzino… se non altro dove sta lui c’è la miglior musica del mondo (ok, dai… diciamo che è forse una delle cinque città al mondo dove si trova la miglior live music praticamente ovunque… invidia!!!)

Siamo opposti e il motivo per cui restiamo a farci strappare l’anima nel luogo dove siamo nati è opposto. Lui è troppo piccolo, inesperto e dipendente per potersene andare (ma lo farà… aspettate qualche anno e vedrete se non raccoglierà in uno zaino le sue poche cose e non scomparirà per un bel pezzo!) Io mi sono spostata fin troppo (no, non è vero, non c’è mai un troppo quando si parla di trasferimenti o viaggi!), negli ultimi 18 anni ho trascorso nel mio paese forse un paio d’anni, a spizzichi e bocconi, e al momento non me ne potrei andare senza sensi di colpa per aver abbandonato la mia famiglia quando aveva bisogno della mia presenza, del mio dare una mano. E comunque ho ancora qualche idea da schiarirmi prima di decidere la prossima città in cui trasferirmi!

A differenza del mio ragazzino, però, io un po’ li invidio quelli che sono contenti di vivere dove vivono. Cioè, non nelle altre città dove ho vissuto in passato (scherziamo? chi non sarebbe contento di vivere a Boise o a Bologna o a Glasgow?), ma in questo paese o a Padova. Cioè… io penso di sopportare Padova ancora meno del mio paese. La gente là mi fa proprio venire idee omicide perché… perché… vabbeh, lasciam stare che una mentalità più provinciale di quelli che vivono in centro a Padova non l’ho mai trovata da nessuna parte, neanche nel più rurale paesetto sperduto dell’Idaho… e non è poco! Però sì… un po’ li invidio quelli che hanno una mente talmente limitata da star bene dove stanno, da non aver desiderio di scoprire altri luoghi, da esser felici della routine più totale… Cioè, tipo una volta ogni 18 anni (il che significa che finora mi è accaduto due volte) mi viene il pensiero che non sarebbe male essere un po’ meno irrequieta, curiosa, imprevedibile, indomabile. Penso che se facessi quella vita di una semplicità che mi fa sbadigliare vistosamente al solo pensiero magari sarei più serena, che se non mi ponessi sempre un casino di domande adesso sarei beata in una vita talmente tanto mediocre da non accorgersi di quanto è mediocre… Poi scuoto la testa e penso che se ho scelto di nascere è per vivere ed è esattamente quello che ho intenzione di fare. Non voglio arrivare al mio ultimo giorno con il sospetto che tutto quello che ho fatto sia stato sprecare ossigeno…

Però… vi assicuro che in sta zona di gente che spreca ossigeno ce n’è pure troppa… e non c’è cura che tenga. Ecco, diciamo che se esistesse un vaccino contro la stupidità sarebbe l’unico che renderei obbligatorio, a qualsiasi età…

Diamine, mi basta pensare alla gente di qua per percepire i primi accenni di orticaria… ok, mi sa proprio che non manca molto alla prossima fuga… poi ne parlerò con calma al ragazzino e vediamo se troviamo una meta d’interesse comune! Nel frattempo… testa e cuore a Cardiff! 😉

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 40

18835476_10155311183219763_1404300687_n

Il bar… il luogo di ritrovo per eccellenza. Non importa che si tratti di un bar-caffetteria, di un bar-gelateria, di un pub… in un modo o nell’altro, dove c’è la possibilità di farsi una birra là c’è anche la possibilità di riunirsi. (Ok, io non sopporto neanche l’odore della birra ma insomma, ci siamo capiti…) A seconda dell’età c’è il gelato, una bibita, il caffè o la birra, il vino, il the, arrivando anche alla partita a carte. Insomma, in che altro posto ci si trova con una simile frequenza qualsiasi sia la stagione? E’ un po’ un punto di riferimento: tutti al solito posto per quattro chiacchiere veloci o per decidere che fare del resto della nottata. Oppure si resta là, perché ad un certo punto della vita ci si rende conto che non è importante quanto eclatante sia il programma ma hanno un valore enorme i rapporti che si sono creati e si rafforzano nel tempo.

