Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 30

32653018_10156266187644763_4202656564634451968_nLo so, lo so… tutti abbiamo letto Il Piccolo Principe (e se siete “fortunati” come me avete svariati contatti Facebook che continuano a riproporre la stessa frase…) quindi ripetere che “l’essenziale è invisibile agli occhi” è un po’ superfluo. Quindi ok, concentriamoci tutti su quello che percepisce il cuore. Sehhh, ciao, ci piacerebbe! Vorremmo essere così empatici a tempo pieno, ameremmo cogliere tutte le sfumature del reale, adoreremmo anche sviluppare la telepatia. La verità è che… ma che essenziale è essenziale,  spesso non riusciamo neanche a vedere quello che abbiamo davanti agli occhi. Soprattutto, non vogliamo vedere. Ci accontentiamo di dare retta all’udito: il nostro migliore amico ci dice che sta bene, nostra cugina afferma di essere felice, nostra madre dichiara di non essere stanca… E noi sorridiamo sereni e soddisfatti, rasserenati per il fatto che non ci dobbiamo preoccupare, che non dovremo trovare il tempo, nelle nostre già frenetiche giornate, per stare con loro, ascoltarli, confrontarci, berci sopra…

Già… pensiamo a guardare con il cuore e poi non crediamo neanche a quello che ci appare davanti agli occhi. Lo rifuggiamo spesso, perchè è più facile ignorarlo che farci i conti. Eppure a volte basterebbe fissare lo sguardo e accorgersi, semplicemente. Ammettere e accettare. Ma preferiamo che siano le orecchie a farlo: crediamo a quei “tutto ok”, crediamo ai “se ci votate faremo il bene degli italiani”, crediamo che quegli specifici biscotti non ci faranno ingrassare. E nel frattempo non guardiamo gli occhi arrossati, l’Iva e le tasse che aumentano, il girovita che si dilata.

La verità è che è tutto più facile se ci mettiamo addosso la maschera da “gnorri”. Non sapere è un buon modo per sopravvivere serenamente. E anche per diventare vittime di tutto quello che ci viene riferito. E dire che lo sappiamo che l’ignoranza è il modo migliore per essere manipolati. E non si tratta solo di non essere in grado di capire qualche astruso concetto filosofico, piuttosto è anche la capacità di relazionarci con quanto ci accade attorno. Che poi è quello che più direttamente ci riguarda, no? Voglio dire, come si fa a mantere un qualsiasi tipo di rapporto profondo e sincero se non si entra davvero nella vita degli altri. E può valere per il compagno, il collega, l’autista di autobus (voglio dire, se salite e sospettate che sia ubriaco, davvero se vi dice di essere sobrio voi prendete posto tranquilli?)

Ma quante volte lo facciamo? Quante volte evitiamo di annuire bevendoci la scusa del giorno decidendo invece di essere coloro che si siedono accanto e provano a dare il loro sostegno? Oh, andiamo… solo quando abbiamo del tempo libero e ci sentiamo particolarmente generosi (soprattutto se siamo tra quelli che invece di dire che è una giornata decisamente di m…. preferiscono sfoderare un sorriso tiratissimo e affermare che è “tutto tranquillo”).

La fortuna della mia protagonista? Aver incontrato qualcuno che proprio proprio non ci sta a darle retta, a bersi la frottola del “tutto alla grande”, ad ascoltare le parole dette con sguardo assente invece che indagare in che direzione continua a dirigere quello sguardo. E sì, in un primo momento ne è anche altamente infastidita. Insomma, ma saranno pure affaracci suoi quello che le passa per la testa! Perchè andare a raccontare ad una perfetta estranea, per quanto dolce e circondata da profumo di biscotti, i fatti suoi? Le sue preoccupazioni, le sue speranze infrante, la sua paura del domani e della solitudine, l’ennesimo fallimento della sua vita… Eppure alla fine sbotta. Perchè se nessuna delle persone vicine ha mai voluto veramente cercare di capirla non è così per quella nonnina dai capelli che sembrano zucchero filato e che non ascolta. Guarda. Certo, anche con il cuore, ma innanzitutto con gli occhi.

E a volte è proprio quello di cui tutti noi abbiamo bisogno: di essere visti, di essere guardati. Fino in fondo. Fino nell’anima.

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Pubblicato in: avventure di una scrittrice

Giorno 1

30705200_10156199851344763_1016860720240787456_nE finalmente il gran giorno. Quello in cui la mattina arriva il tempo di appena un rapido sogno che abbandoni all’alba là, su quel cuscino stropicciato dai tanti pensieri, dalle tante attese, dalla tanta emozione.

Il gran giorno è arrivato e rapidamente è volato via, scorrendo via rapido come le parole che si compongono sullo schermo. Non ho riletto ancora. Non lo faccio mai a caldo. Ma sorrido. Sorrido per tutti i personaggi che si sono accavallati, che si sono fregati il posto accanto a me per dire la loro, per bisbigliare qualcosa che gli altri non sentissero, per leggere le scritte che apparivano da sopra la mia spalla.

Insomma, una bella, allegra baraonda.

Del resto che altro potevo aspettarmi con due progetti da portare avanti? Però sapete che c’è? Che è ancora più produttivo il processo. Voglio dire, di solito i personaggi interagiscono direttamente con me, mi raccontano chi sono, cosa fanno, quali sono le loro emozioni. Appunto. “Loro parlano”. A me. Che devo scrivere la loro storia. Invece ora ci sono tutti questi personaggi che arrivano da due storie diverse, che non si conoscono, che si stupiscono di ritrovarsi nella stessa stanza… e iniziano ad interagire tra di loro e io non sono più solo quella che gli ascolta. Posso osservarli, studiarli da lontano, mentre sono distratti da altro. L’avessi saputo prima, avrei sempre scritto due storie contemporaneamente!

