Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 34

32872559_10156274287259763_1402920650280009728_nNon mi piacciono i regali “grandi”, “importanti”… quelli che magari arrivano con le celebrazioni comandate: la laurea, il matrimonio… Per non parlare di quando il regalo è di rigore: compleanni, Natale, a qualcuno ci scapperà pure San Valentino… In questi casi è quasi un’angoscia che ti prende dentro: hai una scadenza, devi pensare a qualcosa di adatto e, soprattutto se si tratta di qualcuno che conosci da una vita, hai già esaurito tutto le opzioni: “foulard no, le ho fatto la sciarpa a Natale, libro no, quelli che le interessavano di più li ha già presi, cd no… chi ascolta ancora i cd? (per la cronaca, io!), beautycase no, gliel’ha regalato Paola l’anno scorso…” Insomma, un casino! Poi finisci sui sempreverdi tipo una maglia (che poi al giorno d’oggi non corri neanche più troppi rischi: qualcuno mi sveli il senso delle maglie taglia unica, vi prego!), una borsetta particolare, se ti senti in vena di originalità un qualche buono, così tu fai il gesto e lui/lei si arrangia!

Sono più per: vedo una cosa, penso ad una persona, la prendo, la impacchetto et voilà, sorpresa fatta! Peccato questo non ti esima dal regalo di Natale e Compleanno però…

A parte il fatto che debbano arrivare puntuali come le ricorrenze, non sopporto i regali a caso. Quelli che proprio non c’entrano nulla con la persona che li riceve anche se chi li fa ne è letteralmente entusiasta. Per me comunicano un’ego sconfinato e la totale ignoranza di con chi si ha a che fare. Che ci sta se siamo ospiti a cena da qualcuno per la prima volta, ma non quando si fa un dono a qualcuno che si presuppone conosciamo. Cioè, a me se regalassero un completo per far yoga probabilmente sorriderei (molto, molto, molto tiratamente), ringrazierei e il giorno dopo cancellerei il numero dalla rubrica. E’ che se uno canna alla stragrande il regalo alla fine sta lanciando un messaggio del tipo: “mi spiace ma a me proprio frega zero capire chi sei”. Quindi perchè io dovrei investirci del tempo? Di contro adoro i regali “portabili”. Voglio dire, ci sono regali che magari sono stupendi, che so, un quadro particolare, una crema super mega nutriente fatta con scagliette di diamante nero, un completino intimo tutto pizzo e merletti… Insomma, le possibilità sono pressochè infinite… Resta il fatto che, per conquistarmi davvero, un regalo dev’essere qualcosa che sta con me per più tempo durante l’anno. Voglio dire, un braccialetto semplicissimo da 5 euro che posso tenere sempre addosso, un plaid sotto cui rifugiarmi le sere di sei mesi all’anno per guardare i miei film preferiti, una tazza (mug, rigorosamente… ma chi mi conosce lo sa!) che userò tutti tutti i giorni, un portachiavi… Insomma, qualcosa che mi faccia pensare un casino di volte alla persona che mi ha fatto il regalo, che mi faccia venir voglia di sorridere e mi faccia sentire amata…

Ma credo che, al di là dell’oggetto, il vero dono che possiamo fare siamo noi stessi. Sia il nostro tempo, la nostra presenza, il nostro supporto. Credo che donando noi e un pezzetto del nostro cuore allora davvero accompagneremo sempre il destinatario del nostro regalo. Ma a quanto pare ci riesce più facile andare in giro per negozi mezza giornata per cercare un regalo piuttosto che utilizzare la stessa mezza giornata per, che so, portare il destinatario del dono a Gardaland (sono bambina nell’anima, lo so!) Davvero, in fin dei conti, cosa abbiamo di più prezioso di noi stessi e del nostro tempo? E’ qualcosa che nessuno può acquistare, è qualcosa che solo noi possiamo decidere di dare a qualcun altro. E’ anche uno dei motivi per cui amo scrivere lettere e biglietti di auguri: sto dichiarando a qualcuno quanto ci tengo, tanto da rinunciare a fare magari qualcosa per me stessa per dedicarmi a lui. (Ok, se posso poi ci passo anche del tempo assieme, ovvio… a meno che non si trovi lontano lontano e diventa un po’ un casino.)

Questo è anche uno dei motivi per i quali sono contenta di aver scelto di intraprendere questa strada, quella della scrittura. Ogni giorno qualche personaggio mi fa dono del suo tempo per parlarmi un po’, per raccontarmi qualcosa di se stesso, per confrontarsi con me. E in cambio riceve da me la stessa cosa: il tempo che dedico a cercare di narrare nel miglior modo possibile la sua storia. E’ uno scambio costante, un arricchimento costante. Ed è una forma di crescita, di autoguarigione costante. Già, perchè i personaggi non mi sono mai arrivati a caso, non sono mai arrivati in modo totalmente distaccato dalla mia vita. Magari a primo acchito non lo capisco ma poi, con il tempo, mi si accende la famosa lampadina. Le loro storie in qualche modo contengono gli insegnamenti di cui ho bisogno in quel periodo, mi mostrano risposte che cerco da tempo, mi fanno capire quali scelte posso fare e quali saranno le conseguenze, curano le mie ferite più profonde. Ed è quello che mi auguro sempre quando arrivo all’ultimo punto di una storia: che arrivi alle persone giuste, che in qualche modo comunichino loro qualcosa, che possano aiutarle nelle loro vite, magari anche solo grazie al ricordo di personaggi che hanno sentito vicini a loro.