Negli anni, e nelle diverse città, ho sempre avuto questo genere di luoghi d’incontro, piccoli rifugi dove trovare a ogni ora qualche faccia amica anche senza essersi organizzati prima, posti dove bersi un caffè al volo e tirare un attimo il fiato prima di ripartire ricevendo il sorriso incoraggiante di una faccia nota. Una cosa che però non ho mai, mai, assolutamente mai sopportato, è di sedermi al bancone. Certo, ci stava quando passavo per un caffè al volo, ci sta quando resti cinque minuti a parlare con il barista, ci sta che saluti qualcuno che conosci seduto là. Però… però ammetto che mi mette tristezza. Cioè, quando vedo una persona sola all’angolo di un bancone immancabilmente ha uno sgurdo un po’ sperso e un po’ triste e un po’ con impressa la domanda “perché sono così solo?”

Non sono una che ha bisogno di compagnia a tutti i costi, anzi, lasciatemi trascorrere più tempo in solitudine che con altre persone e sono felice. E avendo spesso viaggiato anche sola mi è capitato più volte di ritrovarmi in qualche locale a bermi un caffè (lo so, ho un grave problema di dipendenza da caffeina…) ad un qualche tavolino solitario. Spesso con un libro, un quaderno di appunti, una qualche rivista di cinema… Però ecco, quando vedo qualche “spirito affine” in compagnia del suo computer o di una lettura o che sorride tra sè e sè senza apparenti ragioni non mi fa mai lo stesso effetto che vedere qualcuno solo al bancone. E non metto in discussione che il barista possa essere un carissimo amico che conosce da anni ma… non lo so… sarà che le persone che conosco che adorano sedersi al bancone sono delle gran chiacchierone e anche interessanti a modo loro ma… sole, sole, drammaticamente sole, quindi ormai mi sono creata quest’immagine.

Anche il mio ghostwriter è un po’ così: fa presto a legare anche in città in cui approda per la prima volta ma quando entra in un locale eccolo là, al bancone, cercando due chiacchiere, incapace di apprezzare la sua solitudine. Non gli fa nulla trascorrere da solo un’intera giornata, girovagare in solitaria scoprendo luoghi nuovi, ma se entra in uno di quei locali di aggregazione ecco che non vuole sentirsi fuori dal coro (anche se a volte è prorpio il classico pesce fuor d’acqua). Ci riflettevo oggi mentre rileggevo il primo capitolo (wow! gli impegni derivati dall’avere nonna in ospedale, con tutto quello che comporta, mi hanno permesso di leggere addirittura un capitolo in un’intera giornata… vabeh, famiglia, che altro posso aggiungere?). Lui è così simile a tanti ragazzi/uomini che conosco… e tutti italiani, chissà perché all’estero di 30/40enni così non ne ho mai incrociati… (e poi mi chiedono perché amo stare fuori dal Belpaese). Una testa che funziona alla grande, che è eccitante e affascinante e tutta da scoprire… salvo che poi sono completamente scollegati dai rapporti sociali. Qualche amico che si trascinano dietro da almeno un paio di decenni e con cui condividono un paio di hobby e tre argomenti di dialogo, un buon rapporto con la famiglia d’origine magari, per il resto conoscenze, conoscenze, conoscenze. Sono quelli che ovunque entrano (che poi bene o male sono i soliti 5/6 posti quando va bene, così hanno la certezza di conoscere tutti) vengono accolti da saluti e pacche sulle spalle, che raccontano aneddoti stupidi tanto quanto divertenti e di cui tutti vogliono essere amici ma che nessuno conosce veramente. Sono quelli che hanno una maschera 24 ore al giorno e ormai non se ne rendono neanche più conto da soli. Sono quelli che mi mettono davvero tristezza perché, di carattere mio, preferisco pochi amici ma che mi conoscono sul serio. Gli altri, le conoscenze… vanno bene per un saluto al volo se li incrocio per strada. Vanno bene anche per un caffè perché mica se non sono amici non sono neanche persone interessanti. Solo… beh, se devo investire del tempo con qualcuno preferisco che sia di qualità. Altrimenti… hey, avete idea di quanti ottimi libri ci sono in giro e di quante storie aspettano di essere scritte? 😉

Che dire… mi piace il mio ghostwriter, lo adoro… spero anche che un giorno riesca a maturare un po’ e a mettersi in gioco, in gioco sul serio!