Uno di loro, però (strano eh, l’unico bimbo presente in mezzo a tanti adulti di diverse età) ha iniziato a farmi domande mettendo in evidenza la mia totale mancanza di metodo. Il tutto è partito dal fatto che ha notato che da un lato del computer c’era una pila assurda di libri, appunti, ritagli vari, dall’altra, qualche post-it sparso con frasi che neanche il più esperto di rebus riuscirebbe a decifrare. In effetti per la sceneggiatura ho studiato vagonate di libri, visto film su film, ascoltato musiche, preso appunti, preparato schemi, insomma, tutto l’armamentario della fase “pre”… per il manoscritto… e niente, se questa giovane donna mi deve raccontare la sua storia io l’ascolto e stop. Per il film è diverso. Sì, certo, ho già fatto amicizia (beh, più o meno amicizia direi… forse è più giusto “conoscenza”) con tutti i personaggi e a mano a mano ognuno dice la sua, ma avevo bisogno di conoscere meglio il loro universo per capirli appieno.

E io quando scrivo sono sempre così. A volte ricerche dettagliatissime, a volte un’infarinatura, a volte studio di immagini o ascolto infinito di determinate musiche, altre visioni di film e letture per entrare nel giusto mood… insomma… ogni storia è a sè, ha la sua vita. Decisamente, è un essere vivente. E in quanto tale non può mai essere identica ad un’altra. Partendo da questa premessa, trovo che avere sempre lo stesso approccio sia più un limite che altro. Se mai mi chiedessero di scrivere un manuale sulla sceneggiatura (chiariamo, io sono una signorina nessuno, non corro certo un simile rischio) credo che non potrei perchè tutto quello che mi verrebbe da dire sarebbe: creati la tua strada. Sì, indubbiamente, le regole vanno conosciute. Devi impararle a memoria e ripeterle ripeterle ripeterle fino alla nausea. E devi anche metterle in pratica finchè non fanno parte di te, fino a quando non ti servono più, fino a quando non occupano inutilmente spazio nella tua memoria e tu le archivi. Sai che ci sono, tanto ti basta.

Oh, certo. E’ la strada meno pratica, ci potete scommettere. Prendiamo solo la mia protagonista. Lei le regole della società non ama proprio seguirle, preferisce di gran lunga fare di testa sua. Poi però capita che proprio perchè vive in un contesto sociale che si adegua alle regole si becca delle mazzate assurde, ed è proprio per questo che la troviamo là, “spiaggiata” in una situazione che non ha scelto lei nè cercato. Ma è anche lo stesso punto da cui partirà per un viaggio all’interno di sè che la porterà ad essere la donna migliore che possa diventare.

Insomma… fa male, tanto… ma alla fin fine, a mio avviso, ne vale la pena…

PS: il donut… niente simbolismi vari nè sensi nascosti, solo che un nuovo inizio va sempre festeggiato e poi… qui ce lo meritavamo! 😀

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La pescatrice di storie

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Non mi è mai piaciuta la pesca. Sì, ok, non mi piace il principio di questa “caccia” alla preda, che sia sulla terra o in acqua, ma ancor prima di buttarla sulla morale è proprio un punto di vista psicologico il mio. Da sempre ho un grande problema con la pazienza, con l’attesa. Immaginarmi ore e ore seduta davanti ad uno specchio d’acqua sperando che prima o poi qualcosa abbocchi quando tutto quello che posso fare è sventolare un’esca davanti, si spera, a qualche occhietto affamato…

No, grazie, non fa per me. Io vado via di testa anche solo se ho una persona davanti a me alla cassa del supermercato (che poi a mia discolpa va detto che quasi sempre quell’unica ha il carrello strapieno e il desiderio di svuotare il portafoglio dalle monetine…)

Eppure…

Eppure oggi stavo facendo due passi in spiaggia per sgranchirmi la testa e mi sono imbattuta in un anziano che invece di farsi rapire lo sguardo da quel lento ondeggiare dell’acqua aspettava speranzoso che ad ondeggiare fosse la punta della sua canna. E ho capito. Capito che non è poi diverso da me. Capito che, anzi, è proprio uguale a me. Quello che ci distingue è che lui aspetta l’arrivo dei pesci, io delle storie.

Però sono come lui: me ne resto appollaiata sul bordo dell’immenso in attesa di una storia da narrare, di personaggi che abbiano bisogno di una voce. La mia penna è la mia canna. Non ho mosche, vermicelli nè esche varie, eppure sono come quel pescatore: faccio la mia offerta in cambio di questa grande possibilità di essere un tramite tra la dimensione delle idee e il mondo. Niente esca, ma il mio tempo, la mia dedizione, il mio tentativo di comprensione e, per un periodo di tempo, tutta me stessa. E come il pescatore attendo. Non sono io ad andare in cerca della “preda”, resto sulla riva, sarà lei stessa, la mia storia, a venire da me, allettata dal fatto di poter tenermi in sua balìa per tutto il tempo necessario.

E’ affascinante tutto questo. Accattivante la capacità della realtà di mostrarci davvero a noi stessi. Se anche un anziano pescatore sconosciuto ha così tanto in comune con me, chissà quanti punti in comune ho con tutte le altre persone che incontro ogni giorno per strada… Magico, no? Voglio dire, rispecchiarci negli altri, anche in quelli che di solito giudichiamo senza renderci conto di puntare il dito contro aspetti di noi stessi.

Comunque, riflessioni universali a parte, io continuo a non amare le attese e sono più che entusiasta che una nuova storia mi abbia fatta cadere nella sua rete, assieme a perle, conchiglie, qualche bastoncino rigonfio d’acqua e chissà, magari anche ad una sirena.