Comunque sapete che c’è? Che se donate un po’ del vostro tempo a qualcuno, non serve neanche che gli diciate che gli volete bene, è implicito nel più bel regalo che gli farete mai. E quel legame, beh, quello è per sempre!

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Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 21

18492062_10155251622344763_793109014_nChe il tempo sia relativo è noto e, direi, un concetto chiaro. Se uno studente è sotto interrogazione il tempo che manca alla prossima campanella gli sembrerà infinito ma al suo compagno di classe, che sa di essere atteso al varco alla lezione successiva, quell’ora sembrerà volare. Oggi mi sono finalmente resa conto di cosa questo effettivamente significhi per me. Il tempo sembra diventare infinito quando siamo completamente all’erta, con tutti i sensi ben svegli attenti a tutto quanto ci capita attorno. Ma quando siamo rilassati, stiamo bene, siamo sereni e siamo immersi in una bolla di benessere questa sensazione così… uhm… ‘beatificante'(???) sembra durare giusto un attimo. Per quel che mi riguarda posso andare a una festa fantastica e tutto quello che mi ricordo il giorno dopo è il tipo di musica, con chi e di cosa ho parlato (e al massimo il dolore inflitto da quelle maledette scarpe che mi sono infilata perché una volta all’anno non mi dispiace vestirmi da donnina! 😉 ). Per quel che riguarda il locale, le decorazioni, i piatti del buffet… buco nero. E non perché la festa non sia epocale è che, appunto, sto bene, non ho bisogno di “agganci” esterni, posso ascoltare me stessa. Ma se c’è qualcosa di brutto, non lo so, tipo il dover correre all’improvviso in ospedale perché qualcuno a cui tengo sta male, sicuramente mi ricorderò di tutte le auto incrociate per strada, saprò quante sedie ci sono in sala d’aspetto, saprò descrivere i visi degli infermieri e dei medici e, se proprio ci mettono tanto a lasciami entrare, anche quante crepe ci sono sui muri e che disegni formano. E’ perché in quel momento non voglio vedere quello che sto sentendo dentro, non voglio lasciarmi andare all’angoscia e alla paura e allora eccomi là, ad aggrapparmi a ogni stimolo esterno. (Se proprio non ce ne sono… alle brutte c’è sempre l’app di Facebook a cui ricorrere: conoscete un mezzo migliore per fare il vuoto totale nel cervello? Ho notato che il mio va in ferie se solo leggo più di un paio di post… credo sia tempo di eliminare un po’ di contatti…)

E la cosa strana è che mi capita anche con i miei personaggi. Quando vivono situazioni in qualche modo “scomode” mi viene naturale descrivere l’ambiente circostante, fermarmi su determinati particolari, riempire il silenzio che s’impossessa delle loro menti con dettagli, sfumature. Se invece so che stanno vivendo, al contrario, situazioni in cui sono al loro agio, quei classici momenti che vorrebbero non finissero mai, ecco che è un proliferare di emozioni e pensieri.

Cos’è questa “scomodità” con noi stessi? Con il dolore, la paure, le preoccupazioni, le difficoltà? Perché il bicchiere in certe situazioni tende ad essere più completamente vuoto piuttosto che solo mezzo? E sì che sappiamo tutti che se ci voltiamo e guardiamo quello che ci siamo lasciati alle spalle ne abbiamo passati di momenti a dir poco negativi, a volte anche totalmente distruttivi… Eppure siamo sopravvissuti. Magari ne siamo usciti malconci e totalmente zuppi per tutte le lacrime versate ma, appunto, ne siamo usciti. Allora perché riusciamo a vedere la nostra forza solo a posteriori? E perché ci rendiamo conto di quanto le situazioni che più ci mettono alla prova sono anche quelli che più ci hanno permesso di progredire? Il senno di poi… ah, che grande benedizione il fatto che l’amico senno prima o poi arrivi. E se riuscissimo per una volta a farlo arrivare in contemporanea al momento in cui ci serve? Forse a volte basterebbe un po’ più di pazienza. Guardarci dentro invece che contare le piastrelle del pavimento, tipo… Beh, sì, più facile a dirsi che a farsi! Però penso che sarebbe bello, per una volta riuscire a cogliere al balzo l’occasione di “esserci” e sentire tutte quelle emozioni scorrere in tempo reale. E farci conoscenza. E vedere come dopo un po’ scorrono via, lasciando spazio alle loro sorelle positive: speranza, coraggio, volontà…

Sì… dovrei provarci prima o poi…