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 39

18835281_10155307133864763_136899682_nSì, ok, lo ammetto… il fatto che stasera inizi la decima stagione di X-Files mi ha ispirata per quel che riguarda la scritta 🙂 Che vi posso dire, avete una minima idea di cosa significhi per me rivedere di nuovo assieme Fox Mulder e Dana Scully dopo tutti questi anni? Ancora mi ricordo le emozioni provate quando in una (tarda) serata mi sono imbattuta, ancora ragazzina, nel primo episodio della prima stagione… amore a prima vista! Insomma, non vedo l’ora che arrivino le 21 per piazzarmi davanti alla tv stasera (ho già “ordinato” un religioso silenzio in casa!)

Comunque non preoccupatevi, non voglio proporre qualche teoria sugli alieni (anche se sì, sono dell’idea che là fuori debba esserci qualcosa… e comunque per me c’è tanta gente che a volte sembra proprio aliena e non sto parlando dei politici anche se danno l’impressione di vivere in un mondo parallelo, ma in fin dei conti quella è una forma di marketing quindi che altro ci aspettiamo?)

No, in realtà quello a cui pensavo oggi è proprio “il credere”. Non in se stessi o nel fidarsi di una persona. Il credere nel senso di fede, il percepire che c’è qualcosa più grande di noi contro quel credo che seguiamo perché c’è stato inculcato.

I miei personaggi appartengono a credi diversi eppure tutti hanno questo modo di affidarsi a qualcosa che non comprendono appieno ma che sperano esista. C’è chi lo fa in maniera regolare, chi si appella alla forza suprema quando davvero è al limite. E’ il mio ghostwriter che, giunto quasi alla fine della sua avventura, si ritrova ad entrare in una chiesa in una città, in un Paese non suo. E qui non può non chiedersi perché siano le stesse persone a portare ovunque la divisione. Il suo dubbio è che forse la colpa sia da attribuire alle parole, al  loro cambiare di suono pur riferendosi ad uno stesso oggetto. E’ come la rosa che resta sempre tale anche se la chiami in un altro modo. Questo non potrebbe essere valido anche per un dio? E le sue domande continuano: Perché non può essere un uno ma deve essere suddiviso? Perché tutti si rifanno agli stessi archetipi ma ricreandoli e addobbandoli con aggettivi diversi da luogo a luogo? Perché l’uomo non è solo un uomo ma un bianco, un negro, un giallo un rosso? Tante domande a cui non trova risposta ma che gli servono per staccare la testa, per non continuare ad affliggersi e ad odiarsi per il fatto di essere incapace di piangere.

Ha ragione lui? Crediamo tutti nella stessa cosa dandogli nomi diversi? Possibile, probabile, ma non sono certo la persona adatta a parlare di tutte le religioni esistenti. Ho solo un’infarinatura e per il resto… le mie idee! Che possono essere strambe o magari qualcuno le reputerebbe perfino blasfeme ma alla fin fine il mio credo, non religioso, è il rispetto per le idee altrui e mi auguro di trovare persone con la stessa curiosità e la stessa mancanza di giudizio.

Alla fine non importa in cosa crediamo: è qualcosa di più grande di noi che non possiamo vedere/toccare, di cui non possiamo fare esperienza diretta ma solo attraverso la vita. Poi credo che i “danni” maggiori siano gli stessi uomini a farli, attribuendo a questa entità, energia, a questo Uno o come vogliamo chiamarlo, aggettivi umani, parole che fanno più comodo ai potenti che alle masse. Si scrivono libri ma scritti da uomini e, peggio del peggio, tradotti (anche liberamente) da uomini. Questo cosa significa? Beh, dal mio punto di vista che la religione dev’essere qualcosa di personale, non possiamo fare come 50/100/500 anni fa, quando una qualche autorità dettava legge e imponeva le proprie idee. La spiritualità è così amplia, ha talmente tante sfaccettature, che credo sia impossibile inglobarla in un unico nome o in un unico luogo di culto.

Se io adesso credo a qualcosa? Sì. E non è il ritratto che fanno di Dio i preti. Appunto, non so quale possa essere davvero il suo nome, probabilmente neanche gli interessa essere chiamato in qualche modo. Ma sono tutte considerazioni personale, frutto di un lungo percorso di letture ed esperienze e stati d’animo e sensazioni. Un percorso che è iniziato dopo la mia “fase illuminista”, quella in cui ‘se non mi dai prove perché dovrei crederti?’

Alla fine mi sono resa conto che nella mia vita tutto viene perfettamente orchestrato, s’ingloba, s’incastra alla perfezione, anche se spesso me ne rendo conto in un periodo successivo, quando mi accorgo che se fosse andata diversamente, “meglio” sul momento non sarebbe stato il “meglio” in assoluto. Invece vedo così tanta perfezione anche negli errori, nelle cadute (la vedo mooolto dopo, chiariamoci!) che mi sembra impossibile non ci sia un’intelligenza superiore dietro quegli arzigogolati disegni. E poi mi chiedo anche se non ci sia qualcosa di quella intelligenza anche in me (in tutti noi), se questo guardare e invocare al cielo non sia solo perché crediamo che noi non siamo in grado di camminare da soli lungo il sentiero perfetto. Del resto ce l’hanno insegnato fin da bambini, no? “Come in Cielo così in Terra”… Ahhh… quanto fa male e spaventa a volte assumersi certe responsabilità, meglio parlare all’invisibile, vero?

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 38

18834391_10155305308414763_1783706410_nGiorno 38… Trentottesimo giorno su 45… wow! Come ci sono arrivata fin qui? Voglio dire, ho iniziato questo blog praticamente stamattina da quel che mi sembra, invece sono quasi agli sgoccioli. Ah, il meraviglioso mistero della relatività del tempo!

Comunque, in questi giorni ho una grande cosa da fare, riguardo il mio romanzo, cioè rivedere la terza stesura e sistemare eventuali frasi non troppo chiare, ripetizioni, cambiare qualche termine, cose così… Già, una settimana fa a quest’ora pensavo che in un paio di giorni l’avrei fatto invece nonna è caduta a terra rompendosi il femore, è stata operata e ora è in ospedale (e ci resterà un bel pezzo, visto che non la dimetteranno prima che abbia completato la riabilitazione). Che posso dire? Fortuna che ho corso come una pazza per scrivere e sono riuscita a fare molto di più di quanto avevo preventivato finchè ero via perchè al momento le giornate sono tipo: in piedi alle 6/6.30 e poi corse-corse-corse! Però ok, che altro ci possiamo fare?

Comunque tra andare avanti e indietro in auto, passare del tempo in ospedale, portare Fly a fare le sue passeggiate e le sue corse con gli amici, far tutte quelle cose noiosissime da casalinga, la mente gira. E si chiede che farò appena questo tour de force sarà terminato. Voglio dire, negli ultimi anni quando stavo per finire un progetto avevo già il prossimo in attesa: lavoravo al montaggio di un documentario e con la testa già andavo alla post produzione di un film, appena finita ho iniziato a pensare al libro. E ora? Sì, ok, decidere a chi mandarlo e poi la lunga attesa. Però in effetti non ho ancora deciso il prossimo passo, che per me è strano perché ho sempre qualche nuova idea che ronza. Bah, forse è proprio che al momento ne ho qualcuna di troppo. Ok, non mi ci spaccherò troppo la testa al momento tanto quando sarà ora tutto si chiarirà.

Però non posso non provare un filino di invidia (nel senso buono!) per i miei personaggi: cavolo! Anche quando sono incasinati in un modo o nell’altro hanno le idee chiare, sanno comunque quale sarà il punto d’arrivo e proseguono nella loro direzione. E non è male per nulla questa cosa. Almeno, per me non lo è. Anzi, avere le idee chiare su quello che avrei fatto “da grande” è stato il mio faro da quando ero una bimba. Non mi sono mai dovuta spaccare la testa per fare grandi scelte, sapevo (e so) qual è la mia meta. Ecco, è solo che loro si concentrano su un passo alla volta, i “bivii” in cui mi imbatto io sono più: scrivo questa storia o quell’altra? Provo una sceneggiatura o un libro? E se nel frattempo mi faccio un video? Però alla fine resto convinta che la grande fortuna che ho avuto io è stata proprio l’avere una direzione, l’aver scoperto prestissimo qual’era la strada adatta a me, quella che mi avrebbe portato ad esprimere quello che sono.

E credo valga la pena dedicarsi a questo tipo di analisi interiore perché alla fine è quello che dà un senso alla nostra vita. E non bisogna per forza desiderare di essere grandi artisti che porteranno bellezza nel mondo o scienziati che cambieranno il corso di svariate vite o ingegneri che le faciliteranno o sportivi che infrangeranno tutti i record. E’ capire cosa ci fa star bene e potrebbe anche essere fare il lavapiatti o l’operatore ecologico. Potrebbe anche essere qualcosa che non diventerà il nostro lavoro, quello che ci fa arrivare a fine mese, ma che ne so, del volontariato o del tempo trascorso nel verde. Insomma, trovare una qualsiasi cosa che ci faccia aprire gli occhi la mattina pensando che vale la pena essersi svegliati di nuovo.

Per questo i miei personaggi non si fermano neanche il sabato o la domenica: se qualcosa ti fa star bene diventa come una droga a cui non puoi più rinunciare e non ti serve più postare su Facebook che finalmente è venerdì perché chissene di che giorno è se sono felice?

Beh, credo che alla fine quando anche il quarantacinquesimo giorno sarà tramontato sarò ancora qui, in compagnia del mio Mac e di, probabilmente, nuovi personaggi desiderosi di raccontare le loro avventure…

Stay tuned! 😉

Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 37

18788432_10155301891819763_777268017_nCompie gli anni il mio babbo oggi ma inutile sbracciarsi per fargli gli auguri, diciamo che è insofferente ai compleanni quasi quanto lo sono io. No, non è una questione di “invecchiamento”, personalmente, semplicemente, non amo festeggiare in compagnia un momento che, in un certo senso, vedo come molto personale. Sì, ok, ci può stare la torta in famiglia, se devo vado anche volentieri ai compleanni degli amici però… va bene così, grazie. E’ un po’ come l’ultimo dell’anno… tutta quest’ansia di dover fare qualcosa di particolare, di originale, di eclatante… Bah, io sono strana ma al mio compleanno e a cavallo di un nuovo anno, mi piace starmene per i fatti miei. Sì, ok, fa piacerissimo ricevere gli auguri e sento la mancanza dei miei amici più cari (che geograficamente sono quelli più distanti) ma la verità è che comunque non avrei voglia di trascorrere molto tempo neanche con loro. E’ che ho i miei riti, le mie piccole abitudini consolidate nel tempo, quelle coccole particolari che sono un appuntamento fisso ormai da un bel po’. Mi prendo il mio tempo per riflettere, fare bilanci e nuovi progetti, per festeggiarmi, cazziarmi e spronarmi. Insomma… ben venga la canzoncina di tanti auguri se tocca… ma lasciatemi tranquilla con la mia candelina e il mio desiderio! (Sì, lo so, sono incorreggibile!)

Comunque, mentre andavo a prendere la torta per il babbo (che un conto non è fare cose eclatanti, un altro che il dolce ci deve essere… famiglia golosa!) pensavo ai miei personaggi. No, non compie gli anni nessuno nell’arco di tempo di cui narro, però mi è venuto di fare un giochino stile “come festeggerebbe X?” E in effetti sono talmente diversi tra loro che non riesco a vedere uno stile simile neanche nel “loro” giorno. Prendiamo solo il nonno e il nipote. Il nonno credo non si ricordi neanche più in che giorno è nato e se anche lo fa… beh, il suo calendario è fermo da un pezzo quindi non ci fa proprio caso. Il piccolo praticamente non ha amici, non è che gl’importi poi tanto, e comunque lui si sente già garnde e spegnere le candeline è una cosa da bambini! Però ok, un regalo lo accetta volentieri (è pur sempre umano!) La sua mamma? Beh, lei è contenta come una Pasqua quando il figlio le prepara un biglietto con le proprie mani, magari raccoglie qualche fiore per strada e le dedica una canzone. Lara… Ehhh… lei è più per una cena informale, magari anche passando la giornata a preparare qualche sfizio per gli amici più stretti (quelli che si contano sulle dita di una mano) oppure in un qualche ristorante un po’ particolare. Va benissimo anche cucina italiana ma il locale dev’essere veramente all’ultimo grido. La sua migliore amica? Beh, lei è la romanticona, non toglietele un week-end fuori e una cena a lume di candela. Dulcis in fundo il ghostwriter. Beh… cazzone com’è più siamo meglio è, io porto la torta al solito baretto non troppo lontano da casa e per il resto birra a volontà.

Perché credo che alla fine, ci può importare o meno, possiamo organizzare qualcosa o improvvisare, possiamo anche desiderare di saltarlo a piè pari ma per tutti il compleanno è un rito di passaggio che arriva inesorabile ogni 365 giorni (o ogni 366!) E in qualche modo è impossibile non fare i conti con l’ennesimo giro di boa che ci troviamo ad affrontare. Perché esteriormente la nostra vita può sembrare immutata: magari siamo ancora a scuola, come l’anno prima e quello successivo, magari siamo nel solito posto di lavoro come i 10 anni precedenti e (si spera, a meno che non ci sia di mezzo la pensione…) i 10 successivi. Possiamo avere gli stessi amici, gli stessi hobby, continuare a tifare per la stessa squadra e a ordinare la solita pizza di sempre… Ma un anno in qualche modo ti cambia e ti segna. O perché sei cresciuto di 10 cm o di 2 kg, perché hai scoperto uno scrittore che ti ha fatto innamorare, perché hai sofferto per la prima volta per amore, perché hai vissuto sulla tua pelle la noia e l’apatia… Ma ogni giorno porta con sè qualche lezione, se vogliamo coglierla, ogni giorno ci mette di fronte a sfide e decisioni e incontri che hanno il valore che attribuiamo loro. Insomma… figuriamoci quanto possiamo cambiare in un anno se solo ci permettiamo di farlo. Se non fingiamo di essere diversi, se non ci intestardiamo ad essere perennemente immutabili.

Quindi sì. Non importa come o con chi decidiamo di farlo ma secondo me il compleanno va celebrato in qualche modo (vorrei dire che in realtà dovremmo celebrare ogni singolo giorno ma mi rendo conto che inizierebbe ad essere un po’ impegnativa la cosa). E va celebrato come un inizio, un nuovo cerchio che ci avviamo a percorrere. Per questo quando devo fare gli auguri, ma quelli di cuore, quelli sentiti nel profondo, mi ritrovo a dire qualcosa che riguarda tutti i 365 giorni a venire (o 366!)… perché alla fine se vuoi bene a qualcuno vuoi che sia felice sempre, che sia in salute sempre, che sia a suo agio con se stesso sempre. Niente feste comandate, nè dalla religione nè dall’anagrafe, del resto il nostro voler bene non ha scadenze, giusto?